Pensiero
In direzione della sintonia. Habermas oltre l’astratto

Dalla stasi all’operazione. Dai
fini ai mezzi. Dalle cause alle conseguenze. In una parola questo libro di
Jürgen Habermas (Düsseldorf, 18 giugno 1929) - Il pensiero post-metafisico,
a cura di Marina Calloni, Laterza, Roma-Bari, 2006 - compone e costituisce un
preciso punto di passaggio tra due sistemi di riflessione caratterizzati da
componenti diverse. «La razionalità (Rationalität) si riduce ad esser
formale, non appena la ragionevolezza (Vernunfkigkei) dei contenuti si
volatilizza nella validità dei risultati». Il transito è, così, subito delineato:
dal mondo dominato da uno spirito «universale…immutabile… necessario» ad un
cosmo gestito da regole transitorie che si dispongono in base alla efficienza
dei risultati richiesti ed ottenuti. Dall’universo della ragione metafisicamente
fondante
(del
periodo che va dalle origini della filosofia Occidentale alla «prima generazione
degli allievi di Hegel») al pluriverso scomposto del «pensiero post-metafisico»
che vede un trionfo ed un affermarsi della «procedura», della «validità», del «quotidiano»,
del «contingente» e della «finitezza». In quest’opera (che risale al 1988 ed il
cui titolo originale è Nachmetaphysiches Denken. Philosophische Aufsätze,
Suhrkamp Verlag presso Frankfurt am Main), l’autore giunge a tale affermazione
attraverso un movimento che viene realizzato in quattro tempi storici.
All’inizio di tutto c’è la Metafisica. «Pur tenendo conto dei contrasti tra
Platone ed Aristotele, nel suo complesso il pensiero metafisico, seguendo
Parmenide, prende le mosse dalla questione dell’essere dell’essente – ed è per
questo ontologico». Ed ancora: «trascurando la linea aristotelica, con una rozza
approssimazione, chiamo “metafisico” quel pensiero, risalente a Platone, che è
una forma di idealismo filosofico e che, attraverso Plotino e il neoplatonismo,
Agostino e Tommaso d’Aquino, Nicolò Cusano e Pico della Mirandola, Cartesio,
Spinoza e Leibniz, giunge fino a Kant, Fichte, Schelling e Hegel». Il primo
tempo storico , dunque, è esemplato da quel tipo di speculazione per cui «l’Uno
è Tutto», per cui «un Primo che, come Infinito, si pone di fronte al mondo del
Finito, oppure sta alla sua base» e per cui esiste una «priorità metafisica
dell’unità sulla pluralità». Ci troviamo, insomma, in un contesto nel quale «l’unità
della ragione vale ancora sempre come repressione, non come fonte della
molteplicità delle voci». Il primo tassello di questo quadruplice passaggio/paesaggio
è, allora, quello di un intelletto uniformante, totalizzante e omogeneizzante.
Una forma di logicità che spiega esattamente tutte i propri elementi ed il
telos della stessa struttura che le soggiace e che essa sta indagando.
Nonché ogni aspetto della materia e dello spirito. Col secondo tempo storico ci
troviamo invece di fronte a una situazione in cui «il pensiero totalizzante,
orientato verso l’Uno e l’Intero, viene posto in questione dal nuovo tipo di
razionalità procedurale, che si impone attraverso il metodo
scientifico-sperimentale, proprio delle scienze naturali, a partire dal XVII
secolo, e attraverso il formalismo tanto nella teoria morale e giuridica, quanto
nelle istituzioni dello Stato costituzionale a partire dal XVIII secolo». Nasce
adesso un nuovo tipo di giudizio: esso predilige l’uso rispetto alla potenza, il
frammento invece che il globale, la strumentalità piuttosto che il movente. Dice
Habermas che questa «protesta», in realtà, si è diretta «contro la predominanza
dell’Uno in nome della pluralità repressa» e che essa è venuta al mondo «nel
segno di una critica all’idealismo di stampo hegeliano». Ciò si è verificato
perché «a metà del XIX secolo… il pensiero sistematico, orientato verso il mondo
nel suo complesso, si vide per la prima volta sfidato, anzi precipitato in una
crisi di identità, ad opera della razionalità procedurale di una scienza
sperimentale che si era venuta a qualificare attraverso propri metodi di ricerca».
Strettamente correlati a questo, sono il terzo e il quarto tempo. Essi sono: la
proposta, da parte di Habermas, della teoria dell’agire comunicativo quale nuova
strada della filosofia di fronte alla impasse descritta e la
constatazione dell’esistenza di una «scintilla di un rinnovamento della
metafisica» che viene elevando dalle ceneri del passato. L’agire
comunicativo è quello indirizzato all’intesa. Proprio ai fini di detto accordo o
unione armonica, questa proposta di pensiero, tende a far germogliare il
consenso. Si tratta, in definitiva, dell’apertura di uno spazio in cui «non vale
più come razionalmente valido l’ordine delle cose che si incontra nel mondo o
che è stato progettato dal soggetto, o che si è sviluppato dal processo di
formazione dello spirito, bensì vale quella forma di risoluzione dei problemi
che ha una certa riuscita, mediante una giusta procedura nei confronti della
realtà». Marina Calloni, nell’ «Introduzione all’edizione italiana» del volume
in questione, afferma che Habermas sta proponendo «un concetto scettico e
fallibilistico di ragione, di una ragione cioè che è incarnata nella
comunicazione linguistica rivolta all’intesa». Nell’agire comunicativo, quindi,
le azioni dei diversi attori vengono coordinate tra loro attraverso, appunto,
l’unione. «L’intesa linguistica funziona in modo che coloro che partecipano
all’interazione si accordino sulla pretesa validità delle loro azioni
linguistiche, oppure tengano dovutamente conto dei dissensi constatati». La
razionalità del discorso, ora, si presenta in tutta quella serie di condizioni
necessarie ai fini di un accordo da conseguire. Il linguaggio vale, quindi, come
fonte di integrazione sociale. «Anche la ragione comunicativa pone quasi tutto
in modo contingente, persino le condizioni d’origine del suo stesso medium
linguistico. Ma per tutto ciò che all’interno di forme di vita,
linguisticamente strutturate, avanza pretese di validità, le strutture della
possibile intesa linguistica costituiscono un fatto ineludibile (ein
Nicht-Hinfergehbares)». La proposta teorica di Habermas contempla, dunque,
all’interno di una mutata situazione filosofica (quella dell’avvento di una
ragione pratica e funzionale nello stesso momento), la scelta di una credenza
nella quale «viene a formarsi… una differenza prospettica fra esterno ed
interno, che sostituisce la differenza fra essenza ed apparenza».
Ci troviamo, in sostanza, in un mondo che ha mutato i propri connotati. La
teoria non possiede più alcun primato sulla prassi. La coscienza ha lasciato il
proprio posto centrale, come oggetto d’indagine, all’unione armonica (si è
passati cioè dalla filosofia della coscienza a quella del linguaggio). La
relazione tra Uno e molteplice (concepiti entrambi astrattamente come rapporto
tra identità e differenza) non è più concepita come una relazione insieme logica
e ontologica. Lo stesso Uno non è più fondamento e origine del Tutto. In mezzo a
questo scenario si erge, adesso, una ragione che privilegia l’attività alla
natura delle cose. Dalla stasi all’operazione, si diceva. E questa nuova
speculazione, ricercherà, da adesso in avanti, orizzonti di senso sempre più
rivolti alla strumentalità; al fare piuttosto che all’essere. L’insieme delle
elaborazioni destinate alla risoluzione di un problema complesso avrà, da ora,
la meglio sulla sostanza di quello stesso problema. E alla fine verrà sempre
perseguita la comprensione piuttosto che la motivazione. Nella chiara
consapevolezza, non solo dell’avvicendarsi dei quattro tempi descritti, ma anche
del significato dell’avventura di un pensiero che ha visto nell’argomentazione
lo svolgersi di procedure che possono, esse sole, convalidare la stessa
conoscenza umana. O almeno, quella che resta! In definitiva Habermas distingue
tre tipi di mondo: 1) il mondo oggettivo degli eventi; 2) il mondo sociale delle
norme; 3) il mondo soggettivo dei dialoganti. A ciascuno di questi tre tipi di
mondo corrisponde una specifica modalità di azione. Abbiamo così: l’agire
teleologico, l’agire regolato da norme e l’agire drammaturgico. Esiste però
anche un arto tipo di agire, l’agire comunicativo, su cui Habermas costruisce il
complesso della sua opera. Si tratta di un agire in
cui entra in gioco la dimensione linguistica (rientrante tra le caratteristiche
che distinguono l’uomo dalle bestie). Esso infatti si riferisce all’interazione
di almeno due soggetti capaci di linguaggio e di azione che (con mezzi verbali o
extraverbali) stabiliscono una relazione interpersonale. In questo senso la
stessa comunicazione assume un carattere duplice. Se la comunicazione è
indirizzata alla produzione di convinzioni finalizzate al consenso nei confronti
del potere costituito, l'interiorizzazione di forme ideologiche codificate
provoca nel soggetto forme comunicative sistematicamente distorte. È comunque
all'interno del rapporto comunicativo che devono essere colti i presupposti
generali impliciti di razionalità e verità che, se esplicitati, consentono di
distinguere la comunicazione distorta da quella autentica. Da qui la possibilità
di un agire comunicativo orientato alla comprensione, che si contrappone
all'agire orientato al successo e finalizzato al perseguimento di interessi. In
questo senso abbiamo finalmente una duplice caratterizzazione: la centralità
della coscienza (a causa della comprensione) da una parte e la centralità
dell’utile (e quindi della razionalità capitalistica) dall’altra. Habermas
propone un ritorno non solo al dialogo ed alo reciproco scambio di informazioni
ma anche e soprattutto alla consapevolezza, allo spirito critico e al dovere
morale.
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