Narrativa: L'ombra


"La vita non è che una processione di ombre..." Virginia Woolf
Io già vedevo dilatarsi l'alba, stendersi smunta sopra la pietraia. Le nubi distillavano puntali acuminati che infierivano sulla terra inerme, sui muri soffocati dalla parietaria, sui pini marittimi, sulla bougainvillea vellutata.
Goccia su goccia, goccia dietro goccia, scandendo un ritmo cadenzato, montagne d'arenaria dal colorito asfittico, dipinti di sfondo, illusorio teatrale.
Chissà perchè tutte le imposte chiuse, tutta la musica concentrata in quel silenzio. Viole, violini tra paramenti sacri...adagio, maestoso, moderato, patetico, appassionato.
L'aspersorio-diapason tintinnava, intonando canti gregoriani, e le ombre di archi a sesto acuto, di colonne e altari e santi levigati, ordivano lo spazio sfigurato dal fibrillare delle fiammelle incerte.
Io mi seguivo, penetrando la distanza palmo per palmo, spiandomi tra l'odore degli altari, mi arrotolavo e poi mi dipanavo, mi spezzavo perdendomi e mi ricostruivo, mi avviluppavo ai marmi e scivolavo e nello stesso istante mi rialzavo.
E precedendomi mi ostinavo a non farmi superare, celandomi le alzate dei gradini, ingenuo rimpiattino tra navate che oscillando si stringevano ai lati. Ed io nascevo là dove finivo, sempre lo stesso punto, mi tormentavo, non mi era dato di potermi liberare da quel me stesso-inganno incatenato ad un miraggio osceno dell'andare, del prima e del poi, del caldo e freddo, dell'illusorio cono visuale, della vita e della morte...
L'aspersorio-diapason tintinnava, intonando canti gregoriani ed io mi udivo, modulando il suono oltre la frequenza percepibile da orecchio umano.
Rinuncia, mi dicevo, rinuncia all'inscindibile legame con quel te stesso- inganno che pulsa all'unisono col tempo, col movimento inarrestabile del mondo. Rinuncia a nascere dal punto dove muori o a morire dal punto in cui tu nasci, e persuasivo provai a sussurrare, a parlare forte, provai anche a gridare...adagio, maestoso, moderato, patetico, appassionato.
-Lasciami andare, staccami, recidimi, lasciami la libertà di rinunciare, io non ho chiesto mai d'appartenerti, lasciami adesso...
-Tra le navate il coro si era congelato in un re diesis acuto ed accorato, le colonne incominciarono a crollare sciogliendosi come cera sugli altari.
Ed il me stesso-inganno s'accartocciò sui marmi scosso da brividi di freddo.
-Rinuncia- mi dicevo- rinuncia ora ...- e dipanandomi mi arrotolai.
I cori intonarono canti muti e l'aspersorio-diapason tintinnò, le colonne si spensero di colpo, rimase il buio...
-Rinuncia- sospirai- rinuncia ora...- ma "l'ora" era passato, non c'era più.
TANIA FILIPPONE

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