NICOLA DEOPREPIO, UN REGGINO ERUDITO PRESSO LA SCUOLA DI SALERNO E LA CORTE DI ROBERTO D'ANGIO'
di Mariangela IELO-NATSIS
Le notizie attorno a questo illustre personaggio sono piuttosto scarse; tuttavia si può mettere insieme un quadro generale sulla sua vita e sulla sua opera. E' stato abbastanza difficile, almeno per chi scrive, raccogliere le frammentarie notizie intorno a NICCOLO' o NICOLA DEOPREPIO che si trovano sparse in varie bibblioteche d'Italia e d'Europa. Presso la bibblioteca di Napoli e di Roma si trovano un articolo che riguarda NICCOLO' scritto da Francesco Lo Parco, i Codici redatti dal professor Remigio Sabbadini ed un articolo in inglese scritto da Robert Weiss che tratta delle traduzioni dal greco in latino fatte presso gli Scriptoria della Corte angioina di Napoli. Da lì è partita la presente ricerca. (1). Le notizie dei vecchi storiografi calabresi, in effetti, si limitano ad un accenno sulla città di nascita, sulla professione e sul periodo in cui egli avrebbe operato; tuttavia questi dati non sono sempre veritieri e solo lo Spanò Bolani, nella sua opera intitolata Storia di Reggio Calabria, ne parla brevemente ma con esattezza. (2) Questo autore trecentesco, nato a Reggio Calabria presumibilmente intorno al 1280, pare appartenesse alla famiglia di orgine greca dei Deoprepio. Contemperaneo del monaco Barlaam di Seminara e di Leontio Pilato, contribui' al risorgimento degli studi ellenici in Italia. Niccolo', probabilmente, compi' gli studi classici in patria dove, forse, apprese anche i primi rudimenti dell'arte medica. Successivamente si trasferi' a Salerno e consegui' la laurea in medicina presso la Reale Accademia. In questa Scuola insegnarono i medici e i filosofi più famosi del tempo, fra cui ricordiamo il Dottor Angelicus, San Tommaso d'Acquino. Quando il giovane calabrese vi si recò l'Istituto, che aveva raggiunto una grande floridezza tra il XII ed il XIII sec. quando sulla base della medicina greca tradizionale erano sorte le facoltà chirurgiche, si trovava già in lieve decadenza. (3) Tutti i più grandi medici medievali si erano formati presso la scuola di Salerno che continuerà a funzionare fino al XIX secolo anche se la sua decadenza fu inarrestabile dal XV sec. in poi. L'importanza della scuola medica salernitana, rispetto alle Facoltà di medicina degli Atenei di Napoli e di Bologna, consistette nel suo mantenersi fedele alla tradizione Ippocratico-Galenica: Napoli, Bologna e Montpellier avevano purtroppo accettato già in buona parte le dottrine degli arabi, mentre a Salerno esse non erano riuscite ad alterare la fisionomia di pensiero tipicamente greca della Scuola presso cui altri illustri medici calabresi, tra cui ricordiamo Giordano Ruffo di Cosenza e Bruno di Longobucco (4) medicus in re chirugica nullus secundus,avevano insegnato. C'è da dire che in Calabria nel 1300 funzionavano ancora molti cenobii basiliani e scuole private di medicina, che si erano formate sulla base di quella che Cassiodoro aveva fondata ne V sec. nel suo monastero di Squillace. Presso tutte le scuole mediche calabresi poi, erano conosciute nel testo originale greco le opere di Dioscoride che trattavano delle virtù delle erbe, di Celio Aureliano impostate sulla medicina teorica, ed una raccolta, anche questa in lingua greca, dei Precetti medici e delle opere terapeutiche di Ippocrate e di Galeno (5); Reggio era anche famosa per la conoscenza della medicina classica perchè attingeva notizie dal monastero del Santissimo Salvatore a Messina, che era di pieno di biblioteche contenti molte opere di scrittori di medicina e di raccolte di ricette e terapie in lingua greca. Il contributo al mantenimento della medicina di tipo classico dato dal sud dell'Italia fu grandemente importante: le condizioni in cui si trovava la medicina in Europa durante il XIV sec., erano effettivamente, abbastanza difficili, e la tradizione greca radicata nel nostro Meridione riuscì in parte a salvarla dalla catastrofe, perchè ormai presso tutte le Scuole e le Università imperavano traduzioni arabe di tutta la scienza filosofica antica ed i testi di medicina riportavano degli emendamenti fatti sulla base delle conoscenze alchimistiche tipiche di questo popolo che ne guastavano irrimediabilmente l'efficacia dal punto di vista pratico da un lato, ed il carattere di tipo morale e filosofico dall'altro. Le traduzioni dal greco antico in latino offrivano inoltre, conoscenze tecniche che servirono a proteggere la scienza dalle tenebre in cui tentava di avvolgerle l'ascetismo medievale, che suggeriva per esempio come mezzi supremi di salute dei pellegrini verso Santuari famosi, acque benedette, reliquie varie e, come scrive il De Rensis, persino esorcismi. L'arabismo poi, invase quasi tutti gli Studi e le Università, come già abbiamo notato, e tutte le forme della scienza greca erano in balia ai sofismi, al fanatismo, alla superstizione, all'errore. (5) La Scuola salernitana fu quella che resistette di più agli influssi arabi, Bologna meno di tutte, Montpellier non oppose resistenza. Questa medicina volgarizzata e travestita alla maniera orientale ebbe così un grande successo, ed offuscandosi l'idea della medicina intesa anche come un'applicazione rigorosa di un codice filosofico e deontologico, anche molti medici divennero avidi di guadagno promettendo anche guarigioni impossibili, facendo cure dannose che però erano complicate e spettacolari, lasciando in un lontano cantuccio della loro coscienza il Giuramento di Ippocrate. (6) Uno tra i primi a levare la voce contro l'arabismo fu il Sommo Poeta Francesco Petrarca che, afflitto in età avanzata da varie malattie, critica aspramente nelle Epistolae Familiari, nelle Epistolae Senili e nelle Epistolae Invectivae i medici arabisti. Egli quasi li odia ed, in alcune delle Epistolae Senili, ne enumera i difetti, le deficienze, la ciarlataneria e l'impostura; scrive infatti all'amico Giovanni de' Dondi: "..E quì di una cosa m'è d'uopo pregarti innanzi di por fine alla lettera: ed è che mai nel consigliarmi tu non ti valga dell'autorità degli arabi. Io ne aborro la razza. Dei Greci so bene che furono grandi per ingegno e per facondia; e so che molti furon tra loro filosofi illustri, poeti ammirabili, eloquentissimi oratori, matematici insigni e solenni professori di medicina. Ma in quanto agli arabi tu potrai pensare e dire dei medici ciò che vuoi: per quel che riguarda i loro poeti io so che di loro non si dan più fiacchi, più snervati e più turpi; e quantunque in tutte le nazioni, secondo che tu dici, diversamente disposti e a diverso genere di cose acconci fioriscon sempre preclari ingegni, dall'Arabia io non credo ci sia venuto mai nulla di buono...". (7) Petrarca perciò, odiò la medicina a causa degli arabi, vagheggiando il ritorno a quella di carattere greco e latino, il poeta diffidò sempre della medicina non potendo più distinguere quella greca da quella araba e, pur lanciando varie invettive contro i medici suoi contemporanei, stigmatizzò la ciarlataneria contribuendo indirettamente al risveglio della medicina classica. Scrive infatti nella Invectiva I Contre Medicum: "... illam lege invenies me nil omnimo contra medicinam, nilque contra veros medicos locutum, sed contra discerptores atque adversarios Hippocratis, quod eodem plaudente fieri credidi... ". (8) Il risorgimento degli studi classici nel sec. XIV, fu favorevole anche per le scienze mediche, poichè oltre a quelli arabi comparve anche un'altra categoria di terapeuti quelli cosiddetti empirici che, assieme al fanatismo ed alla superstizione avevano peggiorato gli effetti delle terribili epidemie come la lebbra e la peste che avevano falcidiato la popolazione europea nel 1348. Il De Rensis ne parla nella sua opera intitolata Storia della Medicina: "... la terapia dominante e l'astrologia allontanavano le menti dalle vere cagioni. La gravezza del male e la fallanza di ogni genere di trattamento distruggeva in taluni ogni fidanza nella medicina, in altri ispirava fede per inette pratiche e per rimedi inutili o dannosi. La ciarlataneria, la quale mossa da vile interesse, sostenuta dall'intrigo, appoggiata dal bisogno, insorge gigante in mezzo ai popoli conturbati da gravi sventure e malattie epidemiche, veniva a crescere il danno, che l'umanità doveva aspettarsi dalla medicina araba...". (9) Si comprese perciò che l'unica via di salvezza era il ritorno al passato, l'esatta conoscenza scientifica di questo, ed il fatto che esso tenendo conto degli errori dei contemporanei, avrebbe potuto suggerire altre cure future. Cominciò così il risorgimento delle opere degli scrittori medici antichi, promosso proprio nel Meridione d'Italia che stando a ciò che scrisse il De Rensis fu: "... il primo promotore della medicina classica non alterata dagli arabi...". (10)
Avendo ultimato gli studi di medicina presso la Scuola di Salerno, Niccolò non tornò a Reggio ma si recò a Napoli forse nella speranza di far fortuna nella Capitale del Regno Angioino in cui i medici erano tenuti in grande considerazione. La famiglia reale risiedeva lì, e non sfuggì loro tanto la perizia medica quanto il talento letterario del Deoprepio che, come sembra, fu invitato a Corte dallo stesso Re Carlo II d'Angiò, ma non come medico ma come traduttore. (11) I Re Angioini al pari di quelli Svevi, promossero gli studi, la cultura e soprattutto amarono la tradizione. Nel caso degli studi riguardanti la medicina vollero presso di loro i migliori traduttori di greco antico, poichè i libri di Ippocrate, Galeno, Nicola Mirepso, i vari trattati di biologia di Aristotele, e così via fossero tradotti in latino da persone estremamente competenti, e Carlo I d'Angiò, aveva già fondato nel suo castello dell'Uovo una biblioteca detta Thesaurum in cui aveva cominciato a raccogliere tutti i codici in lingua greca considerati i più rari e pregevoli, includendovi anche eccezionalmente l'enciclopedia medica tradotta ed emendata in lingua araba da Abubater, avuta da lui in dono dal sovrano di Tunisi nel 1270, ed avendo nel suo studio di traduzioni anche un traduttore dall'arabo, il famoso ebreo di Girgenti Ferraguth, che tradusse in latino la Destructio Destructionis di Averroe. Il più celebre di tutti i traduttori fu però il filologo medico Niccolò da Reggio, poichè egli tradusse sempre direttamente dal greco in latino e mai dall'arabo tutti i libri di Galeno, buona parte di quelli di Ippocrate ed altri di scrittori antichi. Fin dal settembre del 1308, ad appena 28 anni, egli consegnava a Carlo II alcune traduzioni di libri di medicina, servigi dei quali pare che egli fosse ben lautamente compensato. (12) La gloria del Deoprepio raggiunse l'apice sotto il Re Roberto d'Angiò che successe al trono al padre nel 1309 e che gli offrì il De Flebotomia di Galeno da tradurre. Il Re Roberto stimò ed amò Niccolò ricompensandolo sempre con abbondante generosità e nominandolo Lettore di Medicina presso lo Studio di Napoli nel 1309. (13) Il nuovo Re fu egli stesso una persona colta e sensibile alle lettere, tanto che sia Petrarca nelle Epistolae Familiari e nelle Epistolae Senili (14), che Boccaccio nel De Geneaologia Deorum (15) ne fanno grandi lodi. Roberto d'Angiò rimodernò la biblioteca del Castello dell'Uovo, e ne affidò la direzione ad uno dei bibliotecari più famosi della sua epoca, Paolo da Perugia; la fama di questo re colto fu tanto vasta che lo stesso Dante Alighieri ne apprezza le qualità letterarie citandolo, nel Paradiso, come " Re del Sermone " (15), ed ancora fu considerato dal Villani nella Cronica come: "... amante della medicina ed ottimo fisico..." (16) e nell'Anonimo Laurenziano è riportato come: "... optimus phisicus et astrologus..." (17) Niccolò da Reggio perciò trovò sotto questo re un ambiente culturale a lui molto favorevole, ed occupò così un alto grado presso la Corte Angioina. Apprezzato anche come medico, il nostro Traduttore fin dai suoi primi tempi a Napoli fu al servizio del figlio minore di Carlo II, il Principe Filippo di Taranto, che lo incoraggiò a tradurre il De Utilitate Particularum opera che Niccolò dedicò a questo giovane aristocratico. Contemporaneamente godeva della stima e dei privilegi che il Re Roberto gli concedeva; anzi i due regali fratelli assegnarono di comune accordo al Reggino un vitalizio perpetuo, valevole anche per i suoi discendenti. Di carattere schivo e dedito ai suoi studi, Niccolò seppe evitare i pericoli degli intrighi di Corte che la principessa greca Ithamar prima moglie del Principe Filippo e la seconda Caterina di Courtenay intessevano avvelenando il clima della Corte. Preferì perciò accompagnare il suo Re in vari viaggi diplomatici, portando sempre con se qualche manoscritto da tradurre, come fece durante un viaggio ad Avignone durante il quale attese alla traduzione di alcune opere di Galeno che presentò poi presso la Curia Papale che colà si trovava. Il famoso professore di medicina di Montpellier, chirurgo personale del Papa, il famoso Maestro Guido di Chauliac ne fu talmente entusiasmato che introdusse le traduzioni di Niccolò all'interno della sua Università, forse uniche in latino tra quelle arabe e lodandole anche nel proemio del suo trattato intitolato Chyrurgia Magistri Guidonis De Caulico in cui è riportato: "... in hoc tempore in Calabria Magister Nicolaus de Rhegio in lingua greca e latina perfettissimus libros Galeni translavit et in eos in Curia nobis trasmisit, qui altioris et perfectioris styli videntur quam translati de arabica lingua..." (18) Ritornato a Napoli, Niccolò intraprese i veri uffici di medico, traduttore ed insegnante continuando per oltre un ventennio a godere il favore del suo Re il quale gli ordinò le più accurate ricerche per rintracciare le altre opere di Galeno; tutto ciò è comprovato dai registri della tesoreria del Regno sui quali vi sono annotate le spese sostenute dal Regno di Napoli, per tali acquisti e per il loro reperimento, per la carta pergamena, per la trascrizione ed infine i compensi dati ai copisti ed ai miniatori tra i quali vogliamo ricordare il famoso Luca di Spoleto. Il Re Roberto, inviò i propri ricercatori fino alla Corte dei Paleologhi a Bisanzio, allacciando rapporti amichevoli con l'Imperatore Andronico III che da Costantinopoli gli inviò in regalo tutti i testi di Galeno che non erano ancora stati tradotti in latino, tra cui il De Passionibus unicusque particulae, che fu successivamente tradotto da Niccolò nel 1335 e che dedicò a tutti e due i Sovrani. Il filologo-medico reggino fu legato da cordiali rapporti al famoso dottore Giacomo Pipino di Taranto, al Maestro Marcoloni, ed a molti filosofi, medici, giuristi e poeti suoi conterranei tra i quali ricordiamo i fratelli Macedono, Matteo Silvatico da Salerno, Luca da Penne, e soprattutto il monaco calabrese Barlaam da Seminara, che per dieci mesi si trattenne presso la Corte di Napoli, come ci informa Petrarca; (19) un altro illustre poeta, il Boccaccio nel De Genealogia Deorum, ci informa del rapporto di lavoro e di amicizia tra Paolo da Perugia e Niccolò, al quale il primo forniva i testi da tradurre. Un'altra grande amicizia fu quella che il Reggino strinse con il miniatore Luca da Spoleto, e non è improbabile che Boccaccio durante il suo lungo soggiorno presso la Corte di Napoli non abbia conosciuto personalmente Niccolò e tuttavia già abbiamo potuto notare che era a conoscenza della sua opera. L'ultimo lavoro datato che Niccolò ultimò a Napoli fu il De Disnia di Galeno nel 1345, e fino ad allora egli godette di onori, fama e denaro. Il famoso grecista italiano fu un uomo semplice, integro ed un indefesso lavoratore; ciò potrebbe spiegare l'assoluta mancanza di documenti sulla sua vita e sulla sua opera dalla morte in poi del Re Roberto avvenuta il 20 gennaio del 1343. Certamente la nuova Regina Giovanna I, impegnata attivamente agli intrighi di Corte di Caterina de Courtenay e di Agnese di Perigord non aveva voglia di preoccuparsi né dei libri di Ippocrate e Galeno né del loro vecchio traduttore, e gli studi di filosofia, medicina, filologia e giurisprudenza, caddero in breve tempo in oblio. La nuova giovanissima sovrana infatti, faceva presagire alla Casa Regnante un periodo terribile. Niccolò si spense attorno al 1350, travagliato ed amareggiato da questi catastrofici avvenimenti.
Note:
F. Lo Parco: Niccolò da Reggio, grecista italiota del sec, XIV, Napoli 1909. R. Weiss: The translators from the greek of the Angevin Court of Naples, Rinascimento, I fasc. 3/4, 1950. R. Sabadini: Le opere di Galeno tradotte da Nicola de Deoprepio, XIV, Napoli 1909.
D. Spanò-Bolani: Storia di Reggio Calabria. Ed. D'Angelo, 1891, vol. II pagg. 289/90. Mariangela Jelo-Natsis: Nicola Deoprepio. Un greco traduttore di Ippocrate e Galeno presso la Corte di Roberto d'Angiò. vol. LV, Parnassos, Atene.
D. Spanò-Bolani: Op. cit. pagg. 289/290.
De Renzi: Collectio Salernitana, Napoli, Filiatre-Sebezio 1854. De Renzi: Storia documentata della Scuola Salernitana, Napoli, 1854.
Zavarroni: Bibliotheca Calabra, Neapoli, pag. 50.
De Renzi: Collectio Salernitana, op.cit. vol. I pag. 357.
Giacosa: I medici nell'antichità, in La lettura del luglio 1903 a. III n.7 pag. 593/94.
F. Petrarca: Sen. XII, 2 trad. del Fracassetti in Lettere Senili di F. Petrarca, Firenze, Le Monnier 1892, vol. II pagg. 260/261.
F. Petrarca: Invectivae I, Contra Medicum, in Opera ed Basileae 1554, vol. I pag. 1203.
De Rensi: Storia della medicina, op. cit. vol.II pag. 216.
De Rensi: Storia della medicina, op. cit. vol.II pag. 287.
Minieri-Riccio: Registri Angioini, Reg. 1308, B. n. 271 fol.6.
De Rensi: Collectio Salernitana, op. cit., vol. III, pag. 335.
De Rensi: Collectio Salernitana, op. cit., vol. III, pag. 338. Si veda inoltre Registri Angioini dell'anno 1309, fol. 178.
F. Petrarca: Fam. I, 1 XII, 7; Sen. III, 4; X, 2; G. Boccaccio: De Gen. Deorum, 1 XIV c. 22.
Dante Alighieri: La Divina Commedia, Paradiso, VII, 147.
G. Villani, Cronica c. X e Cronica di Parthenope II c. 15.
Anonimo Laurentiano citato dal De Blasiis, op. cit. pag. 182.
Magistri Guidoni de Chauliaco: Chyrurgia, Venezia, 1513.
F. Lo Parco: Petrarca e Barlaam, Ed. Morello, pag. 23/25.