Società
Dalla parte del Meridione senza voce

L’Italia è come noto caratterizzata da ampi divari di reddito fra le sue regioni; a tali divari di reddito corrispondono divari molto ampi nelle dotazioni di infrastrutture materiali e immateriali.
Al fine di ridurre il divario gli interventi nazionali sono stati razionalizzati nel 2002 con la creazione del Fondo Aree Sottoutilizzate (oggi Fondo per la coesione e lo Sviluppo).
Come in tutta Europa, gli interventi a valere sulle risorse
europee sono programmati su base settennale, coerentemente con le Prospettive
Finanziarie dell’Unione, in Italia è attualmente vigente il Quadro strategico
Nazionale 2007-2013, che copre l’intero territorio nazionale.
Questo insieme di interventi non è stato sinora in grado di ridurre gli squilibri nelle dotazioni di infrastrutture materiali ed immateriali e nel reddito.
E’ stato così previsto che la quota di spesa pubblica in conto capitale ordinaria fosse pari nel Mezzogiorno al 30%; che le risorse FAS fossero destinate per l’85% al Sud. Data la allocazione dei fondi di coesione europei(definita da regole comunitarie) tali prescrizioni avrebbero fatto sì che al Mezzogiorno fosse destinato il 45% della spesa in conto capitale.
Tali obiettivi non sono mai stati raggiunti; anzi a partire dal 2002 ci si è progressivamente e significativamente allontanati da tali obiettivi. Con l’attuale Legislatura il governo ha abbandonato ogni obiettivo quantitativo. Per di più ha operato una fortissima riduzione delle risorse, già definite nel Quadro Strategico Nazionale. In particolare, 23,6 miliardi di euro del FAS nazionale sono stati spostati da spesa in conto capitale a spesa corrente. Le disponibilità per spesa in conto capitale nel sud si sono complessivamente ridotte di 25,9 miliardi. Ciò comporterà una ulteriore riduzione degli interventi speciali nel Mezzogiorno nei prossimi anni stimabile in almeno il 20%, che si somma ad una fortissima riduzione degli investimenti pubblici ordinari in tutto il paese e in particolare nel Sud.
Queste politiche hanno sofferto anche di problemi qualitativi, riconducibili principalmente ad una tempistica degli interventi(dalla programmazione alla realizzazione) estremamente lunga;ciò è causato da ritardi ed errori nella programmazione da parte di Ministeri e regioni; da forti ritardi nelle progettazioni, appalti, realizzazioni specie da parte di Enti Locali e aziende pubbliche come ANAS e FS; dalle generali difficoltà del Paese nelle realizzazioni in particolare di opere pubbliche.
Ciò è testimoniato da una velocità di spesa lenta delle risorse FAS e dall’utilizzo dei cosiddetti; progetti coerenti(specie per le grandi infrastrutture di trasporto) per i fondi europei.
Dal 2008 il Governo Berlusconi non ha attuato particolari interventi per sollecitare e coordinare regioni, enti locali, enti di spesa; per snellire procedure e adempimenti; per rendere più fluido e rapido il processo decisionale e attuativo. Essendo stata la programmazione 2007-2013 da parte delle regioni unitaria(fondi comunitari e FAS) questo provoca il blocco totale di nuovi interventi in alcuni ambiti. I programmi nazionali finanziati con fondi FAS vengono bloccati dal nuovo Governo e progressivamente smantellati
Intanto ci prepariamo ad affrontare l’autunno su una salita che sapevamo difficile ma che durante l’estate è diventata più ripida. Per le imprese, certamente, ma anche per tutti i cittadini. In poche settimane abbiamo assistito ad un tracollo a tutto tondo. Ci siamo sentiti come la Grecia. Pensavamo di essere diversi, forti della nostra posizione tra i paesi industrializzati – pur sempre i settimi in compagnia dei più grandi e solo della Germania tra gli europei – e invece abbiamo capito che da sola l’industria, l’imprenditoria diffusa capace di creare ricchezza nonostante tutto, non basta.
Abbiamo visto salire voci antieuropee, ma in maniera e con argomenti quasi
sempre strumentali;
Abbiamo visto presentare e modificare più volte un provvedimento raffazzonato e
di emergenza che ha permesso alla Banca Centrale Europea di intervenire a
sostegno dei nostri titoli pubblici ma che ha distrutto in un solo colpo i
fondamenti di uno stato di diritto.
Abbiamo sperato che finalmente si potesse procedere ad una razionalizzazione non
solo dei costi della politica, ma della macchina pubblica in senso lato.
Un disegno di riorganizzazione, snellimento ed efficientamento dell’amministrazione – tanto centrale quanto del territorio – coerente con il grande disegno federalista.
E invece no, tutto rimandato, neppure l’emergenza è stata in grado di far reagire il Paese che vanta memorabili scatti sul filo di lana. Non un provvedimento per spingere sullo sviluppo, solo cassa.
Non un provvedimento che guardi al futuro, solo una sorta di
repentino accattonaggio di risorse.
Non un provvedimento per la crescita, i giovani, le imprese,
la competitività, solo demagogia a buon mercato.
Una sola certezza: niente politiche per la crescita; il che significa anche
niente politiche per il Mezzogiorno, Zone Franche Urbane, Zone Burocrazia Zero
Fondi Aree Sottosviluppate ecc.. E in questo quadro desolante, il Governo
approva il Piano nazionale per il Sud del valore complessivo di 100 miliardi di
euro; Il Piano e la delibera Cipe contestualmente adottata(3 agosto 2011)
intervengono su tre principali ambiti; le priorità strategiche, le dotazioni
finanziarie, le modalità operative.
Le priorità strategiche sono 8, ma rappresentano limitate novità, dato che corrispondono quasi perfettamente alle 10 priorità del QSN. La differenza di fondo è di metodo:lo schema del QSN è stato frutto di un biennio di intensa consultazione, condivisione e valutazione con tutte le Regioni e le parti sociali, mentre il Piano per il Sud è frutto solitario della penna del Ministro. Delle priorità del QSN non sono richiamate quelle relative alla competività e attrattiva delle città e dei sistemi urbani; e all’apertura internazionale e attrazione di investimenti. Tali esclusioni sono sorprendenti Dato che il potenziamento delle aree urbane e il sostegno all’export e all’attrazione di investimenti paiono, specie in questa fase economica, obiettivi indispensabili per il processo di sviluppo del Sud. Similmente mancano riferimenti ai servizi e all’inclusione sociale.
Manca l’indicazione di specifici progetti su cui concentrare gli interventi; laddove essi sono indicati(come nel caso dell’alta capacità ferroviaria Napoli-Bari-Lecce-taranto, Salerno-Reggio Calabria, Catania-Palermo) è lecito nutrire dei dubbi, dato che il mero costo di questi interventi richiederebbe l’impiego di quasi tutte le risorse disponibili.
Il Piano, da cento miliardi; secondo il comunicato del Governo(ma nel documento non vi è una cifra totale) non destina un euro aggiuntivo a quanto già disponibile, né finanzia minimamente i fondi così ampiamente decurtati nell’ultimo biennio. Anzi, la contemporanea delibera CIPE procede alla riduzione di ulteriori 5 miliardi si euro dal FAS regionale(3) e nazionale(2); inoltre nel piano non vi è nessuna indicazione circa l’arco temporale di attuazione, notizie ben coperte; dall’annuncio del Piano.
Alla luce di quanto detto, il Piano per il sud si configura come un documento di importanza modesta. Una operazione pubblicitaria per mostrare ad una opinione pubblica disinformata e poco attenta che il Governo sta facendo qualcosa per il Sud. In realtà esso contiene un rilevante pericolo di forte ricentralizzazione delle politiche; e, alla luce di quanto avvenuto nell’ultimo biennio, di nuove possibili distorsioni di risorse verso altre finalità.
Del resto i precedenti abbondano. Lo sviluppo del nostro territorio è rimasto sempre nelle carte. E’ uno sviluppo immaginato, disegnato, fatto di documenti e progetti che nessuno ha avuto la capacità di tradurre nella realtà, e che purtroppo negli anni è costato decine di miliardi di euro.
Occorre un impegno eccezionale di supporto al Mezzogiorno, proprio ed in virtù delle sue peculiarità come cerniera verso il mediterraneo; in quanto, il problema non è più rinviabile, per cui o noi siamo in grado di pensare ad un nuovo meridionalismo che sappia elaborare analisi e proposte per il Sud a partire dalla piena consapevolezza della sua nuova dimensione geopolitica euro mediterranea; oppure la parte più avanzata del paese, quella che sta nei mercati mondiali e si batte sulle frontiere avanzate dell’innovazione non può più accettare il costo di un Mezzogiorno che rappresenta il 40% del territorio e della popolazione ma che, a differenza di ciò che sta accadendo in tutta Europa continua ad arretrare e a consumare molto più di quello che produce.
Fortunatamente, al sud ci sono tanti gruppi e associazioni, imprenditori,amministratori, politici che lavorano ogni giorno per l’interesse comune. Ma sono soli. Non riescono a fare rete, massa critica; si occupano di fondamentali questioni di interesse locale, ma non hanno forza e capacità di occuparsi delle grandi questioni d’insieme.
E così lentamente il sud sta rubando il futuro ai suo ragazzi !
Occorre un mezzogiorno che reagisce, che ragiona sul suo presente, che difende il suo sviluppo, che progetta i suo futuro.
(*) Architetto – Consigliere comunale del Comune di Villa S. Giovanni (RC)
| HELIOS Magazine |