Libertà di pensiero
Canto notturno

Trascorreva molto tempo al bar dove chiedeva sempre un caffè lungo e un bicchiere d’acqua. Si sedeva scegliendo il tavolo più centrale. Da lì ascoltava tutti e raccoglieva, dalle chiacchiere da bar, notizie di prima mano, fonte a cui avrebbe attinto per i suoi approfondimenti meditativi.
Aveva notato che gli avventori, come se seguissero un copione, occupavano sempre
gli stessi tavoli dove ognuno proponeva la sua parte. Li aveva così suddivisi
per tematica.

Dal tavolo dei volgari apprendeva dagli apprezzamenti che udiva, con linguaggio sconcio e scurrile, il livello di popolarità di certi personaggi pubblici. La pretesa libertà di offesa partiva dal decoro per giungere all’onore in una miserevole rappresentazione di meschinità. La diffamazione la faceva da padrona: le ingiurie, accompagnate da gesti oltraggiosi, ricadevano su persone assenti come la grandine sui grappoli d’uva in agosto. Separare le calunnie, mai concretizzate in denunce, era opera titanica: indirizzate contro Caio ricadevano, per errore nel colpo, su Tizio. Passavano alle ingiurie reciproche quando non erano d’accordo su qualche aspetto e, smettendo di interessarsi di chi suscitava il loro disprezzo, scivolavano nella ritorsione e nella compensazione delle offese, dicendosene di tutti i colori. La volgarità era il collante che univa la loro vita e disegnava gli scenari in cui si muovevano. Infervorati com’erano, poco ci voleva che venissero alle mani e che, balordi come si mostravano, colpissero gli occupanti dei tavoli vicini, compiendo il cosiddetto errore nel reato.
Innanzi a tali “animali” gli veniva voglia di compiere un abigeato portando via gli esemplari più attivi della “mandria” a pascolare lontano dal consorzio umano.
Molto più sereno era il tavolo degli innamorati. V’erano più sguardi che parole, più silenzi che discorsi. Se ne stavano come se stessero su una panchina, in un parco o su una spiaggia, incuranti di tutti, a guardarsi negli occhi, a stringersi le mani, ad accarezzarsi con lo sguardo. Prendevano le bibite senza zucchero perché amare era il loro verbo e il loro aggettivo. Non poteva che rivolgere loro l’augurio che lo coniugassero all’infinito!
Al tavolo dei sognatori qualcuno russava, qualcuno voleva rivestire gli ignudi di cultura, un altro voleva creare una società giusta da nord a sud del mondo, garantendo ad ognuno la libertà dal bisogno, l’uguaglianza nei diritti, l’armonia nel vivere.
Si chiedeva come quegli uomini continuassero a sognare innanzi alle quotidiane guerre personali e collettive, che sfarinavano i sogni singoli in follia di gruppo.
Al tavolo dei vaganti era un via vai continuo. Qualcuno si alzava e restava in piedi, muovendosi come un cavallo pronto alla corsa. Le consumazioni erano veloci, più per fame che per gusto, le parole brevi e i discorsi non conclusi per non ritardare l’andare, gli sguardi frettolosi, con gli occhi sempre alla porta. A questa categoria sicuramente appartenevano coloro che viaggiavano senza biglietto.
Avvertì che qualcuno lo scuoteva dicendogli: “Signore si svegli…sono andati via tutti…dobbiamo chiudere”. Si alzò dal tavolo della solitudine, dove brindava col silenzio, con la serenità, con lo studio, e andò via scusandosi. Nella mente aveva dei ricordi confusi: di gente volgare, di tipi che sognavano, di turisti in giro per il mondo, di due che si tenevano per mano, di un uomo solitario che si guardava intorno. Innanzi a uno specchio illuminato di un grande magazzino vide l’immagine riflessa di un vagante che se ne andava per la città deserta col suo carico di volgarità, sogni, amore, solitudine. Sentì il corpo pervaso da felicità e incominciò a cantare alla luna:
“Quando si sente che mezzanotte è esatta / batton le mani e tornan là nel mondo / mostrando sì d’esser gente di sogni matta / con l’idea della fratellanza sullo sfondo”.
Dietro segnalazione di un insonne, venne arrestato, data l’ora tarda, per disturbo alla quiete pubblica!
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