I GRECI DI CALABRIA
di Domenico RODA'
;
La lingua greca che ancora oggi si parla in alcuni paesi dell'Aspromonte, come Gallicianò, Roghudi, Bova e Roccaforte, un tempo era parlata in tutta la Calabria meridionale. Essa cominciò a declinare agli albori del XIV secolo.
Due secoli più tardi essa tuttavia si mantiene in piena vitalità nell'intera zona dell'Aspromonte, arrivando alle porte di Reggio e di Palmi.
Giunta ai nostri giorni, vediamo la lingua greca ridotta ai suoi ultimi rifugi, Gallicianò e Roghudi. Chi sono questi Greci di Calabria?
Si sono stabiliti nelle attuali sedi ai tempi in cui il Mezzogiorno d'Italia faceva parte dell'Impero Bizantino, oppure sono gli ultimi avanzi delle popolazioni della Magna Grecia?
In mancanza di documenti storici, per stabilire la loro venuta rimane il linguaggio.
Molti studiosi si sono occupati della questione, tra i quali, C. Lombroso, D. Comparetti e G. Morosi che hanno affermato che le popolazioni Greche di Calabria si sono stabilite in Italia tra il 1000 ed il 1200.
Questa teoria è stata fortemente contrastata dal più grande studioso dei Greci di Calabria dal prof. G. Rolhfs il quale ha sostenuto che le popolazioni del mezzogiorno di lingua greca non sono i resti delle immigrazioni avvenute durante o dopo il dominio bizantino, ma risalgono ad una immigrazione avvenuta in epoca classica o pre-classica.
Sono greci italici, greci indigeni. Infatti mentre la lingua greca di Calabria ha conservato nel suo lessico numerosi termini arcaici, fenomeno questo che manca nel greco otrantino, ove i termini arcaici sono stati sostituiti dai più moderni.
Questo starebbe a dimostrare che il greco di Calabria è più arcaico e meno livellato di quello otrantino. La ragione di questa diversità è evidente: lo sviluppo e la trasformazione della lingua dipendono dalla viabilità della regione, dal grado di traffico e dai mezzi di comunicazione.
Mentre in terra di Puglia i paesi greci sono siti in pianura e con più facilità di vie e di scambi commerciali, i paesi greci di Calabria sono situati in burroni e vette inaccessibili. La differenza della Grecia salentina, da quella aspromontana appare tuttavia marcata da un drastico isolamento geografico che in passato ha imposto una economia rigorosamente autarchica e arcaica.
Nelle zone di persistenza dell'alloglossia l'attività preminente è ancora oggi la pastorizia e l'agricoltura.
Fino all'avvento del fascismo non esistevano strade. I pochi che attraversavano la montagna per scendere verso il mare e la piana di Gioia Tauro al fine di commerciare i prodotti della pastorizia e i tessuti dell'artigianato locale (lana, seta, ginestra), dovevano avventurarsi lungo pericolose mulattiere o seguire nei mesi estivi, i letti delle fiumare.
In questi termini viene descritta la Grecia calabrese dal viaggiatore Alberto Fortis nel 1788: " a Condofuri un distretto di 1036 abitanti, a Gallicianò di 385, a Roghudi di 623, a Palizzi di 863, non si sa nulla di monete coniate.
Tutto il commercio si esercita per mezzo di scambi, come presso i primi abitanti della terra.
Essi vivono chiusi nelle loro rupi inaccessibili senza strade nè sentieri,e non hanno alcun contatto con il mondo esterno ".
A questo isolamento accenna anche G. Vivenzio: " la gente che vive presso i monti dell'estremità della penisola... sono chiuse nelle balze senza comunicazioni ". La situazione appariva inalterata quando vi giunse il prof. G. Rolhfs: " quando nel 1922-23 visitai per la prima volta le località grecaniche, nessuno dei cinque centri (Bova, Condofuri, Gallicianò, Roccaforte, Roghudi) era ancora collegato per mezzo di una strada con il resto del mondo ". In queste condizioni è comprensibile come la mobilità sociale si sia conservata sempre scarsissima. Non si sono mai sviluppate attività artigianali e commerciali di rilievo.
Tra le cause della conservazione del greco nei secoli va considerata, oltre all'isolamento geografico e all'immobilità sociale, la tenacia della cultura bizantina, che ha profondamente permeato questi centri montani conferendo prestigio al greco, lingua della religione e di una consistente letteratura orale.
Anche dopo che la Diocesi di Bova abbandona nel sec. XVI, il rito greco, introducendo il latino nella liturgia e l'italiano nella predicazione, molte chiese continuano ad amministrare in greco i sacramenti.
L'analfabetismo, ostacolando i contatti con l'ambiente romanzo, ha mantenuto sempre sviluppatissima l'endogamia.
Recente è l'apertura di istituti scolastici, disertati peraltro da un'alta percentuale di ragazzi precocemente dediti al lavoro dei campi o alla pastorizia.
Fino alla I^ guerra mondiale i verbali delle amministrazioni dei comuni greci riportano accanto alla firma del segretario, talvolta di cognome non grecanico, il segno di croce degli amministratori locali.
Significativo è il verbale del Decurionato di Roghudi, del 2 gennaio 1556, conservato nell'archivio del comune di Roghudi, nel quale si definisce non di prima necessità la spesa per l'istruzione.
Lo sfacelo economico morale e culturale registrato dal Calceopulo nel suo Liber Visitationis, nel XI°ree; secolo è impressionante: i preti sono tutti quasi analfabeti, corrotti, concubinari, e dediti al guadagno.
Una data cruciale è il 1573, quando Giulio Stauriano, imposto da due anni prima da Pio V°ree; sulla cattedra episcopale di Bova, pur essendo egli stesso greco di Cipro, stabilisce, di abolire il rito greco e di introdurre il latino.
Da allora la chiesa ha usato l'italiano nella predicazione e nella omiletica.
heliosmag@hotmail.com