Credere in un mondo nuovo, partecipato
attivamente e regolato dalle leggi naturali della
solidarietà e
dell’altruismo sembra divenuto oramai una chimera riservata
solamente a chi si intestardisce a voler continuare a vivere
quasi in uno stato sognante. La realtà che circonda il suo
mondo
è dominata da leggi artificiali, create probabilmente ad
arte da
un Grande Fratello che alimenta la sua brama famelica
dettando
regole che estremizzano la competizione e l’egoismo,
dimensioni
che sono, guarda caso, l’esatto opposto degli ideali cui si
accennava poche righe più su. Sembra quasi che la maggiore
soddisfazione di questo Grande Mostro risieda nel bearsi
della
confusione e del senso di incapacità che imprigionano
rispettivamente le vecchie e le nuove generazioni.
Eppure,
l’istanza di un mondo nuovo non è un’esigenza attuale, ma ha
sempre accompagnato le speranze più o meno filosofiche dei
grandi pensatori o semplicemente di quegli uomini comuni
animati
da genuino sentimento umanistico, disillusi nelle loro
attese da
una società contemporanea decadente e anomica. La
disillusione
non è un sentimento completamente negativo, però. La
consapevolezza di vivere in un contesto in cui non vengono
più
sufficientemente declinati i valori di base di una comunità
umanitaria può produrre riflessioni positive e utili.
Affinchè
ci si impegni per un mondo nuovo è necessario, infatti,
credere
di averlo perduto, immaginare che forse, in un qualche tempo
oramai lontano nella memoria, esso esistesse e che in esso
prevalevano i valori positivi. Pensiero che probabilmente
può
anche orientare l’uomo moderno verso la credenza che
impegnandosi e agendo concretamente possa di nuovo
conquistare
quell’Età dell’Oro nella quale nulla vi era che non desse
agli
uomini la massima felicità: i frutti crescevano spontanei
dalla
terra, senza la necessità di faticare col lavoro, non
esistevano
le malattie e la morte sopraggiungeva di conseguenza senza
sofferenza alcuna, come un sonno naturale dal quale un
giorno ci
si sarebbe inevitabilmente risvegliati. Certo, è una
metafora.
Ma è un mito che aiuta l’uomo a non abbandonarsi alla
rassegnazione e ad agire nella speranza di un sogno. Forse
oggi
il rischio maggiore che si possa correre è quello di perdere
questa capacità, cristallizzandosi tra le maglie di una
ragnatela dalla quale appare sempre più difficoltoso
districarsi.
E i segnali che provengono dall’alto non sembrano
incoraggiare
una qualsivoglia parvenza di ottimismo per il prossimo
futuro.
Tutto sembra preordinato per stabilizzare questa sensazione.
Nessuna cosa desta più meraviglia, così come non ci si
scandalizza più di fronte ad una perenne riforma della
scuola
che tende sostanzialmente a livellare verso il basso
l’istruzione generale a vantaggio delle cosiddette
eccellenze.
Una riforma incominciata da decenni, con il ministro
Berlinguer
prima e poi con la dottoressa Gelmini, per finire col prof.
Profumo, gente che occupa quella sedia che fu di Croce e di
Gentile… Non occorre essere ministri della Repubblica per
sapere,
infatti, che i mali della scuola risiedono nella mancanza di
risorse umane, professionali, strumentali e logistiche e nel
clientelismo e nel familismo che predomina nella scelta
degli
incarichi da assegnare, nelle cattedre da ricoprire, negli
assessori da designare. Si parla di meritocrazia nell’ultima
bozza di riforma. Ma è una meritocrazia quasi esclusivamente
mirata sugli studenti, che incentiva una società scolastica
ancora improntata sulla competizione anziché sulla
formazione,
messaggio che va verso quei valori egoistici ed egocentrici
di
cui si parlava all’inizio di questo articolo. D’altronde,
far
rimanere la massa nell’ignoranza, non dandole le possibilità
di
alimentarsi di cultura, e foraggiando piccole élites di
eccellenze (come si dice), comporta diversi vantaggi, non
ultimo
quello di mantenere un livello di informazione bassissimo
nell’opinione pubblica, uno spessore esilissimo di cultura
nella
stragrande maggioranza della gente e di conseguenza una
scarsa
propensione alla partecipazione. In quest’ambito, il
Movimento
grillino ha, a mio avviso, un grande merito. Confesso di non
conoscerne il programma politico, ma posso tentare di
riflettere
sulla sua nascita e sul suo sviluppo. La caduta del muro di
Berlino ha offerto un argomento formidabile a coloro che
dell’economia di mercato volevano fare il vangelo dei nuovi
tempi, assumendo come dogma il concetto che la caduta di
quel
muro significava la caduta del valore delle ideologie,
consapevoli che se il mondo deve sottostare alle regole
della
competizione e della liberalizzazione di tutto, in una
società
globalizzata, in esso non dovevano più esserci ideali a cui
riferirsi.
Col tempo la rassegnazione ha cominciato a
serpeggiare nel popolo, che ha cessato di essere
"popolo" per
diventare solamente una massa informe di individui che
accettava
quasi supinamente il messaggio inviato dall’establishment e
le
decisioni che venivano prese sulla sua testa, e sulla sua
pelle.
La rassegnazione era un sintomo del progressivo e
inesorabile
allontanamento del popolo dal palazzo, del distacco che la
gente
avvertiva verso una classe dirigente che non lo
rappresentava
più, che non rappresentava più le sue esigenze, di un padre
che
aveva cessato di essere padre per divenire ad un tratto
patrigno,
di una classe dirigente ossessionata dal tarlo del
"ragionierismo"
e della contabilità e che poco o nulla si interessava ai
bisogni
del popolo, senza ideali politici e senza valori umanitari a
cui
conformare il suo agire. Rassegnazione vuol dire resa e chi
si
arrende non partecipa più, né spera, né sogna. La
rassegnazione
e il distacco si sono andati sempre più incarnando
nell’astensionismo alle diverse elezioni politiche.
L’astensionismo sempre più largo rappresentava il discredito
di
cui oramai godeva questa classe politica. Se vi fosse stata
onestà intellettuale, si sarebbe dovuto da tempo innescare
in
questa classe un serio esame di coscienza, una riflessione
chiara sulle cause di questa disaffezione sempre più
dilagante e
poiché le cause, almeno quelle più evidenti, coincidevano
principalmente con la corruzione e il clientelismo, origine
di
tutti i mali, poiché da queste cose poi derivano in maniera
lineare la scarsa competenza degli amministratori e la
mancanza
di idee e di strategie orientate verso l’analisi e la
soluzione
dei problemi, l’astensionismo avrebbe dovuto far modificare
il
nostro sistema politico, rendendolo un tantino più
virtuoso.
Ma abbiamo parlato di coscienza e di onestà
intellettuale… ergo… nulla è cambiato e tutto continua a
navigare, o a naufragare, come se nulla succedesse. I
partiti
politici che vincono le elezioni continuano a governare,
scegliendo i loro yes-men nelle
varie liste (oramai tutte, non a caso, portatrici nel
simbolo
del cognome del capetto di riferimento), ignari che la
maggioranza di cui possono fregiarsi oramai è soltanto la
maggioranza di una sparuta minoranza. E allora, in questa
cornice, a mio avviso il movimento a cinque stelle ha
segnato
una svolta sociale non di secondaria importanza, nella
misura in
cui è riuscita a coagulare il dissenso e la disaffezione in
una
lista elettorale, sdoganando quella messe di voti che
altrimenti
sarebbe andata a finire tra gli astenuti, le bianche e le
nulle
e tenute in nessun conto dai cosiddetti vincitori delle
elezioni.
Il merito, secondo me, di questo movimento risiede in
questo:
essere divenuto un contenitore nel quale alcune persone per
bene
e che vogliono fare politica per spirito di servizio e per
offrire alla collettività la propria esperienza, la propria
dedizione, senza pensare per prima e unica cosa al proprio
tornaconto personale, possono inserirsi e contare su quel
dissenso diffuso che, grazie a loro e alle loro liste, si è
finalmente organizzato. E’ l’apoteosi della partecipazione,
altro che antipolitica. Senza ideologie, ma con idee e
volontà
di lavorare per il Bene.