KUNDERA: LA BLOBBIZZAZIONE DEL REALE

N.d.R.: Leggere con lentezza!

di Gianfranco Cordì
"Aveva ragione Ghezzi". Questo pensiero viene in mente leggendo l'ultimo libro di Milan Kundera ("La Lentezza" - Ed. Adelphi) - o almeno: a me è venuto in mente. Vediamo un po' perchè: leggiamo quanto scrive Kundera a pag. 136 : " In un lampo tutto il suo passato gli appare non come un'avventura sublime, ricca di avvenimenti drammatici ed eccezionali, ma come il minuscolo frammento di una accozzaglia di eventi confusi che hanno attraversato il pianeta a una tale velocità da impedire a chiunque di distinguere la fisionomia, sicchè forse Berck ha avuto ragione a prenderlo per un ungherese o per un polacco, perchè lui forse è davvero ungherese, polacco, o magari turco o russo - o addirittura un bambino somalo moribondo". Inevitabile: questo è Blob. Lo scienziato ceco a cui si riferisce questo frammento (e siamo già in tema) si accorge di essere capitato nel bel mezzo di un Blob. E non di uno qualsiasi, uno di quelli che ogni sera possiamo vedere guardando Raitre, ma nell'unico immenso grande Blob globale che tutti ci accoglie pietoso e crudele assieme nei suoi infiniti fotogrammi. E ben si sa: nel bel mezzo di un Blob la propria identità è niente, meno di niente, un esile parentesi fra il fotogramma immediatamente precedente e quello successivo. E non solo: la propria identità è -come dire - definita dalla triade di fotogrammi: precedente- attuale-successivo: così che -come accade nella Vita-impossibile è la identificazione di una singola personalità presa di per se ma per potere conoscerla e riconoscerla (sempre in parte è ovvio; mai completamente) si ha bisogno della vicinanza di altre personalità. E queste di altre ancora. Kundera ci conferma quindi quello che Ghezzi e i suoi soci hanno intuito anni fa creando quel supremo contenitore di vita - che è poi esso stesso Vita; ovvero Blob: il programma televisivo più reale che sia mai stato realizzato. "La Lentezza" è questo; sembrerà curioso, ma è soprattutto questo -non solamente, ma soprattutto questo. Nel villaggio oramai globalizzato siamo tutti soltanto un breve fotogramma fra altri due che ci negano, che ci confondono, che ci snaturano. Ma che al tempo stesso irrevocabilmente: ci determinano. Così lo scienziato ceco più che il simbolo "ebro di malinconica fierezza" della resistenza in un paese tanto tormentato dalla storia come il suo, ci appare (e giusta la legge di Blob: è) solamente un vecchio reduce alle prese con problemi di denti e di memoria. E così anche gli altri personaggi: Vincent non è il giovane brillante intellettuale che si sforza di essere: ma anch'egli è un "ballerino"; un ballerino proprio come quel Berck che tanto sente di detestare, e come tutti quelli il cui comportamento suole stigmatizzare con questo appellativo. (E' un altro personaggio del libro, Pontevin, che conia questo concetto di "ballerino" e lo fa in questa maniera: " Il ballerino si distingue dall'uomo politico comune per il fatto che non desidera imporre al mondo questa o quella organizzazione sociale (...) ma occupare la scena perchè il suo io possa rifulgere"). Ballerini sono dunque: Berck, Pontevin, Machu, Goujard; personaggi questi che sono ballerini quasi per definizione; ma in realtà è facile osservare che ballerini sono tutti i personaggi del libro. Non solo Berck, Machu, Goujard, ma anche: Julie ed Immacolata, l'operatore televisivo suo amante e lo scienziato ceco, Madame de T. e il suo cavaliere e persino Vera e l' Io-narrante. E ancora non solo: ballerini siamo tutti noi che leggiamo il libro, e ballerini sono quelli di noi che non l'hanno letto, perchè -come dirà a un certo punto un personaggio minore a Vincent- : "siamo tutti ballerini come dice lei. Anzi le dirò di più: o siamo ballerini o siamo disertori". Ovvero: o siamo ballerini o non siamo. Nel grande palcoscenico planetario del villaggio globalizzato dove le distanze continentali sono passeggiate lungo le mulattiere televisive è impossibile non essere ballerini. Solo se si è ballerini si esiste. Ed essendo tutti ballerini logica conseguenza è che non ci siano più spettatori. La grande danza davanti ai teleschermi del mondo intero è una pantomima senza capo ne coda. Si danza, si danza e si viene ripresi dalle telecamere. Ma tutto questo è Blob. E nel Blob planetario onnicomprensivo il grado di velocità delle immagini è direttamente proporzionale all'intensità dell'oblio. Che è oblio di Tutti e di Tutto. Nel villaggio globale si corre, si danza, si vive senza memoria; la memoria è un inutile peso per chi è impegnato nelle sue evoluzioni sul palcoscenico del secondo millennio. Quello che conta è solamente la danza. E in questa maniera siamo tutti blobbizzati. E nel Blob: lo scienziato ceco è un bambino somalo agonizzante, Vincent è un cavaliere del `700; e siccome il Blob e la Vita sono la stessa cosa accade che quelli che solamente un po' di tempo fa portavano il manganello indossino oggi il doppiopetto, e noi tutti presi e persi come siamo nella velocità non ci rammentiamo più di loro: di quello che sono stati: quello che tuttora sono. E non ci ricordiamo più nemmeno di chi solamente fino all'altroieri si infilava un cappuccio in testa e costruiva un impero grazie a strane amicizie, e che adesso ha sostituito il cappuccio con l'effetto flou, ed all'impero fatto con le strane amicizie: l'impero fatto col suffragio universale. E non ricordiamo, e non ricordiamo. Però una speranza ce l'abbiamo ancora. L'unica speranza alla quale dobbiamo aggrapparci: La Lentezza. Solamente con la lentezza potrà tornare anche la memoria. E con la memoria individuale anche la memoria storica. Rallentando, carpediemizzando: cogliendo i singoli attimi e dilatandoli, spezzando ogni scena in una serie infinita di tante scene, e queste in altre scene ancora; solamente così potrà tornare la memoria. Da questo tentativo dipenderà l'unica possibilità che avranno i personaggi del libro per potere essere felici. E non solo loro. Sentite Kundera cosa dice al cavaliere che sul finale cerca di mettere in atto il potere della lentezza che ha scoperto: "Ti prego, amico mio, sii felice. Ho la vaga impressione che dalla tua capacità di essere felice dipende la nostra unica speranza". Dalla lentezza l'unica speranza. Ecco il messaggio che ci regala Kundera alla fine del suo breve (lento) romanzo. Riuscirà il cavaliere ad essere felice? Riusciremo noi ad essere felici? No: la vera domanda è un'altra: riusciremo a rallentare? Il romanzo di Kundera serve semplicemente, credo, a farci meditare su questo. In sole 157 pagine (piuttosto dilatate in verità) Kundera ha confezionato uno Scherzo. L'ennesimo. E' uno scherzo per la struttura stessa del romanzo, per l'aria di (finta) spensieratezza che vi aleggia, per le trovate brillanti e oltraggiose tipiche proprio degli scherzi più ben congegnati. Ma guardacaso proprio Lo Scherzo era il titolo del suo primo romanzo. E se andiamo poi a scorgere l'elenco dei successivi ci accorgiamo che è una scelta tematica molto evidente. Basta allo scopo guardare solamente i titoli: "Amori ridicoli", "Il libro del riso e dell'oblio", "L'insostenibile leggerezza dell'essere" per potere testimoniare quello che è stato l'interesse e l'impegno di Kundera nel corso dei trent'anni successivi all'uscita del primo Scherzo. Un interesse e un impegno che si è configurato in quelle tematiche che sono comuni a tutto il corpo della sua opera. Qui mi preme sottolineare semplicemente questa sorta di circolarità presente in Kundera dal suo primo romanzo ad oggi: circolarità che non è una ripetizione pedissequa di motivi e idee ma che è stata nel corso degli anni (e dei libri) ricerca e approfondimento sia a livello formale che sostanziale, pur nel rispetto di quelle che fin dall'inizio sono state le linee fondamentali della sua speculazione. E dunque come uno scherzo era quello di trent'anni fa, così è uno scherzo questa lentezza di oggi. E se quello era uno scherzo e per la forma e per i contenuti, così questa lentezza è uno scherzo per la forma: tutta la storia che vi si racconta è una non-storia creata durante una serata ed una notte in un castello settecentesco da un autore-demiurgo accompagnato da consorte che, a volere subito sconfessare le proprie intenzioni l'autore-demiurgo stesso ci tiene subito a dichiarare Vera (di nome ed ovviamente in contrasto con il resto del racconto palesemente falso, sia nei personaggi che mette in scena: tutti letterari e quindi irreali, sia in se e per se come racconto: storia fra l'altro di un incontro impossibile fra personaggi separati da 200 anni di storia). E nondimeno questa lentezza è altresì uno scherzo per i contenuti: infatti se la storia stessa è una non-storia e quindi uno scherzo dell'autore (come fra l'altro confesserà egli stesso ad un certo punto della narrazione, quasi a voler aggiungere un ulteriore divertimento al divertimento) anche le sottostorie che si intrecciano nel corso della storia principale sono tutte delle non-sottostorie. Fra queste se ne possono contare almeno 4 che riguardano ciascuna una coppia diversa. La prima è quella dell'autore-demiurgo stesso e della sua consorte Vera che si mettono in viaggio decidendo di passare la serata e la notte in un castello, vi arrivano, vi passano la serata e la notte ed alla fine vanno via. Nel corso del soggiorno l'autore-demiurgo creerà tutte le sottostorie e tutta la storia compreso il sonno della sua consorte ed il suo agitato risveglio: storia di lentezza tout-court. La seconda è quella di Madame de T. e del suo cavaliere; non-sottostoria come dire conclamata dall'autore: infatti è il sunto di un racconto di Vivant Denon (o che almeno a lui viene attribuito): racconto di una notte di passione e di tradimenti: storia di lentezza femminile. La terza è la non-storia di Julie e Vincent incontratisi ad un congresso di entomologi che - naturalmente - si svolge proprio nel sunnominato castello e nel giorno dell'arrivo dell'autore-demiurgo in esso. Storia questa di amplessi mancati e di immagini volanti per la mente: storia di lentezza non trovata. La quarta è la non-storia di Immacolata e del suo amante, l'operatore televisivo, in alcune fasi definito semplicemente: l'uomo in pigiama. Storia quest'ultima di un suicidio mancato e di un falsamore che si ripeterà costante nel tempo: storia di lentezza circolare.
A queste sottostorie si aggiunge quella dell'alter-ego dell'autore-demiurgo: quello scienziato ceco, scopritore di una particolare mosca, che si aggira adesso per i corridoi e le piscine dell'albergo nella speranza di poter almeno testimoniare se non il fatto di essere stato toccato dalla grazia dell'Attualità Storica Planetaria Sublime in virtù degli avvenimenti accaduti nel suo paese (confutabile perchè già blobbizzato dagli avvenimenti successivi e precedenti), almeno il fatto (inconfutabile) di avere un ricordo concreto e tangibile dei venti anni trascorsi a fare il muratore: un'ottima muscolatura. Lo scienziato ceco dunque: simbolo di tutto quello che Kundera è stato e non è stato, o almeno di tutto quello che è stato fino a un certo punto della sua vita: fino a quando ha riparato in Francia nel 1975 - contrariamente al personaggio del romanzo che invece è rimasto nella sua terra fino al termine dell'occupazione russa. E nel garbuglio di queste 4 non-sottostorie (più quella come dire trasversale dell'entomologo ceco) ci accorgiamo che forse Kundera vuole dire altro; che, per citare un ulteriore suo titolo, la vita in qualche maniera è sempre altrove. Non in quello che ci sta dicendo ma un po' più in là: nel regno del vero che però - come abbiamo visto - è diventato oggi il regno del Blob: e dunque forse la vita, straordinariamente, non è più altrove ma è lì nelle pagine di una storia che non è una storia, dentro l'anima di personaggi che non sono personaggi, ed in un tempo che non è più un tempo effettivo, ma che forse lo è stato. Quando? Beh: forse per l'ultima in quel magico settecento in cui i saggi - quelli veri, quelli che Erodoto definì tali - " non ricercavano alcuna attività connessa con la lotta " ma invece avevano come occupazione esclusiva la conquista del piacere. E in nome del piacere e della sua conquista, della leggerezza e forse della felicità, Kundera ci lascia intuire, quasi come fosse un tenue barlume fra le molteplici parvenze della scrittura, qual'è l'unica salvezza oggi possibile. Sarà allungando le distanze e non più accorciandole, fermandosi e non più accelerando, assaporando il momento invece di rincorrere il successivo, trasformando il Blob in una moviola che la salvezza ci si offrirà. A noi starà il compito di far si che questa diventi una possibilità concreta da poter offrire alla nostra esistenza; questo - secondo Kundera - dovrà essere il nostro impegno. Nella certezza che una volta posta in essere quest'unica possibilità di salvezza che ci è consentita, avremo finalmente cambiato il corso delle cose; perchè - e questa è la grande scommessa- " ogni nuova possibilità che si offre all'esistenza, anche la meno probabile, trasforma l'esistenza intera".

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