SOCIETa'
Libera e
don Ciotti a Genova: quei nomi sono cosa nostra
Paola Bottero
Cielo grigio, a Genova. Ma
non importa: il sole è dentro ciascuno di noi. Lo ha detto qualcuno dal palco,
dopo la marcia che ha spostato un corteo di oltre centomila persone da piazza
Vittoria a piazza Caricamento, nel porto antico. Non importa chi: potrei essere
io, potresti essere tu.
Quello che ti rimane dentro, dopo una due
giorni intensa come la XVII Giornata della memoria organizzata da Libera, non è
solo sole. È questa convinzione che non ci sono io o tu, nella memoria e nelle
condivisioni. Ci sono solo noi. È tua la voce delle decine di persone che hanno
fatto la fila dietro il palco per salire a leggere una piccola porzione di
lacrime, una manciata dei quasi mille nomi che sono stati urlati nel cielo di
Genova. È tuo il nome di ciascuna delle vittime delle mafie. È tuo il nome anche
di quelle vittime che oggi non sono state ricordate. Che non sono state
nominate. «Quei nomi sono nostri. Quei nomi sono cosa nostra».
Lo dirà Luigi Ciotti al termine della
manifestazione. Prima di sciogliere le fila, che saranno riprese nel pomeriggio.
Ma tu lo senti da ieri. Lo hai sentito da quando sei entrata al Carlo Felice, in
quel teatro maestoso dove il piccolo tavolo al centro del palco era fin troppo
misero per poter sostenere le lacrime e le storie che si sono susseguite una
dopo l’altra, senza sosta. Lo hai sentito quando hai abbandonato ogni freno e
hai pianto. E pianto. E pianto. Quando le tue lacrime avevano il nome di Placido
Rizzotto e degli altri quarantadue sindacalisti uccisi dalla mafia. O quello di
Francesco, di cui il figlio Paolo, arrivato da Foggia per ricordarlo, dice «mio
padre non è da considerare un eroe, ma semplicemente un uomo giusto». O quello
di Attilio, Giuseppe, Michele, Giuseppe e Paolo, Salvatore, Serena, Dodò,
Emanuela, Nicola, Gaetano, Francesco, Dario, e delle tante altre vittime
ricordate ieri, o oggi con una foto, un nome su una maglietta, uno striscione.
(nella foto a lato: Mario Congiusta)
Piangi. Sai piangere. Piangi per tutte le
volte che non lo hai fatto. Piangi per tutti coloro che non hanno pianto, ma
anche per chi non ha più lacrime. Piangi per uno Stato che non sa piangere.
Piangi perché ha ragione Giovanni, arrivato da Crotone con la moglie e la foto
del figlio che rimarrà sempre undicenne, oggi incorniciato dal giallo
fluorescente dei giubbotti catarifrangenti. Ha ragione quando urla: «Cosa
significa che Domenico si trovava al momento sbagliato nel posto sbagliato?
Domenico si trovava nel posto giusto al momento giusto: in un campo di calcetto
a giocare con i suoi amici. Dove doveva trovarsi, se non lì? E dove deve
trovarsi, se non in carcere, chi gli ha sparato? Voglio solo le chiavi. Solo le
chiavi di chi ha ucciso lui, mia moglie e me». Ti chiedi se non sei anche tu,
nel posto sbagliato al momento sbagliato. Ti guardi intorno. Le telecamere. Quei
microfoni giganti che registrano i nomi che continuano a rimbombare per poi
salire verso il cielo. I fotografi che si accalcano sotto il palco quando al
leggio arrivano personaggi importanti, e che lasciano il vuoto e cercano invano
altre inquadrature quando a leggere la mattanza sono persone comuni. Ti giri e
ti rigiri. Scopri che anche tra i giornalisti intorno a te ci sono occhi lucidi.
Occhiali scuri nonostante il grigio del cielo. Forse devono ripararsi dal sole
che c’è dentro ciascuno di loro, i familiari delle vittime. Forse per pudore
nascondono le loro lacrime. Le tue lacrime.
E ti scuote un po’ l’arringa di don Luigi
quando si indigna contro la zona grigia intorno a noi. Quella della politica,
quella della Chiesa. E quella che cerca di avvicinarsi a Libera e alle
associazioni antimafia. Quella «con i visi da angeli», pronti ad avvicinarsi
come sanguisughe per cavalcare il dolore. Guardi meglio. Li vedi. Li conosci da
tempo, stavolta li riconosci. Riconosci quella mascella che si serra un attimo,
la noia di essere scoperti nudi come il re della favola. Ma è un attimo. Si
confondono subito con i familiari, le lacrime, la voglia di cambiare davvero le
cose.
Nel pomeriggio la memoria continua. In via del
Campo ragazzi avvolti nelle bandiere di Libera si mescolano con familiari che
portano a spasso la foto della propria vittima. Si ride. Commossi. Senti
qualcosa. Come la sensazione di aver preso parte a una cosa importante. Come la
certezza che è stato un fine settimana che ti rimarrà dentro, che accenderà una
luce, che ti farà vedere le cose in modo diverso. Ieri il figlio del generale
Dalla Chiesa diceva «tante volte a fare la storia sono le persone che non
pensano di farla». E neppure vogliono, farla. Ma l’hanno fatta. Tocca a noi
ricordarlo sempre. E sempre. E sempre.