Società
La bellezza della crisi… oltre la banalità

Perché parlare di
bellezza in tempi di crisi? Che spazio occupa in un contesto sociale dominato
dall’immagine nonostante tutto nessuno può negare che esiste una bellezza nella
musica, nella pittura o in un semplice testo di letteratura? L’esigenza di
valorizzare l’immagine è direttamente proporzionale all’interiorità, al
benessere, all’idea speciale del bello che diventa un gradevole, uno stile di
vita, un obiettivo importante, affascinante e misterioso. Ammalia l’immagine di
una elegante presenza che cattura l’interesse e l’attenzione; bello è un dipinto
che evoca imprese memorabili; incantevoli per la vista sono gli ambienti
urbanistici dapprima sciatti, rinnovati sulla base di una esigenza di
riqualificazione sempre più in crescita. Si registra una perdita del senso della
bellezza intesa come armonia, simmetria, equilibrio delle forme che sottende
velatamente qualcosa di compiuto. Una sensazione di sicurezza che illusoriamente
viene rincorsa attraverso il tentativo di migliorare ed abbellire la realtà. La
bellezza si accompagna all’estetica del XX° secolo e sembra vivere una profonda
crisi, sbandata, confusa e tentennante tra idealismo ed utilitarismo.
L’organizzazione sociale ed economica, seppure in crisi, ha continuato
imperterrita e frenetica a disgregarsi incorporando tuttavia una discreta
esigenza di bellezza.

Tutti la considerano di importanza secondaria; un complemento un pò posticcio, un accessorio che tutti ricercano e che il nostro tempo è lieto di offrirci, spesso a caro prezzo. Si dice che una cosa debba essere vera per essere bella, ma l’ideale di bellezza è stato assorbito e rielaborato diventando un bene utilizzabile in base ad una crescita del prodotto infinita che ubbidisce esclusivamente alle leggi spietate del consumismo. Non si può tuttavia intendere la bellezza come il riflesso dell’idea assoluta che conduce all’astrattismo allontanando ogni capacità di intervenire sulla realtà. Accanto al bene e alla verità, la bellezza deve diventare forza creatrice e propulsiva, in grado di trasfigurare la realtà, di andare oltre essa, attutendo così l’effimero e incanalandosi verso l’eterno.
C’è crisi in ogni settore; in campo economico, in quello dell’arte e persino della scienza. La difficoltà risiede anche nel riconoscere la vera bellezza che così entra in crisi.
Una bellezza che è idea dell’utile, del produttivo e del pratico, valori da perseguire, difficili da individuare. Una realtà nella quale la bellezza deve assumere una forma; deve prendere corpo per concretizzarsi; deve esplicitarsi e distinguersi nella banalità del quotidiano. Una bellezza che finisce per materializzarsi attraverso la frammentarietà soggettiva che offre maggiori possibilità all’espressione individuale.
Ma i prodotti nati dalla creatività individuale lasciano disorientati. Le forme d’arte non vengono interpretate più sulla base di un canone consolidato e provocano sconcerto che allontana dalla reale comunicazione. La stragrande maggioranza dell’arte, nella quale rientra sempre il concetto di bellezza, è immersa nel mondo digitale e virtuale dove il senso del bello viene costruito, di volta in volta, sugli effetti dell’informatica. Ma la comunicazione che ne deriva è solo virtuale, affatto reale e quindi poco coinvolgente. La bellezza, per essere tale, deve rispecchiare una realtà penetrata dalla verità, anche frammentata.
Non sono isolati i casi di un vero culto dello smembramento, della dispersione e della perversione che mette in luce l’incomunicabilità basata su principi soggettivi e vincolata all’autoaffermazione.
Ma se la bellezza rappresenta la totalità del frammento essa può racchiudere un significato più grande e profondo. L’interiorità dell’artista creatore capace di interpretare la crisi, di superarla formalmente e di accettarla con autocritica. Una bellezza che non risolve, non acquieta né conforta.
Una bellezza che si vive senza pretesa alcuna di addomesticarla. Una bellezza che passa attraverso la crisi e sovrasta, rapportandosi all’altro, ogni banalità.
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