IPER-TEMPO

di Giuseppe Polistena;
nizio questo breve saggio con le parole di Paolo Budinich: -" La scienza e la vecchia madre possono incontrarsi nello studio del tempo, così essenziale e misterioso e del quale dopo più di duemila anni siamo solo certi di aver capito ancora ben poco " . (1).
Proprio per le grandi difficoltà che questo elemento iper-complesso presenta, qualunque analisi è costretta a svilupparsi maggiormente nella direzione di una chiarificazione concettuale che non in quella della risoluzione dei quesiti, che come esseri pensanti, ci facciamo. Lo studio del tempo è molto più adatto a collezionare dubbi che certezze tuttavia, la chiara impostazione dei problemi è un fatto di grande importanza che prelude a reali progressi della conoscenza. Per introdurre la prospettiva diacronica, che da alcuni anni sto elaborando, mi avvalgo di alcune note concezioni del tempo. Comincio col tempo della fisica, il famoso parametro " t " che tanto nelle vecchie quanto nelle nuove teorie, si riferisce a una dimensione misurabile sulla base di una strumentazione adatta. Il tempo della fisica non è quello della psiche, non è l'istante che struttura il soggetto e lo identifica come tale, non è il tempo intuitivo e qualitativo di bergsoniana memoria. Se noi separiamo questi tempi mediante una banale operazione di soggettivizzazione dell'uno (il tempo o i tempi della mente) e oggettivizzazione dell'altro, compiamo un'operazione gnoseologicamente scorretta in quanto non teniamo conto dei legami che uniscono quelle categorie che definiamo col termine tempo.
C'è un altro problema che riguarda lo statuto gnoseologico delle nostre operazioni e in particolare delle operazioni della scienza. Il tempo della fisica si definisce in base ad un paradigma empirico ed infatti si fonda sulla misurazione, ma nel suo svolgimento esso ci conduce in luoghi lontanissimi dalla nostra dimensione empirica e dalla nostra evidenza: in grandi settori della fisica non esiste un presente, il tempo è perennemente dispiegato lungo lo spazio ed è simmetrico; l'idea di una freccia e quindi di una direzione privilegiata che sembra presiedere a quasi tutti i fenomeni macroscopici, in fisica non è definibile. Tutte queste cose non sono riconducibili a quella dimensione empirica da cui la scienza parte; esiste dunque una fondamentale difficoltà gnoseologica che coinvolge tutto il lavoro scientifico. Se devo mettere in discussione il mio presente e la freccia del tempo che struttura tutta la civiltà e la vita, l'invecchiare, il morire, il passaggio di presenti, le persone che vissero, l'irreversibilità testimoniata dagli stessi sensi che operano la misura, allora, a più forte ragione, metto in discussione la mia empirica capacità di misurare che fonda tutta la scienza e gli stessi fondamenti metafisici (e scientifici) che hanno dato al misurare quella rilevanza e persino gli stessi organi di senso.
Questa digressione ha lo scopo di ri-definire lo statuto gnoseologico di ogni parametro misurabile come è quello relativo al tempo della fisica senza però misconoscerne l'importanza perchè la misura è un modo di aprirsi al mondo e di sollecitare risposte da esso. Nondimeno la temporalità che scaturisce dalla misurazione si basa su una struttura temporale più fondamentale e profonda senza la quale non sarebbe possibile: il tempo come condizione che è quello descritto da Kant e da lui concepito come intuizione pura e imputato ad un soggetto trascendentale.
La fisica può ben fare l'operazione di non volersi impicciare di questo iper-tempo che fonda il tempo misurabile ma resta un forte nodo gnoseologico relativo al fondamento delle operazioni di misura.
Kant elaborò una soluzione raffinata ma essa non è accettabile per l'ipostatitazzione, tutta moderna, del soggetto. E' interessante a questo proposito leggere il pensiero di un grande kantiano del novecento, Ernest Cassirer, che affronta questo argomento con grande impegno speculativo. Il kantismo d'altronde, è la concezione filosofica che più si confronta con la teoria fisica e su quella alla fine si vuole fondare. " La fondamentale concezione dello spazio e del tempo che la teoria della relatività sviluppa, è una dottrina dello spazio empirico e del tempo empirico, non dello spazio puro e del tempo puro..." " E' innegabile che una tale dottrina (del tempo puro n.d.r.) in quanto sussista a buon diritto dovrà essere indipendente da tutti i risultati della misurazione concreta e delle sue condizioni peculiari". (2)
Il tempo puro di cui parla il Cassirer, sulle orme di Kant, non è altro che questo iper-tempo che si impone come fondamento con la differenza che noi non lo radichiamo nel soggetto pensando invece che il soggetto lo riveli; in questo senso si apre la strada di un pensiero diacronico fondata sul superamento, che il fisico non vuole fare ma che il filosofo è obbligato a fare, del paradigma della misurazione. Se si approfondisce la posizione trascendentale si scopre che essa, nella sua raffinatezza, evita accuratamente il rischio. Se io vedo che non posso eludere lo spazio e il tempo e se vedo altresì che non ho altra traccia di queste entità se non quella delle loro applicazioni empiriche che da sole non si sostengono, è giocoforza concludere che spazio e tempo sono cose del soggetto. " Tempus non est objectivum aliquid et reale... sed subiectiva conditio, per naturam mentis humanae necessaria". Così Kant. Ma noi che siamo fuori della modernità, caldeggiamo una posizione filosofica più rischiosa e ci avventuriamo verso una concezione che restituisca oggettività al tempo. Il tempo oggettivo non è una cosa perchè le cose si concepiscono a partire dal tempo ma l'essere condizione di oggettività non ci deve portare alla soggettivizzazione di questo elemento semmai alla presa d'atto della sua fondamentalità. Ad un altro livello si dovrà porre la questione della determinazione di un flusso della temporalità che affronti un problema che qui eludiamo e cioè quanto il tempo sia un fronte d'onda e quanto è invece geometricamente dispiegato in un presente continuo come vuole la relatività.
Adesso è invece importante intercettare una temporalità profonda per via indiziaria. Per fissare questa temporalità che non è quella della fisica ma nemmeno quella della coscienza (ed è su questo che ci allontaniamo molto dalle tesi di Bergson) potremmo ricorrere ad una audace trasposizione ontologica del teorema di Godel del 1931. Esso ci dice che all'interno di un sistema chiuso sorge un problema di decidibilità per la mancanza di strumenti risolutivi. Ebbene gli esseri pensanti si trovano all'interno di mondi nei quali lo spazio e il tempo essendo pervasivi e fondamentali impediscono la rilevazione della loro stessa entità che può essere colta e dimostrata solo con laboriosi procedimenti "indiretti". E' un procedimento indiretto quello che istituisce e misura il tempo della fisica e degli orologi, il tempo dei cicli della natura; altrettante rilevazioni indirette della temporalità sono i processi coscenziali che producono gli atomi psicologici del tempo, gli istanti, ma anche il senso di stabilità presenziale e i processi mnemonici; tutte queste cose si devono fondare necessariamente su una base ulteriore, l'iper-tempo.
l problema potrebbe semmai svilupparsi intorno alla legittimità di chiamare "temporalità" questa dimensione ulteriore ma pochi dubbi possono sussistere sul fatto che il luogo di indagine è quello offerto da elementi così "pervasivi" e questa pervasività, sostenuta da un'intuizione, offre un indizio non trascurabile di un'ipotetica natura temporale che la struttura umana imita per quanto può. Per queste difficoltà ho sempre pensato di definire lo studio della temporalità diacronica come lo studio di un orizzonte che lentamente diventerà più chiaro ma che non potrà mai essere raggiunto per via diretta perlomeno fino a quando saremo dotati degli attuali strumenti di indagine. La singolarità dell'impostazione diacronica consiste nel fatto che essa concepisce un iper-tempo in termini oggettivi attribuendo tuttavia alla soggettività una funzione decisiva per la sua intercettazione. Il soggetto rende possibile sia la misurazione sia il tempo psicologico nelle cui profondità c'è insieme rivelazione e occultamento. La fondamentalità di questo elemento ipertemporale ci consente di definire la condizione di essenza a partire da esso: essere significa dotarsi, in qualsivoglia modo, di un tempo, attribuirsi una dimensione temporale, sia essa un presente eterno ed immobile che uno scorrere turbinoso dal passato al futuro. Il fisico farà difficoltà ad accettare un tempo simile che riterrà metafisico, anche il filosofo trascendentale riterrà metafisica questa temporalità perchè scavalca il limite della soggettività. Ma per guardare meglio il mondo si deve uscire dalla propria casa.
Consideriamo adesso un altro aspetto. La vita della fisica si ritrova attualmente di fronte a problemi aperti dagli stessi fenomeni fisici. I processi macroscopici che rivelano una simmetria nella direzione del tempo e per questo necessiterebbero di un tempo diverso da quello parametrato della fisica, si accordano stranamente con l'intuizione e col suo senso di irreversibilità. La meccanica si discosta dalla termodinamica ma adesso l'irreversibilità comincia ad essere individuata anche ai livelli microscopici. (3)
Il tempo della fisica non basta alla fisica stessa e già nel terreno scientifico si odono voci importanti come quella di Prigogine che annuncia una nuova concezione del tempo. Prigogine è addirittura imprudente in quanto giunge a parlare di "potenza creativa del tempo", parla da filofoso ma la sua esperienza di base è scientifica. Questa insufficienza del tempo parametrato ci conferma che un iper-tempo si intravede sullo sfondo di ogni operazione tanto fisica quanto mentale un iper-tempo che rende oggettivamente possibile le varie temporalità. Essendo un orizzonte di eventi, cioè un luogo da indagare, lo studio del tempo non ci consente una teoria capace di svelarne la natura, mi sembra però importante averlo individuato senza essere caduti nel trascendentalismo, nè in altre forme di soggettivismo. Questo risultato coesiste con l'attribuzione di un ruolo tutto speciale al soggetto. Il tempo è una realtà oggettiva; ma è una realtà eccezionale perchè condizione della realtà degli oggetti come degli eventi. Oggi noi non disponiamo di alcun esperimento che ci possa far sondare questa realtà ma abbiamo per così dire degli indizii: le misurazioni della fisica che sebbene circoscritte ad un ambito locale definito dalla stessa possibilità della misura e degli organi sensoriali preposti, costituiscono comunque una strada importante di accesso; c'è poi il soggetto psichico che concepisce il tempo attraverso la produzione di istanti che nonostante la loro evidente soggettività mostrano e rivelano tratti non riconducibili alla struttura soggettiva da cui promanano.
Sono curiose talune concezioni filosofiche che scaturiscono dal tempo della fisica. Con molta disinvoltura si sostiene che, essendo simmetriche le equazioni della meccanica, il tempo potrebbe tornare indietro al punto di mostrare l'umanità fatta di individui che nascono vecchi e ringiovaniscono fino a rientare nel ventre materno. Ottimo materiale per divertenti films di fantascienza, ma il problema non è la sua assurdità, perchè noi siamo costretti a prendere atto di cose ben più lontane dall'evidenza ma il fatto che non si ha sufficiente coscienza del taglio fortissimo che la fisica opera quando istituisce il parametro temporale. L'universo reversibile non implica un tempo che torna sui suoi passi casomai esso è come un treno che dopo il viaggio di andata ritorna ma non ritorna mai allo stesso modo e quella irreversibiltià non viene data dalle modificazioni ineliminabili che ogni viaggio si porta ma proprio da un tempo che non è quello della fisica. L'intero universo che riusciamo a concepire rimanda a un iper-tempo che sta a fondamento. Introduciamo il concetto di "distinguibilità potenziale" che riguarda una situazione in cui, in piena reversibilità del parametro temporale, che si può avere con le equazioni di Newton e Maxwell o di Einstein o di Dirac, la possibiltà di una psiche che stia a guardare il fenomeno del ritorno (pensiamo ad una situazione ricorrente secondo il teorema di Poincaré), porta a concludere che la reversibilità non è perfetta perchè potenzialmente c'è un'entità che potrebbe dire o vedere che la situazione ricorre un'altra volta e le volte si potrebbero contare. Guardiamoci intorno e vediamo chi è il responsabile di questa funzione di irreversibiltà. Non può essere il soggetto che in quell'ipotesi non c'è, ma allora è l'entità che permette ad un soggetto di sopraggiungere e di contare, necessariamente il tempo come condizione, l'iper-tempo di cui abbiamo parlato, fondamento di ogni forma di temporalità. Siamo allora di fronte al tempo "vero e matematico" di Newton che scorre sempre allo stesso modi? Potremmo anche ipotizzare di sì e questa non sarebbe una concezione pre-relativistica perchè siamo fuori dal paradigma empiristico su cui Einstein ha costruito la sua teoria. Non c'è dunque contraddizione con l'idea di un tempo assoluto se si supera l'orizzonte della misurazione. Il problema è che questo tempo non si vede da nessuna parte, non esperibile fisicamente ma si rivela per mezzo di una psiche che lo vede come fondamento dello stesso tempo della fisica. L'indizio di questo tempo, non passa solo per la psiche perchè, come abbiamo visto, sono sempre più numerosi i fenomeni fisici che hanno bisogno di un tempo simile nè la psiche deve sempre essere considerata come una fabbrica di illusioni. La psiche dunque non resterà l'unico testimone di questo tempo. Naturalmente il soggetto ripropone la sua invadenza ad un'altro livello e a quel livello mette in crisi tutta l'oggettività. Scivoliamo verso il solipsismo e suonano bene le parole del grande Goethe: " Ogni filosofia della natura è puro antropoformismo", siamo dunque in forte difficoltà ma abbiamo accertato alcune cose importanti:
a) Il tempo della fisica è in partenza un tempo derivato e privato del suo carattere di crucialità (irreversibilità) perchè, come diceva Bergson, spazializzato e concentrato su stretti ambiti di funzionamento non esportabili.
b) L'indizio di un altro tempo che sostiene quello della fisica ma anche quello della mente, ci viene in prevalenza su suggerimento della mente stesso, ma questo non ci autorizza a soggettivizzarlo nemmeno nella versione trascendentale kantiana.
c) Le belle argomentazioni di Bergson non sono del tutto legittime perchè, entro una cornice di spiritualismo metafisico, contrappongono il tempo-durata della coscienza a quello spazializzato della fisica e non articolano un tempo fondamentale per entrambi. d) Una profonda analisi del soggetto e del suo prodotto temporale, l'istante, ci porterà a vedere in esso non solamente una cosa che si illude ma anche una cosa che si rivela.
e) L'oggettività del tempo è tuttora controversa ma occorre riconoscere che la sua soggettività porta con sè non soltanto i tranquilli esiti fenomenici del kantismo ma pesanti conseguenze antropomorfiche e solipsistiche.
f) L'esistenza di un tempo assoluto (che non vuol dire isotropico alla maniera di Newton) non è messa in crisi dalla relatività la cui validità poggia sul paradigma della misurazione.
Per approfondire e sviluppare questi temi occorre una nuova disciplina, la diacronia, che sulla base di un'esperienza del tempo mutuata dalle grandi tradizioni del lavoro filosofico e scientifico metta ordine ai nostri concetti e prepari importanti e profonde innovazioni della conoscenza.
Come diceva, Carla Rodriguez, nel saggio dedicato alla diacronia, apparso sul primo numero di questa rivista, la diacronia può vedersi come una grande promessa e ogni promessa porta con sè una speranza, l'antico, ultimo male che sempre ci seduce.

Note:
1) Paolo Budinich "Dimensione del tempo" pag. 148 - Ed. Franco Angeli a cura di Umberto Curi.
2) Ernest Cassirer "La teoria della relatività di Einstein" Ed. Newton Compton, pagg. 111-112.
3) La recente scoperta del comportamento del kaone detto di lunga vita propone l'irreversibilità anche nei domini microscopici


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