Società

Crisi, manovre e mercati fantasma

 

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di Pino Rotta


Ormai angosciati e smarriti davanti alla crisi economica ci chiediamo se i cosiddetti "mercati" non siano qualche cosa di metafisico. Ma cosa sono, dove sono, chi sono in fondo questi mercati? Ci tocca pagare tasse per miliardi di euro perché ce lo chiede l’Europa. Ma quale Europa? E l’Europa non siamo anche noi? A parte che sarebbe meglio risanare il debito pubblico pagando un poco di più ma pagando tutti. Se l’avessimo fatto spalmando le tasse in una decina di anni forse avremmo risentito meno della batosta che ora ci piomba addosso, ma questa è stata una scelta politica. Il popolo ha scelto a maggioranza è questa è la democrazia. Alla fine perché stiamo pagando tutta in una volta questa quantità spropositata di tasse? La tesi che si sente ormai da tempo come un mantra è che "abbiamo vissuto sopra le nostre possibilità" e che adesso ne dobbiamo scontare il prezzo. Esaminiamo questa tesi dal punto di vista di alcune categorie sociali, guardando agli ultimi venti anni.

Prima categoria: lavoratore dipendente, sia pubblico che privato.

Per questa categoria gli stipendi medi sono da venti anni molto al di sotto delle media europea, con una perdita di potere d’acquisto di circa il 25%, inoltre da sei anni non si rinnovano contratti e la prospettiva è che non si rinnoveranno per i prossimi quattro. Un lavoratore dipendente, soprattutto se ha una famiglia e non ha altri redditi, vive con il rischio di cadere in uno stato di povertà come già succede a circa otto milioni di italiani. A questa categoria è sempre rivolta la scure dell’aumento delle tasse in termini di riduzione di reddito e di aumento dei costi di servizi pubblici e beni di consumo.

Seconda categoria: giovane tra i 20 ed i 30 anni. Uno su quattro in Italia (uno su due nel Sud) è senza lavoro.

Se riesce a trovare un lavoro si tratta quasi sempre di un precariato con orari da 8-10 ore giornaliere ed una retribuzione che va da 400 ad 800 euro mensili, spesso senza un regolare contratto di lavoro. Queste condizioni si protraggono da oltre venti anni per cui si parla ormai di "generazione a perdere", cioè quella fascia di persone che avendo superati i 30 anni senza avere un lavoro, o avendone uno precario, non riuscirà a programmare nessun futuro ne per sé ne tantomeno per una possibile costituenda famiglia.

Terza categoria: lavoratore autonomo. Qui c’è da fare una distinzione tra lavoro artigianale o industriale, professionisti, commercianti e fornitori di servizi. Tutti, secondo gli studi di settore, hanno un’altissima propensione all’evasione fiscale ma anche tra questi c’è da distinguere tra chi il reddito lo produce e chi lo accumula. Un artigiano produce un valore aggiunto, per il professionista il valore aggiunto è dato dalla qualità della conoscenza, il commerciante è quello che produce la minore quantità di valore aggiunto e la maggiore quantità di accumulo di capitale (anche se la scala della distribuzione dei beni condiziona questa quantità). Anche qui questa condizione persiste da più di venti anni e quella che è andata ad aumentare è l’evasione fiscale e la perdita di creazione di valore aggiunto di artigiani e piccoli industriali.

Quarta categoria: imprenditori di grosse industrie e di aziende finanziarie, tipo banche ed assicurazioni. Queste due categorie hanno seguito dinamiche che considerare criminali sarebbe da uomini di buon senso, invece da anni ci viene raccontata la storiella della globalizzazione dei mercati, delle opportunità che nascono nei nuovi mercati, della politica reganiana che "lo Stato non ti deve niente deve solo lasciare libertà al mercato e tutti avranno la possibilità di migliorare le proprie condizioni". Oggi è una politica ampiamente affermata in Italia e nel resto dell’Europa, governate dalla Destra. Da decenni in Italia l’industria, per prima la FIAT, chiede soldi allo Stato con il ricatto di chiudere gli stabilimenti. Di soldi ne ha incassati in quantità spropositata e con quei soldi ha portato gli stabilimenti prima in Brasile, poi in Polonia e adesso guarda alla Serbia e ad altri paesi da spolpare, e i lavoratori italiani, quelli che già non hanno perso il posto di lavoro, sono costretti a rinunciare ad una grossa parte del reddito ed alle garanzie sindacali che erano il vanto del diritto del lavoro italiano. Banche ed assicurazione, in regime praticamente di monopolio, prelevano i nostri soldi e li investono nei mercati asiatici. E qui torniamo ai metafisici mercati ed alle tasse che "ci chiede l’Europa!".

Lasciando ad ognuno il giudizio se le condizioni di vita debbano essere migliorate o se viviamo sopra le nostre possibilità, la conclusione del discorso è che i mercati sono quelle stesse persone che ci hanno imposto venti anni di economia di guerra, aumento del prezzo del petrolio e riduzione degli investimenti industriali nel nostro Paese e che l’Europa che "ci chiede" i sacrifici è governata da questi stessi gruppi di interesse.

Forse letta così la manovra finanziaria non è poi tanto metafisica e calata dal cielo.

 

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