SCIENZA E COMUNICAZIONE

di Carlo Calabrò;
Il 1689 ed il 1865 scandiscono due date fondamentali nel cammino del genere umano lungo la strada accidentata della conoscenza.
Quel 28 aprile del 1686 in cui Newton espose alla Royal Society di Londra il contenuto dei suoi Principia diede inizio ad una trionfale e baldanzosa corsa della scienza verso la conquista di sempre più ambiziosi traguardi nel processo di comprensione dei meccanismi che regolano la natura.
Il progetto elaborato dai fondatori della scienza moderna, finalizzato alla formulazione di leggi semplici, universali ed immutabili, non tollerava la presenza di interferenze impreviste che potessero in alcun modo mettere in discussione la struttura logica e causale dei fenomeni naturali o che comunque ne compromettessero l'ordinato sviluppo.
Affastellato dalla cornice deterministica newtoniana il percorso teorico e sperimentale della scienza occidentale attraversava sentieri lastricati di successi vieppiù entusiasmanti che rafforzavano la convinzione dell'inesorabile approssimarsi del momento decisivo in cui l'uomo sarebbe stato in grado di carpire alla natura l'unico codice di interpretazione capace di decifrarne i rapporti le interazioni e la struttura organizzativa.
L'ipotetico demone di Laplace avrebbe avuto sotto controllo una visione prospettica globale e la sintesi evolutiva della più piccola particella, come dell'intero universo; era il trionfo del concetto di reversibilità dei fenomeni fisici e della fideistica certezza professata dalla scienza che tutte le componenti dell'esperienza umana fossero matematizzabili, ivi comprese le manifestazioni sociali.
Nel 1865, Clausius, con la formulazione del concetto di entropia, mutuato dal secondo principio della termodinamica ,pose fine all'idilliaco sogno della dinamica classica. Le analisi argomentative e sperimentali di una schiera di scienziati e ricercatori attraverso la descrizione delle strutture dissipative, l'osservazione delle biforcazioni, la rottura delle simmetrie che si verificano ad ogni minima variazione dei parametri di controllo nei sistemi in equilibrio o vicini all'equilibrio avvalorarono l'ipotesi che nella natura solo una sparuta minoranza dei fenomeni osservabili obbedisce alla ripetitività ed all'ordine razionale, mentre la transizione al caos ed alla complessità costituisce la norma.
Per la fisica classica nei sistemi in equilibrio dinamico basta trovare le coordinate capaci di annullare le interazioni tra le singole componenti descritte dalle equazioni differenziali corrispondenti per garantire una sorta di omeostasi di sistema ed assegnargli l'etichetta di sistema integrabile- Al crepuscolo del XIX secolo Poincarè dimostrò che la stragrande maggioranza dei sistemi dinamici non obbedisce ai rigidi meccanismi dell'integrabilità che, quale condizione della sua realizzabilità, postula la necessità che l'unica invariante sia rappresentata dalla quantità di energia disponibile e che nel percorso evolutivo del sistema verso l'equilibrio, indipendentemente dalle condizioni iniziali, tutti i punti dello spazio di cui sia nota l'energia siano raggiungibili. In realtà in nessuno dei sistemi integrabili è riscontrabile solo l'energia quale unica invariante.
L'inserimento arbitrario di piccole variabili nelle condizioni iniziali dei parametri di un sistema possono innescare reazioni a catena con esiti esiziali per l'equilibrio omeostatico, il sistema di equazioni hamiltoniano non garantisce più, nei sistemi dinamici instabili, gli sviluppi lineari e deterministici di evoluzione degli stessi.
Prendiamo in esame, per esempio, ciò che accade in un sistema sociale perfettamente organizzato e funzionale: il formicaio.
Osservata con sguardo superficiale la struttura organizzativa del formicaio dà l'impressione di una caotica accozzaglia di individui che si muove disordinatamente in un ambiente amorfo; in realtà una più accurata e penetrante indagine fa emergere il quadro di una società organizzata nei minimi dettagli in cui la distribuzione dei ruoli e delle attività sono finalizzate alla esecuzione di programmi che garantiscano la sopravvivenza di tutti i componenti del gruppo. Naturalmente il sistema se le condizioni iniziali non fossero soggette a variazioni, segnerebbe un percorso evolutivo di interazione ed integrazione con l'ambiente circostante che tenderebbe verso l'equilibrio.
Se alcune invarianti del sistema omeostatico subiscono cambiamenti delle condizioni iniziali, per esempio l'ostruzione di un varco di accesso al formicaio causato da eventi atmosferici o da azioni deliberate di soggetti estranei, il panico provocato dall'evento traumatico si diffonde rapidamente dalla periferia verso il centro, in pochi istanti il sistema piomba in preda al caos; l'esecuzione dei programmi in corso viene sospesa ed immediatamente attivati tutti i meccanismi di difesa a protezione della struttura, il sistema è diventato instabile almeno fino alla rimozione delle imponderabili interferenze che ne hanno determinato il cambiamento di stato.
L'analisi comparata dei riscontri sperimentali emersi dallo studio di sistemi dinamici delle varie discipline scientifiche, dalla biologia alla chimica, dalla neurofisiologia alla sociologia, dalla fisica subatomica alla antropologia; ha evidenziato che la parola d'ordine d'obbligo è "comunicare".
Nello specifico campo delle scienze sociali, al quale ci riserviamo di dedicare più ampi spazi di approfondimento all'interno di questa rivista, la comunicazione costituisce l'impalcatura centrale attorno a cui vengono edificate le strutture organizzative che consentono tanto ai microgruppi, quanto ai macrosistemi di progettare e realizzare programmi di sviluppo individuale e collettivo in vista di un superiore disegno evolutivo da realizzare attraverso un costante confronto dinamico con le fluttuazioni ed i "rumori" che provengono dall'ambiente circostante.
Nell'esempio sopra riportato i canali di comunicazione dell'informazione tra la periferia ed il centro vengono attivati con una rapidità impressionante, la decodifica dei messaggi è precisa, immediata ed esente da vizi di interpretazione consentendo ai centri di comando e di controllo della struttura di elaborare in tempo reale le strategie di intervento operativo atte ad instradare il sistema verso un nuovo equilibrio che lo predispone ad affrontare altre possibili situazioni di crisi. Da uno stato di equilibrio il sistema è, dunque, transitato al caos e quindi di nuovo all'ordine.
Da quanto accennato è evidente che nè la necessità, nè il caso, separatamente considerati, forniscono canoni definitivi di interpretazione della natura. Possiamo quindi concludere con Ilya Prigogine che "nel momento in cui scopriamo la natura nel senso del physis, possiamo anche cominciare a comprendere la complessità dei problemi con cui si confrontano le scienze sociali. Nel momento in cui impariamo il "rispetto" che la teoria fisica ci impone nei confronti della natura, dobbiamo pure imparare a rispettare gli altri approcci intellettuali. Dobbiamo imparare a non giudicare per le varie forme di sapere di pratica e di cultura prodotte dalle società umane, ma incrociarle, e stabilire nuovi canali di comunicazione. Soltanto in questo modo possiamo venire incontro alle richieste senza precedenti del nostro tempo". (1).
1-I.Prigogine-I.Stangers-La nuova alleanza-Torino-Einaudi, 1981 e 1993, pp.286-287.

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