Pensiero
L’ipotesi di Daniel Kahneman

Daniel Kahneman studia da mezzo secolo i meccanismi cognitivi
decisionali della mente umana, ma non pretende di sapere spiegare alla gente
come fare delle scelte migliori. Intanto pretende che esistano i "meccanismi
decisionali" della mente umana, come si fosse anche la mente inumana. Forse la
mente animale. E intanto passa anche la "mente". L’apparato psichico di Freud
non è lontano, ma qui siamo nel campo del discorso scientifico, della
ripetibilità dell’esperienza. Poi "capacità di prendere decisioni", mentre è la
decisione che ci prende, che era già lì, bisognava solo tenerne conto. "I
meccanismi dell’intuito".
Tutto
è meccanismo? Il consiglio è di rallentare, analizzare di più invece che agire
d’impulso. L’agire d’impulso come passaggio all’atto del fantasma? Nel 2002
Kahneman ha vinto il premio Nobel per l’economia. La sua attenzione e la sua
ricerca psicologica si è rivolta all’economia, dimostrando con i suoi
esperimenti scientifici che non esiste l’homo oeconomicus. Quale sarebbe? L’uomo
dai comportamenti perfettamente razionali, che è alla base della teoria
economica classica. Il suo intervistatore, Massimo Gaggi, del Corriere della
Sera, gli accredita d’aver aperto la strada alla nuova economia comportamentale.
Che economia è quella comportamentale? Qual è lo statuto del comportamento?
Perché il comportamentismo, che risultava liquidato dal cognitivismo, è ancora
vivo e vegeto? C’è ancora in gioco la metafora del topo di laboratorio? Tolta la
parola, l’umano si qualifica dal suo comportamento, ovviamente corretto o
scorretto, buono o cattivo… "Il decisionismo provoca guai, bisogna tornare a
riflettere". Sotteso è l’albero della conoscenza del bene e del male posto
dinanzi a sé. Decisionismo negativo contro riflessionismo positivo. Ovviamente
valgono – nella vita parallela - anche tutte le altre algebre della decisione e
della riflessione. Dopo anni di riflessione paralizzante assembleare
ripartiranno gli anni decisionisti di Cardoso e di Schmitt. Eccetera. Questo è
un Nobel? Sì. Una scuola di pensiero divenuta mainstream con la crisi
finanziaria del 2008, esplosa, secondo il lettore di Kahneman, per le mosse
irrazionali di una miriade di soggetti economici: banche, finanziarie di Wall
Street e anche singoli individui che si sono caricati sulle spalle mutui
immobiliari insostenibili. Qui tutto ciò che non si capisce diviene irrazionale,
come se quello che si capisce e che significa nel termine razionale fosse tale.
La distinzione convenzionale tra razionalismo e irrazionalismo evita la ratio
intellettuale, il cui balbettio sorge a Vienna con Freud e non a Atene. La
finanza fantastica richiede un’altre lettura. Ormai chiamarla speculazione
finanziaria ne impedisce quasi il discernimento. Gli elementi questa
conversazione seguono alla pubblicazione dell’ultimo libro di Daniel Kahneman,
Thinking, fast and slow. Successo garantito anche per
Cooking, fast and slow. Oppure, Philosophy, fast and slow. Discrete
vendite anche per Psychanalysys, fast and slow… in cui la questione c’è, eccome:
a partire dalla terapia attiva di Ferenczi, attraversando le fast terapies,
ossia le psicoterapie. Molti recensori, e di bocca in bocca l’effetto si
amplifica, hanno giudicato il libro come l’opera straordinaria del più grande
psicologo vivente. Le oligarchie con i suoi oligomani sbandierano una nuova
concezione della razionalità, meno idealizzata, senza illusioni, ma più aderente
alle nostre capacità, al punto da conoscere i propri limiti per evitare di
diventare vittima di chi sfrutta le nostre vulnerabilità. Invece questa micro
teoria, un pidocchio rispetto allo scarafaggio di Kafka e ancora più micro
rispetto all’animaleria fantastica analizzata da Freud, è dotata della mano
prensile per prendere le vittime al laccio del loro idiotismo così coltivato.
Questa teoria è scritta con l’illusione di essere aderente alle nostre capacità,
con l’illusione di conoscere i propri limiti, con l’illusione di evitare di
essere vittima. La propagandistica parallela è stata scritta nello stesso modo,
sino a giungere sui cancelli della fabbrica per gli schiavi assoluti. Il New
York Times ha inserito il saggio di Kahneman nell’elenco dei dieci libri più
importanti del 2011. Non per ciascuno ma per l’oligarchia, che secondo i
parametri dello psicologo Kahneman è proprio costituita da chi vuole sfruttare
le nostre vulnerabilità. Vulnerabilissima è la teoria di Kahneman: i
decisionisti staranno promuovendo già i nuovi antikahneman del futuro. E così
circolarmente, sono in gestazione i neokahneman. "Uno dei dieci libri più
importanti del 2011". È questa frase che ha ritenuto il nostro interesse per i
libri. Altrimenti pensiero lento e pensiero rapido, pensiero debole e pensiero
forte, sistema 1 e sistema 2, non ci avrebbero stimolato alla lettura, sebbene
proseguiamo a leggere talvolta anche queste pseudo teorie. All’intervistatore
che lo questiona sull’importanza del suo libro,
l’autore
gli risponde che è solo un tentativo di dimostrare di avere ancora qualcosa da
dire a settantasette anni. In particolare gli dice: "Sa, è il libro di un
vecchio. E, man mano che si invecchia, si impara a vedere la foresta, ma solo
perché si perde la capacità di vedere i singoli alberi". Siamo nell’antropologia
fantastica della foresta e del deserto, con la sua necessaria botanica
altrettanto fantastica. Siamo nella pura visibilità, nella faneroscopia che in
filosofia si chiama fenomenologia. Forse noi leggiamo i singoli alberi? Ciascun
elemento linguistico che emerge dalla conversazione tra Daniel Kahneman e
Massino Gaggi? Intendiamo qualcosa della strategia delle oligarchie che spronano
e premiano questi ricercatori piuttosto che altri anomali? Kahneman avrebbe
distinto due modi di pensare e di prendere decisioni: il sistema 1 e il sistema
2, il primo intuitivi e rapido e il secondo riflessivo e lento. E perché così
poca matematica? Perché non tre, quattro, cinque… modi di pensare e di decidere.
Perché non giungere alla logica singolare dell’inconscio per la quale ciascuno
pensa e decide?
Che cosa dice Kahneman del primo sistema. Non lo butta e tenta una trasversalità
tra i due sistemi. Siamo comunque in un’algebra superiore a quella di Aristotele
in cui il due è negato e al suo posto s’installa il sistema. Kahneman ne ha due
di sistemi, che sono "finzioni ben fondate", ma che non corrispondono a nulla
nel cervello. Dice in un’altra intervista, fatta da Matteo Motterlini, su Il
Sole 24 Ore: che i due sistemi "non esistono né nel cervello né da nessun’altra
parte".
Parla della overconfidence, l’eccesso di fiducia, che è "una nostra
caratteristica innata". Psicologismo, comportamentismo, innatismo, cognitivismo…
quanti paralogismi rispetto alla vera vita, che ovviamente non risulta tra le
pagine dei dieci libri più importanti dell’anno americano in corso. Quanti
retaggi e quanti piccoli alberi da leggere. L’eccesso di fiducia, dice Kahneman,
ci fa sbagliare, ma ci fa anche evitare la paralisi. La mente umana fatica a
distinguere tra rischi limitati e rischi di eventi estremamente rari. Mentre la
mente inumana, la mens intellettuale sì. Intellettualità che viene da Freud e
che è elusa dall’insegnamento e dal business inintellettuale. La "peste" non
solo non è arrivata negli States ma nemmeno in Israele, che oggi è una rocca
delle scienze cognitive e comportamentali. Nobel oblige. "Se dovessimo pensare
al rischio di essere uccisi da un’auto ogni volta che attraversiamo la strada,
resteremmo tappati in casa per tutta la vita". Invece è quello che accade. Chi
crede alle scienze cognitive, alle discipline sperimentali che non portano
nessun risultato se non banale, vive tappato in casa. La psiche tappata da
simili teorie, il corpo tappato esecutivamente da farmaci applicativi desunti da
cotanti teorie. Inoltre la fantasia di Kahneman è una riedizione dell’invito di
Platone a immaginarsi gli umani vittime, che appunto se ci credono sopravvivono
nella caverna. Kahneman si è interessato e si interessa alla leadership, ai
leader. Sono i suoi consigli inessenziali alla formazione dei leader che fanno
il suo successo tra i media dei leader. Al suo debutto lavorativo, Kahneman è
psicologo istruttore nell’esercito israeliano e si occupa con un test di cercare
d’intuire le capacità di leadership dei cadetti. Con sorpresa troverà che non
saranno leader i più responsabili, assertivi, equilibrati. "Fu un grosso shock.
Ma ci fu una cosa che mi colpì ancora di più – dice Kahneman – a proposito di
razionalità: pur consapevole dell’inefficacia di quel metodo, l’esercito decise
di andare avanti, come se niente fosse, con quel tipo di test. Fu allora che
decisi di dedicarmi allo studio della razionalità dei comportamenti umani". Poi,
nei primi anni Settanta, Kahneman s’imbatte in un pilastro dell’economia
classica: la teoria della razionalità dell’uomo economico. Cita a memoria il
testo che gli capitò sotto gli occhi: "L’agente della teoria economica è
razionale". Che cosa gli sarebbe successo se si fosse imbattuto nel testo di
Freud? L’inconsistenza teorica per guadagnarsi il premio Nobel è pari a quella
di un altro anomalo che ha preso un Nobel sempre in economia, partendo però
dalla matematica. John Nash. La sua analisi dei giochi cooperativi e non
cooperativi, la sua stessa nozione di equilibrio, non portano nessun elemento di
direzione nelle strategie dei conflitti internazionali, che apparentemente gli
hanno valso il premio. Lo statuto intellettuale della decisione richiede ben
altra lettura che i balbettii delle "scienze umane". È ancora da leggere la
scienza inumana, la psicanalisi, che rimane inaccettabile dai totalitarismi, che
non sono solo dittatoriali ma anche pseudo democratici.
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