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Appunti sulla teoria della distruzione di Winfried Sebald

 

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di Claudia Ciardi


Il libro di Winfried Sebald, Storia naturale della distruzione, (titolo originale: Luftkrieg und Literatur) tradotto da Ada Vigliani, è una raccolta di tre saggi dedicati alla descrizione della “strategia” dell’area bombing e al suo impatto sui civili tedeschi. L’autore si sofferma soprattutto su come l’esperienza dei bombardamenti sia stata assorbita dall’immaginario collettivo tedesco e rielaborata attraverso la scrittura.

Il saggio di chiusura, il quarto dunque nell’architettura dell’opera, fa parte a sé ed è un articolo monografico sull’attività letteraria di Alfred Andersch, attorno a cui è peraltro in corso in terra tedesca un dibattito sulla sua riabilitazione. Descritto come un trasformista che cercò di cavalcare e sfruttare ai fini della sua carriera letteraria i rovesci della situazione politica del proprio paese, Sebald ne fa emergere il volto più enigmatico e sfuggente, qui proposto quale “massima espressione” di  nell’atteggiamento, di cui la Germania del dopoguerra si è volentieri nutrita, di rimuovere gli eventi o ricostruirli secondo una versione tacitamente considerata accettabile. La coscienza collettiva del popolo tedesco, che per sopravvivere aveva bisogno di dormire sonni tranquilli, e perciò di non scontrarsi con la nuda realtà fatta di macerie e sconfitte, secondo l’analisi di Sebald, aspirò e raggiunse una sorta di apparente atarassìa del ricordo, un limbo del pensiero in cui il trauma delle vicissitudini di guerra, stemperato, deformato, quando non addirittura messo alla porta senza tante cerimonie ha costituito la base più solida, ma allo stesso tempo pesantemente minata al suo interno, del tentativo della Germania di recuperare uno spazio politico, economico e culturale nell’occidente appena uscito dal conflitto mondiale. Quello che intende rilevare Sebald è il grande paradosso che ha alimentato la cultura e i sentimenti pubblici e privati nel dopoguerra tedesco: anziché ricostruire sulle vive tracce della memoria, è stato innalzato un edificio che ha le sue fondamenta nell’oblio. A naturale compendio di quanto si è detto vengono in mente le parole di Elias Canetti, che vedeva nella deformazione del ricordo la madre di ogni fraintendimento, fino alle sue estreme conseguenze.

Il titolo della versione italiana, configurando lo studio di Sebald come un contributo all’analisi della psicologia collettiva plasmata sulla desolazione della guerra, riprende il saggio concepito, e mai messo in cantiere, dal britannico Solly Zuckerman a proposito del bombardamento a tappeto che rase al suolo Colonia, argomenti ai quali lo scrittore riserva una parte del suo commento.

Quasi fosse una tessera nel mosaico di un più ampio ragionamento sulle attitudini e le derive della società di massa, Sebald articola i suoi saggi facendo cadere l’accento sul modo in cui si organizzano i comportamenti umani e il loro concreto manifestarsi. Tutto ruota attorno alla incontrollabile pulsione a distruggere e, come per ogni istinto liberato, all’impossibilità di indirizzarlo a un vero obiettivo. Quel che si è soliti definire una strategia si mostra allora per ciò che è: il caos dettato da una necessità senza freno e ben più forte della regola economica, che trova la sua rassicurazione teorica nel professare la “salvezza del mondo” dal nemico. Semmai questi sono i pretesti, sicuramente le mani che hanno aperto e guidato il gioco a distanza, e le motivazioni che bisognava cucire sulle uniformi dei ragazzi spediti in missione. Ma ogni cosa, in un crescendo efferato di truce parossismo, è finita confusa al delirante groviglio: la cosiddetta salvezza ha distrutto ab imo ciò di cui si è dichiarata la più valida paladina.

Di qui la conclusione che vieta l’accesso a qualsiasi osservazione dialettica attorno alla pratica di guerra:

«La guerra costruita sui bombardamenti era guerra in forma pura e scoperta. Dal suo sviluppo, contrario a qualsiasi razionalità, si può rilevare come le vittime di un conflitto (secondo quanto scrive Elaine Scarry nel suo libro di straordinaria acutezza The Body in Pain) siano non già vittime sacrificate sulla via che conduce a un qualche obiettivo, bensì esse stesse – nel vero senso del termine – e l’obiettivo e la via». (Sebald, p. 31)

L’ “epoca delle rovine”, così la chiama Roberto Carifi mentre ripensa ai giochi della propria infanzia «in uno spiazzo sterrato e desolato, circondato da edifici sventrati e cadenti», orla e scandisce l’infinito istante che ha lacerato la vita e la parola, e  aggirandosi sulle loro membra disperse continua a farvi risuonare la sua eco. Epifania di un senso interrotto che, al deflagrare di ogni cosa, rivendica per sé un nuovo spazio nel mondo.

C’è una consonanza, un accordo sonoro e sensibile, tra ciò che abita l’infanzia di Carifi, non a caso studioso e traduttore di una parte cospicua della produzione poetica tedesca, e l’impressione che Sebald riserva a se stesso da bambino:

«Ho trascorso l’infanzia e la giovinezza in una zona che si estende lungo il margine settentrionale delle Alpi, zona largamente risparmiata dalle immediate conseguenze delle cosiddette operazioni militari. Alla fine della guerra avevo appena un anno ed è quindi difficile che, di quell’epoca segnata dalla distruzione, io possa aver serbato impressioni fondate su eventi reali. Eppure ancor oggi, quando guardo fotografie o documentari del periodo bellico, ho come la sensazione di esserne il figlio, come se di là, da quegli orrori che non ho vissuto, cadesse su di me un’ombra alla quale non potrò mai sfuggire del tutto. […] Le immagini dei sentieri di campagna, dei prati rivieraschi e dei pascoli montani vengono a confondersi davanti ai miei occhi con quelle della distruzione, e – in maniera perversa – sono proprio queste ultime, non gli idilli infantili divenuti ormai assolutamente irreali, a darmi un senso di casa, forse perché rappresentano la realtà più potente, la realtà dominante dei miei primi anni di vita. Oggi so che allora, mentre ero disteso nella culla sull’altana della nostra casa di Seefeld e, socchiudendo gli occhi, guardavo in su verso il cielo bianco-azzurro, dappertutto in Europa erano sospese nuvole di fumo». (Sebald, o. c., pp. 74-76)

Questo agitarsi ossessivo di ombre nella retina dei “figli della guerra” fa parte di un nodo di memorie che chiede di essere sciolto e al contempo respinge chi cerca di attirarlo alle proprie mani; così il suo rivelarsi si ritrova ogni volta confiscato da altre figure d’ombra, artigliato da una lontananza originaria e sostanziale, e il tentativo di abbracciarlo e interporvi un tempo che è al di là della sua misura ne fa una creatura ad-veniente.       

«Abitare le tracce di un ignoto disastro e offrire ogni cosa ad una vertigine vuota e distante», così l’Infanzia e poesia di Roberto Carifi esorcizza l’attimo dove, al deviare del vivere umano, si è aperta la ferita contemporanea, senza allontanarsi dalle spoglie di quell’“Angelo bruciato” che sovrasta la “terra desolata” ormai sconfinante sul nostro passaggio. Si tratta di un’inconscia fedeltà a lambire quel che i suoi occhi hanno visitato all’origine della sua stessa fede nel mondo, nella stagione in cui, infanti, ci pieghiamo a guardare le cose e a sillabare le parole che le raccontano, antico ritornello dei secoli, un sentire che tuttavia si vede afferrato dalla perdita e dall’impotenza che riportano indietro.

È l’Angelus Novus dipinto da Paul Klee, nel quale Walter Benjamin riconosce l’angelo della storia con lo sguardo fisso a un passato da cui vorrebbe allontanarsi ma che proprio nel procedere oltre accumula ai suoi piedi il disastro e lo trascina con sé. Ed è in questa stessa immagine che si rappresenta anche l’idea dell’andare in pezzi, beffardamente incarnata dall’“omino con la gobba”, il trickster che anima la celebre filastrocca tedesca recitata da Benjamin a conclusione dell’itinerario ispirato all’Andenken della sua infanzia berlinese: «Chi è guardato da questo gobbetto, perde la bussola. Non bada a se stesso, e neanche al gobbetto. Si ritrova stordito davanti a un mucchio di cocci».

Così, nella disarmante sconfessione di una possibilità di uscita dal giro degli eventi e conseguentemente dell’acquisizione di esperienza da essi, si intravede la soglia sulla quale è raccolta per intero la fragilità della testimonianza umana e “poietica”, ossia del suo divenire qualcosa in opposizione al sopravvenire di tutto, come nella parola che, contesa tra orrore e bellezza, si fa poesia, né è da considerarsi un caso che proprio l’immagine di Benjamin tagli a metà il libro di Sebald e s’incida come epigrafe che riflette l’inconciliabile necessità che in ogni epoca segna l’incerto avanzare degli uomini.

 

 Testo analizzato:

 -         Winfried Sebald, Storia naturale della distruzione, traduzione italiana di Ada Vigliani, Adelphi, 2004 [titolo originale: Luftkrieg und Literatur]

 Altri riferimenti bibliografici:

 -         Walter Benjamin, Angelus Novus. Saggi e frammenti, in particolare il saggio Tesi di filosofia della storia, traduzione e introduzione di Renato Solmi, Einaudi, 1962 [titolo originale: Schriften]

-         Walter Benjamin, Infanzia berlinese, traduzione di Marisa Bertolini Peruzzi, Einaudi, 1981 [titolo originale: Berliner Kindheit um Neunzehnhundert]

 -         Roberto Carifi, Nel ferro dei balocchi, Poesie 1983-2000, Crocetti Editore, 2008. Una selezione delle poesie di Roberto Carifi, corredata di una ricca nota biografica e di commento, è stata proposta anche nell’elegante volumetto curato da Fabrizio Zollo: Roberto Carifi, D’improvviso e altre poesie scelte, Via del Vento edizioni, collana “Le Streghe”, 2006

 

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