Recensione
“Una forma di vita” di Amélie Nothomb (Voland, pag.116, euro 14,00)

“Sono un soldato di seconda
classe dell’esercito americano, mi chiamo Melvin Mapple, ma lei mi può chiamare
Mel. Sono di stanza a Baghdad”.
Inizia così la lettera datata 18 dicembre 2008, con affrancatura americana e
timbro iracheno che riceve Amélie Nothomb e dalla quale prende le mosse il suo
ultimo romanzo “Una forma di vita” (Voland, pag.116, euro 14,00). Nata in
Giappone, dopo un’infanzia in giro per il mondo per la carriera diplomatica del
padre e qualche disastrosa esperienza lavorativa, Amélie capisce che la sua
strada è quella della scrittura. Autrice di diciotto romanzi pubblicati, Amélie
Nothomb è una narratrice instancabile “ adesso sto scrivendo il mio
settantaquattresimo romanzo ma poi pubblico solo un terzo di quello che scrivo”
racconta “e sono sempre io a decidere cosa pubblicare. La mia è una scelta
istintiva, senza pensare al libro che può funzionare. Ho già scritto il mio
testamento ed ho sottolineato di non pubblicare mai i libri che ho scritto e non
ho voluto pubblicare. Per settant’anni dopo la mia morte, sarò
protetta!”.Vincitrice di numerosi premi letterari tra cui il “Grand Prix du
roman de l’Acadèmie Francaise”, il Prix Internet du livre, il Prix de Flore e
due volte il Prix du Jury Jean Giono, Amèlie oggi vive tra Parigi e il Belgio.
Con “Igiene di un assassino” del 1992 conquista i lettori e da allora riceve
posta da fans di ogni parte del mondo, ma quando a scriverle è un soldato di
stanza a Baghdad, lo stupore e la curiosità sono incontenibili, “all’inizio
pensai a uno scherzo. Ammesso che questo Melvin Mapple esistesse davvero, aveva
forse il diritto di scrivermi, e cose del genere?”. Inizia così uno scambio
di lettere con Melvin Mapple, suo lettore accanito, perchè ”i suoi libri mi
parlano. Se lei mi conoscesse meglio capirebbe”. Dalla loro conoscenza
epistolare prende forma il romanzo che alterna le epistole alle considerazioni
di Amélie. Melvin è un soldato e la sua condizione l’ha fatto diventare obeso
come tanti soldati che scoprono il terrore della guerra, “c’è gente che perde
l’appetito per questo,
la
maggior parte tra cui io, ha una reazione opposta. Torniamo dal combattimento
stupefatti, sbalorditi di essere ancora vivi, spaventati e la prima cosa che
facciamo dopo esserci cambiati i pantaloni è buttarci sul cibo...non proviamo
piacere ma un atroce conforto”. Melvin racconta ad Amèlie le sue paure ma
anche il disprezzo che sente di suscitare negli altri per il suo aspetto, ma
nonostante tutto ha voglia di riscattarsi di non rinunciare alle sue aspirazioni
artistiche. Il romanzo prosegue con un susseguirsi di lettere tra la scrittrice
e il soldato che diventano ricostruzione della storia dell’esistenza di Melvin
in perfetto stile Nothomb. “Molti lettori pensano che io abbia dei poteri
speciali” racconta l’autrice “ e c’è molta confusione su quello che scrivo. Ma
se un episodio è realmente accaduto o no io credo che scrivendo rendo tutto
reale” e in questo romanzo fa sviscerare il dramma di Melvin e si concede
attente riflessioni sul senso della guerra ma anche sull’esistenza di coloro che
vivono e convivono con una malattia o un handicap in una società sempre più
crudele e ghettizzante. Le lettere e la storia di Melvin assumono carattere
universale. Melvin le scrive epitole sempre più lunghe, più approfondite, “di
solito non vado pazza per le lettere lunghe. Spesso sono le meno interessanti.”
scrive Amélie “da più di sedici anni ricevo un tale numero di lettere da
avere elaborato senza volerlo una teoria istintiva ed empirica sull’arte
epistolare....le lettere di Melvin non mi sembravano neanche lunghe, tanto mi
catturavano. Si sentiva che le scriveva sotto l’impeto di un’assoluta necessità:
non esiste musa migliore”. La corrispondenza con Melvin diventa
indispensabile per Amélie e l’attesa della sua prossima lettera le trasmette un
misto di ansia e curiosità. Quando improvvisamente il soldato non le scrive più,
ecco scattarle la voglia di saperne di più, di indagare su quell’uomo lontano e
sul suo destino. “Le persone sono paesi. È meraviglioso che ne esistano tanti
e che una perpetua deriva dei continenti ci consenta di incontrare isole tanto
nuove” scrive Amèlie e decisa a ritrovarlo si improvvisa detective e scopre
una nuova verità e una nuova ragione del suo essere scrittrice.
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