Seduto sul gradino davanti casa chiedeva ai vicini allarmati cosa stesse succedendo.Cos'era tutto quel trambusto per le strade,quel putiferio che manco si poteva digerire in pace i quattro bocconi della cena?E chiedeva ad ognuno di essi,ma quelli,trafelati,con vanghe e zappe,badavano a chiamarsi a gran voce,si davano appuntamento alle scorciatoie e la confusione era tale e quale quella della processione della vergine l'otto di settembre.
-Ma insomma, si può sapere che diavolo sta succedendo?
-Non lo vedete il fuoco? Sta bruciando mezza vallata.
Di qua niente,ma dalle case dall'alto si vede un lustro che pare mezzogiorno.Gli tagliassero le mani a quel farabutto che ha messo fuoco! Voi non venite con noi?
-Vengo anch'io.Il tempo di prendere qualche attrezzo.
Fece solo la finta di alzarsi,ma non si mosse dallo scalino.Lentamente accese la pipa schiacciando il tabacco con la testa del chiodo.Un acre odore di toscano si sparse intorno fin dalle prime boccate.
-Ci manca che vada pure io - pensava e con la mano faceva crocchiare la barba del mento.-
Ah,cazzolata!se vengo pure io a fare il pompiere,faccio primiera.E se mi precipito a rotta di collo come voi,anche tre tre e napoletana a coppe.Andate a pigliarvela dove so io.E che si sderegni la mala genìa dei ladri e dei malfattori.
Vengo,vengo anch'io.Intanto cominciate ad andare che vi raggiungo!
Massaro Ciccio era un vecchio tracagnotto,legato alla sua terra come un cane alla catena.Sotto la berretta una maschera di rughe e due fessure per occhi.Il taglio della bocca era così sottile da far intuire un'arguzia da gesuita incanaglito.Le sue battute erano rasoiate,velenose come morso di vipera.E parola detta e colpo menato,senza remissione.Sul suo naso non posavano mosche.Si faceva i come si chiama suoi e il mio è mio e fuori dalla mia porta a chi piglia,piglia.
Tre milioni gli erano costate le reti nuove per raccogliere le olive.Tre milioni sudati e risudati.Denaro contante:una carta da mille sull'altra che pesavano come tegole mentre le contava sudando al cassiere del consorzio agrario.Si era tolto il pane di bocca un giorno si e l'altro anche.Per se non gli importava,ma crepava come un cane rognoso per i patimenti che imponeva alla famiglia.Alla piccola mancava il cappotto per andare a scuola,e niente.Alla moglie sempre no per un capo di biancheria per la dote di Carmelina,la maggiore.Un frutto sempre negato con quel camion che passava pieno di ogni ben di Dio che diceva mangiami,mangiami.E quel maledetto dello Scalzo,il fruttivendolo,che bandiava:"Frutta,frutta!".Le creature stiravano le gambe e il suo cuore si tagliava.
Ma doveva comprare le reti per raccogliere quel pugno di olive,se no altro che sfizi,manco il necessario si potevano permettere.Le reti,c'era bisogno delle reti prima di tutto.Risparmia oggi per avere di più domani.Ma in famiglia non lo volevano capire.Quante liti! Quella sgalipata della moglie al posto della lingua aveva una serpe velenosa .Ah,spina ventosa! E quante ne doveva patire? Cosa ne sapeva la gente del veleno che era costretto ad inghiottire? Aveva lo stomaco come un colapasta.
Anche i figli maggiori gli si erano parati contro."Non fare quella spesa che è troppo per le tue forze."Vedete,gli parlavano anche in lingua, gli studiati.Ma a cacciare una lire manco a puntarli con il fucile."Guardati allo specchio una buona volta e vatti a ricettare al sole come gli altri vecchi.Le figlie te le sposiamo noi." Così gli dicevano,ma l'olio passavano a ritirarlo dal magazzino suo.E le patate,e gli ortaggi? E il resto? Casa sua era diventata il deposito dell'UNRRA,altro che gli sposavano le figlie! Quelli erano cani che spolpavano l'osso.Aspettate,canaglie,che ve la faccio vedere io che vi ho cresciuti e sistemati.Questo petto e queste braccia vi hanno fatto cristiani e ora vi mettete contro vostro padre.Fuori,fuori da casa mia!
Un barbettone sull'altro,tre milioni,una pinna del suo cuore.Come l'ostia consacrata li aveva portati al cassiere del consorzio agrario.Senza grazia e senza misericordia. E quando gliele avevano consegnate,quelle belle reti bianche e lucide,le aveva srotolate davanti casa e segnate con la vernice rossa,anche contro il malocchio.Dio ci scanzi e liberi dall'invidia dei mali vicini!Con amore infinito le aveva tagliate a misura e ammucchiati sotto gli alberi.Su quella terra che aveva pulito come una tovaglia,liscia come la seta,un damasco che ci potevi mangiare sopra.
Un mese aveva impiegato,trenta giorni filati a tagliacuore,senza raddrizzare la schiena neanche per rifiatare.Le aveva stese accarezzandole con i polpastrelli,tastandole maglia a maglia.Era venuto un lavoro da mastro rifinito,da pittore sopraffino.Terra pulita e spietrata,senza spuntoni,gramigna sradicata,levate le escrescenze dai paletti di sostegno e l'annata che prometteva fiori di gelsomino.
Il raccolto era stato veramente abbondante.Con il risparmio della manodopera si pagavo un terzo della spesa.Aveva finalmente zittito la moglie.Ah,cavolo,quando bisogna farle le cose,bisogna farle!Altre due annate come questa ed era tutto pagato e le reti rimanevano al sottoscritto.Cervello,moglie mia,cervello.
Ma una mattina che andava a controllare sotto gli alberi,senza mangiare e senza bere,le reti erano scomparse,tutte,fino all'ultima cima di spago,volatilizzate.Non avevano fatto nemmeno la fatica di ammucchiarle:gliel'aveva fatto lui quel lavoro.A letto aggiustato,come un invito a carne e pasta.Disgrazia li colga nel taglio della mezzanotte!La campagna piangeva lacrime di fuoco i suoi alberi avevano perso il pudore, spogli come Gesù in croce.