Maggio 1982. Tre giorni e tre notti col TEATRO DELLE SORGENTI di Jerzy Grotowski. Andare al bosco per capire "profondamente" cosa significa essere attore. Attraversare il bosco lentamente, lentamente. Partecipare del silenzio della natura col proprio silenzio, alzare i piedi, sfiorare il terreno e l'erba intorno; IL SILENZIO DELLA NATURA.
Vedere Ascoltare Sentire il Silenzio accompagnato armonicamente ora dall'uccello, ora dal vento, ora dal tuono.
VEDERE cosa la natura ferma si dispone e come il vento, ora ne scuote la superficie.
ASCOLTARE le variazioni a quel silenzio costante della valle.
SENTIRE il vento che accarezza la nostra pelle, SENTIRE l'erba che sfioriamo passando.
EVITARE LE RAPPRESENTAZIONI FILOSOFICHE PSICOLOGICHE, semplicemente, semplicemente... sentiamo.
Maggio 1982. Lavoro di notte col TEATRO DELLE SORGENTI di Jerzy Grotowski. Il lavoro non cessa di notte (si pensi ai sogni che occorre scriversi).
Si passa qui dal sonno profondo all'esercizio detto WAITIG, la sveglia o letteralmente l'attesa. Ho fatto il WAITING per due notti.
Là ho avuto modo di precisare i pensieri che distrurbano la mia concentrazione: la donna che ho perduto, la mia narcisistica ambizione. Nel WAITING è nata anche l'esigenza di ordinare la mia vita, la mia storia, i miei processi mentali.
E' accaduto precisamente di vedere, di osservare i miei pensieri in modo distaccato, come se mi passassero davanti, una specie di MITO DELLA CAVERNA.
25 settembre 1984. La prova di stasera ha messo in evidenza la mia relatività rispetto alle cose.
Il movimento, il tempo collettivo, la partecipazione costante anche e soprattutto quando non si hanno che rare battute, ecc. Io potrò essere bravo, dizione a parte, quando recito da solo ma... assieme ad altri, in una particina, può diventare una cosa difficile.
Per esempio mi accorgo di VOLERMI CONTINUAMENTE PORRE AL CENTRO DELL'ATTENZIONE... come nella vita!! (...).
Non si è nè Dio, nè merda: occorre definire quell'IN MEZZO che si è, quella relatività che ognuno di noi è. Allora mettiamo da parte i Carmelo Bene e con grande umiltà impariamo. (...). Per concludere. Quanto ignorante sono! Quanto ho poca chiarezza nelle idee! Quanto devo faticare! Quanto è difficile l'umiltà! Ma il prossimo attore sarà un umile.
I primi spettacoli (ovvero l'appredistato continua)
10 marzo 1986. L'attore deve essere DECISO, DETERMINATO, come un GUERRIERO. Si va alla guerra.
15 agosto 1986. Il teatro e lo ZEN. Io mi interesserò approfonditamente di filosofia Zen se è vero che "Se capisci lo Zen, non hai più paura di morire". E che cos'è lo Zen?
Nan-in disse: "Lo Zen non è una cosa difficile. Se sei medico, tratta i tuoi pazienti con bontà. Lo Zen è questo.".
Ossia Zen è compiere la propria professione con i sentimenti buoni: con bontà, generosità, disponibilità, coraggio. Quindi io se sono filosofo e attore ho il dovere di trasmettere cultura alla gente, di trasmettere il sapere e la bellezza: questo è lo Zen.
29 agosto 1986. Come risponde lo Zen a questo tempo di scarso entusiasmo, di spente emozioni?
Non si ripete due volte questo giorno
scheggia di tempo grande gemma
mai più tornerà questo giorno
ogni istante vale una gemma inestimabile.
1 settembre 1986. lo Zen di ogni istante. Bisogna studiare lo Zen per dieci anni e forse per sedici. Lo Zen di ogni istante è l'assoluta attenzione a tutto ciò che accade attimo per attimo. Tutto è importante e degno di attenzione: dalle belle gambe di una ragazza al callo del mio dito medio della mano destra. Così nella scena neanche uno spillo è casuale.
"Storia di Salvatore Giuliano": uno spettacolo di sette anni in scena (l'apprendistato continua).
Agosto 1989. Ipotesi cantastorie. Caratteristica fondamentale dell'ESPERIENZA è portarla fino in fondo, fino alle estreme conseguenze.
Ora: che cosa è successo con la storia di Salvatore Giuliano? E' successo che dal giorno della prova aperta nella piazza di Gioiosa Jonica m'è saltata la pulce che questo spettacolo potrebbe girare le piazze d'Italia. Si prospetta insomma un Settembre di vacanza/lavoro. E' un'ipotesi. Un'ipotesi che però rimanda anche a delle proiezioni: continuazione e sviluppo della figura del cantastorie.
Agosto 1989. I cantastorie siciliani.
Stamattina durante le prove (lo spettacolo sta prendendo olio) mi è venuto questo impulso: andarmene in Sicilia e riallacciarmi alla tradizione del cantastorie, magari andarsene per un anno soltanto, per questo anno che a Roma si vive il clima di Italia `90. Radicarsi in una tradizione, fortificarsi, e poi tornare a Roma dopo.
Settembre 1989. In Sicilia. Oggi pomeriggio sono andato a Piazza Bellini (Catania) per fare una piccola indagine.
Da questa indagine emerge qualcosa di molto interessante: c'è chi mi conferma la presenza mattutina di un cantastorie e chi, all'opposto, asserendo di vivere in questa piazza da anni, dice di non aver visto mai alcun cantastorie. E' curioso no? Il commerciante d'un lato della piazza dice addirittura che è un suo cliente, il commerciante del lato opposto ignora totalmente questa presenza.
Che vuol dire? Che c'è chi vede e c'è chi non vede?
IL GIORNO DOPO.
A piazza Bellini incontro il cantastorie Vito Santangelo. E' il primo incontro non solo con Vito Santangelo, ma è il primo incontro di un certo tipo nella mia vita. Incontro cercato, voluto.
Succedono cose semplici, una certa concretezza, bella o brutta, e inqualificabile; certo alla fine hai avuto delle cose. Vito Santangelo è basso di statura, porta un borsello a spalla e una chitarra, è in jeans e maglietta bianca semplice, ben rasato. Una delle tante persone che gironzola per Catania, per il mondo.
Tra una parola e l'altra arriviamo a parlare della sua arte, cioè del mestiere che gli permette di campare.
Mi dice di come lui in palcoscenico si trasforma, di come si sente pieno e felice quando sta sul palco. Ma mi dice anche che con gli anni l'entusiasmo passa e che si pensa a fare i soldi.
Parliamo dell'apprendistato e dell'allenamento artistico e lui mi dice che non fa delle vere e proprie "prove", che il suo allenamento quotidiano è l'esibizione di fronte alla gente. Ti fai il mestiere recitando. Con l'esperienza, con gli anni, impari i veri "trucchi del mestiere".
Ma poi pian piano scopro che lui qualche specie di "prova" la fa. Sono per lo più prove "a memoria", quasi dentro di sè, si ripete la storia e in queste ripetizioni-prove accenna leggermente a qualche gesto, alla mimica; il gesto è importante e lui lo studia, ma non troppo perchè se no succede come quella volta quando la moglie, sorpresolo, si mise a gridare "Vito, chi nescisti pazzu?".
Di tanto in tanto mi recita qualcosa, qualche passo, ed io noto la partecipazione con cui lo fa e ciò dipende dalla totale identificazione con ciò che recita e ciò a sua volta dipende dal fatto che è lui stesso che si scrive i pezzi.
Altra cosa importante detta da Vito è l'alternarsi nei suoi spettacoli di tragico e umoristico (non mi ricordo che abbia usato la parola "comico"), e quando pensava all'umorismo la sua faccia ha assunto una ilarità dentale straordinaria.
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