Società

Trasporti di "classe"

 

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di Katia Colica


L’uso di un sistema della mobilità sostenibile, rispetto l'Oecd , oltre a mantiene le emissioni e le scorie entro i limiti che il pianeta può assorbire "permette di far fronte alle necessità fondamentali di accessibilità e sviluppo dei singoli individui, delle aziende e delle società in modo compatibile con la salute dell'uomo e dell'ambiente, e promuove l'equità all'interno della generazione presente e fra diverse generazioni". Di contro l’uso iniquo della distribuzione del sistema trasportistico sul territorio diventa, sempre di più, uno strumento di esclusione sociale. Con l’aumento dei pedaggi autostradali e dei carburanti (la benzina verde ha toccato nuovi prezzi da record) il sistema dei trasporti pubblici si biforca diventando da un lato un ambito elitario e dall’altro un impianto fantasma che non propone alternative valide a quello privato. Il nuovo spot pubblicitario delle Ferrovie Trenitalia, ritirato dalla diffusione media in tempi brevissimi, ha esemplificato in maniera coerente all’andazzo del Paese l’approccio classista del servizio proposto: una prima classe riservata a viaggiatori manager, con attori che rappresentano un mondo troppo distante per la maggior parte dei lavoratori di oggi. Gente concentrata più che sul viaggio e la relativa destinazione sui servizi offerti, eccellenti, s’intende. Degni del sedile in pelle umana del Direttore Megagalattico di fantozziana memoria. Servizi che vanno via via scemando fino ad arrivare all’ultima classe offerta: la quarta definita "standard", rappresentata da una famiglia di migranti. La classe standard è recintata e chiusa in se stessa, e questo non solo nello spot. Trenitalia replica sommessamente: "Abbiamo rappresentato la nostra clientela multietnica".

Ma il movimento, ricordiamolo, è scambio, sviluppo, conoscenza. Già la "rivoluzione Keynesiana" applicata al mondo dei trasporti recuperava il senso sociale del settore, non più visto come un problema di costi d’esercizio e di utilità dell’utente ma come fenomeno rilevante di un settore economico che contribuisce al reddito e all’occupazione. Keynes racconta di un mondo di squilibri inarrestabili responsabilizzando gli Stati e nella Teoria Generale fondendo i concetti di Stato Etico di Hegel e aspetti sociali del Marxismo. Tra i primi Keynesiani in Italia c’è senz’altro B. De Finetti, che parla della: "Reticenza di molti nell’abbandonare gli schemi di riferimento concorrenziali…(...) L’impostazione privatistica rischia di alterare le valutazioni che dovrebbero investire senz’altro l’aspetto sociale (...) Abbandono dei requisiti propri del semplice capitalismo di pura concorrenza...con la presa in considerazione di problemi riguardanti la dimensione pubblica e l’equilibrio sociale".

I cittadini, quindi, sono sempre più relegati dentro il proprio ambiente, impossibilitati a creare relazioni complesse e volti a un sacrificio d’immobilità che crea un vortice invirtuoso. Il trasporto pubblico, quindi, se non di "prima classe" è destinato ai reietti, ai poveri, a coloro che non possono permettersi uno spostamento di "livello". I soggetti a rischio aumentano in maniera esponenziale complice la crisi economica: il reddito medio-basso costringe ad abitare in aree con rendite fondiarie minori e quindi poco servite dalle reti di trasporto. Si aggiunga l’isolamento dalle aree di servizi e la conseguente necessità di possedere un’autovettura privata sempre più difficile da mantenere. È un caso che questo sistema sia sempre più acclarato? È un caso, ancora, che oggi uno spostamento abbia un costo economico così alto da lasciarci oggettivamente e metaforicamente immobili? Il recinto quindi si moltiplica in migliaia di piccoli recinti, all’interno dei quali si sviluppa, di conseguenza, un atteggiamento disilluso e di timore per il diverso che viene soltanto percepito e malconosciuto. Una dimensione, perlopiù, facilmente controllabile se condita da iniezioni di xenofobia regolarmente dosate dai media. Le varie teorie complottistiche forse potrebbero prendere piede o forse no. I dati però restano incontrovertibili stabilendo una relazione chiara tra periferie malfornite dal punto di vista trasportistico e disagio sociale. E il costo più alto si espande a macchia d’olio definendo una struttura di emarginazione sempre maggiore e dai tratti sempre più inquietanti: il soggetto isolato non è più il reietto, il disadattato. Ma attraverso le politiche che, volenti o nolenti, diventano d’esclusione, ogni cittadino che non è in grado di mantenere per sé o la sua famiglia una rete di scambi e relazioni atta allo sviluppo è di per sé a rischio. Ritrovandosi dentro una scatola a tenuta stagna, in uno stato di sicurezza, certo. Come se il rischio passasse dalla conoscenza.

 

 

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