Società
Se la crisi economica fa bene all’ambiente
"Chi crede che una crescita esponenziale possa continuare all’infinito in un mondo finito è un pazzo. Oppure un economista"
(Kenneth Boulding)
«La crisi consiste precisamente nel fatto che il vecchio sta
morendo e il nuovo non può ancora nascere» (Antonio Gramsci). Ma non c’è più
tempo per aspettare che arrivi il nuovo; a meno che non sia già arrivato... Si è
detto che è stata ed è una crisi che serve ai mercati, si è detto anche che le
amministrazioni spendono somme più alte rispetto ai loro incassi. Forse non si è
detto abbastanza che la produzione (o meglio: la sovrapproduzione) delle merci e
dei servizi non tende a ridimensionarsi entro parametri più sostenibili. Da qui
la tendenza a riassorbire i prodotti aldilà delle possibilità. Il debito
pubblico, quindi, diventa parte sostanziale della crescita produttiva. Un
apporto sostanziale all’indebitamento pubblico, infatti, è stato dato
dall’incremento delle spese militari: per l’anno 2010 la spesa mondiale è di
1.630 miliardi di dollari. Cohn-Bendit al Parlamento europeo, chiese alla Grecia
di tagliare le spese della difesa militare equivalente, per l’anno prima, al 4%
del PIL. Una spesa enorme, soprattutto se confrontata con quelle di Francia,
2,4% e Germania, 1,4%, che non avrebbe condotto misure di protezione eclatanti
per il Paese in crisi ma che avrebbe fatto comodo alle gestioni programmatiche
NATO. E se ci spostiamo indietro nel tempo i rapporti tra crisi e mercato non
sono diversi: le sovrapproduzioni statunitensi degli anni ’30, poi estese a gran
parte dei Paesi industrializzati, si risolsero attraverso la seconda guerra
mondiale e le ricostruzioni ad essa annesse. Sempre gli Usa, dopo la caduta del
muro, estesero la presenza militare nel pianeta producendo costosissimo
materiale legato al mondo bellico.

Oggi Obama si impegna a puntare sul taglio delle spese sociali e delle infrastrutture per 2.500 miliardi di dollari ma custodendo il livello di spesa militare (senza escludere un’eventuale espansione della stessa). L’attenzione globale è puntata sulla crescita, quindi, produttiva reale ed economica individuale. La crisi, dice Gramsci, si supera con l’avvento del nuovo. Quindi, per superare la crisi, si può mai scegliere di puntare sulle stesse misure di sviluppo produttivo che hanno affossato i Paesi? "Chi crede che una crescita esponenziale possa continuare all’infinito in un mondo finito è un pazzo. Oppure un economista" A dirlo è stato, però, proprio è un economista, Kenneth Boulding, che negli anni settanta continuava – inascoltato – a sostenere come la gestione ottimale del PIL di ogni Paese dovesse basarsi sulla difesa ambientale e non sul consumo. La crisi economica, quindi, cammina di pari passo a quella ambientale. E non è un caso. "Le due crisi si alimentano a vicenda", avverte il biologo Edward O. Wilson su un numero del New York Times di fine 2008, convinto che il problema non possa risolversi avendo piena fiducia nella gestione capitalistica.
Le teorie della decrescita, basate su un consumo responsabile attraverso la diminuzione della produzione di merci, l’incremento dei beni autoprodotti (sia alimentari che energetici) e con utilizzo responsabile delle risorse attraverso la sobrietà e la riduzione degli sprechi, è ancora considerata utopica. Senza pensare, però, che non si punta a un’alterazione immediata dell’offerta ma a una proposta di modifica della domanda. Un modo, personale e individuale tra l’altro, per reagire a una crisi decisa da altri. Una sorta di tendenza keynesiana in rapporto con la riduzione della predisposizione al consumo.
I tempi d’intervento sono più brevi di quanto si possa credere, quindi, e Gramsci, con la sua esemplificativa frase, aveva indicato una strada essenziale: quella della ricerca, della curiosità. Sottolineava, insomma, che se il nuovo c’è – e oggi il nuovo è a portata di mano – si può pensare, ragionevolmente, di provare a instaurare un sistema diverso e che parta, stavolta, dal basso. "Il socialismo è utile", dichiarava E. F. Schumacher, delineando la possibilità che offre per lo scavalcamento del mito produttivo attraverso le prese di coscienza individuali, soprattutto riferendosi al ceto medio alto.
"Scritta in cinese – recita la famosa frase di John Fitzgerald Kennedy – la parola crisi è composta di due caratteri. Uno rappresenta il pericolo e l'altro rappresenta l'opportunità". E se questa crisi lo fosse davvero? Una ghiotta possibilità che, al contempo, ci permetterebbe di stabilire rapporti più razionali sia con il potere economico che con l’ambiente.
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