Società

Linguaggio banale e alterate relazioni

 

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di Salvatore Romeo


Per un osservatore sufficientemente attento, al giorno d’oggi è possibile notare una evidente difficoltà che caratterizza la comunicazione italiana.

Difficoltà che si evidenzia in maniera più eclatante ascoltando e guardando le programmazioni televisive, un po’ meno, ma sempre presente, leggendo giornali e riviste, soprattutto quelle meno specializzate o di cosiddetto gossip (leggi vecchio e vituperato pettegolezzo), ma in maniera più subdola e con conseguenze meno generali ma molto più pervasive essa si manifesta a un livello più particolare e ristretto, influenzando i rapporti interpersonali.

Nell’ambito più generale, è spesso la diffusione di notizie parziali o a volte addirittura inconsistenti ma eccessivamente amplificate al fine di attirare l’iniziale interesse dell’ascoltatore, spesso attraverso l’impiego di un linguaggio ambiguo e stereotipato che si supponga agire in maniera pregnante sulla platea dell’utenza, a creare confusione, distacco e disaffezione.

Sì, perché un tale genere di informazione, a lungo andare, produce inevitabilmente una comunicazione astratta, piatta, inflazionata, vuota di effettivi contenuti e lontana dalla vita quotidiana e dalle esigenze di critica e di conoscenza presenti in ogni persona che "si interessa" a ciò che gli accade intorno.

La superficialità, la scorrettezza, l’eccessiva disinvoltura del linguaggio utilizzato in TV, specialmente nelle Reti commerciali, ma anche purtroppo in quelle nazionali, anche se motivato da una deprecabile tendenza a diffondere "democraticamente" la teoria del parla come mangi, nasconde invece l’incoerenza, l’incompetenza, l’ignoranza e i limiti di conduttori scelti non tanto per merito e preparazione bensì in funzione di altre "conoscenze" estremamente meno "culturali" o delle loro attrattive estetiche, come abbiamo avuto modo di apprezzare seguendo le vicende politiche di questi ultimi tempi.

Ma al di là della diffusione solo dell’ignoranza, del pressapochismo e della povertà di idee, con appiattimento in basso del livello culturale della collettività, questo genere di comunicazione produce anche, a mio parere, un’altra conseguenza.

Quando ad una parola viene conferito un significato ampio, allargato e spesso lontano da quello che sostanzialmente ha sempre avuto e che tutti abbiamo imparato a conoscere, si corre il rischio che a lungo andare essa si snaturi, perda il suo senso originario e corretto e ne assuma altri che entrano nel linguaggio comune, o meglio, corrente, perché di "comune" ha ben poco.

Un aspetto particolare può essere, per esempio, quello che riguarda termini importanti e carichi di un valore intrinseco pregnante, il cui impiego improprio può causarne la banalizzazione, e renderli così generici e poco significativi, oppure la saturazione e quindi distruggerli.

Cerchiamo di pensare a tutte quelle parole che possiedono un notevole potere evocativo o suggestivo e che perciò colpiscono principalmente l’immaginario emozionale di una persona: alterarne il senso originario e autentico, specialmente se ciò avviene unilateralmente, comporta problemi non indifferenti e ostacoli invisibili, ma profondamente percepibili, nei rapporti interpersonali.

Se questo avviene per molti termini, occorre poco acume per capire come nel tempo, e in un tempo estremamente accelerato e contratto come è quello che viviamo nell’epoca della globalizzazione mediatica (vedi internet), è la lingua stessa che viene denaturata e sconvolta provocando comunicazioni incomprensibili (specialmente in una società multietnica come quella attuale), ambigua, vaga e fonte di fraintendimenti e di aberrazioni.

In una parola, tutto questo piuttosto che agire verso una democratizzazione della comunicazione, piuttosto che procedere verso una facilitazione dei rapporti umani, contribuisce ad aumentare una sorta di incomunicabilità che disorienta e rende più soli.

Perché le immagini offerte da questo tipo di comunicazione portano al nulla o alla falsificazione della realtà, se non alla sua stessa rimozione.

 

 

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