L'archeologia industriale

di Francesco Cardone
Il riuso dell'architettura industriale e delle sue tracce storiche dovrà assumere, nel prossimo futuro, la veste di metodologia culturale finalizzata alla riapertura del dibattito intorno alla gestione ed utilizzazione del territorio. La disciplina di cui qui tratterò, se pur brevemente, è abbastanza giovane e trova le sue origini in Inghilterra intorno al 1955. Nel contesto odierno, essa si sviluppa su due linee dai significati abbastanza differenti, una teorica che riguarda, più specificamente, la cultura materiale e l'altra pragmatica che ha dato luogo a movimenti per la ricerca e la salvaguardia di alcuni beni. I concetti contenuti nel termine archeologia industriale, (archeologia ed industria), mantengono ancora una loro peculiare identità che viene mascherata dall'apparente coesione terminologica. La fusione concettuale, viene tentata cercando di accomunare tematiche e metodi delle discipline loro connesse. Alla base del rinnovato interesse per questa disciplina possiamo annoverare, tra l'altro, la necessità degli storici di dotarsi di un'altro strumento d'indagine fondato, sulla storia della tecnica e della scienza. Giova riportare una definizione che Antonio di Meo, storico della scienza, diede a proposito dell'archeologia industriale: "... la disciplina che studia criticamente i reperti materiali che dalla prima rivoluzione industriale della seconda metà del Settecento informano di sé la società (borghese) moderna, inaugurando così l'opera dell'industrialesimo". L'analisi semantica ci conduce facilmente ad una riflessione che si basa sul significato dei due termini componenti. Se facciamo attenzione infatti, il primo, archeologia (dal greco arkhaiologia= discorso sulle cose antiche) evoca un tempo passato ed ormai finito mentre il secondo (dal latino, industria = operosità) ci indica una condizione temporale dell'evo moderno che continua nel presente. Nel suo insieme il termine binomiale può essere assimilato ad uno slogan mirato a comunicare l'esigenza di applicare le conoscenze ed i metodi tipici dell'archeologia, alla realtà del quotidiano e quindi alle tracce architettoniche superstiti. L'architettura industriale rappresenta quindi, spesso, la testimonianza del connubio prolifico tra scienza e tecnologia. Quelli che Werner Lindner definisce <> sono realmente oggetti di culto per gli architetti non meno che per gli archeologi dell'industria. Infatti, gli opifici, i laboratori, le industrie, sono spesso una sorta di riproposizione sia dal punto di vista estetico-formale che strutturale, di edifici costruiti a fini abitativi e viceversa. Spesso gli stessi edifici industriali, in particolare ottocenteschi, hanno somiglianze per niente vaghe con chiese, campanili, ecc. Le illustrazioni qui presentate, sono tratte dal saggio di W. Lindner Le costruzioni della tecnica (Editore F. Angeli, Milano, 1983). Questo fenomeno che definirei della <>, ha rappresentato nel corso del tempo, una sorta di strumento di mediazione visuale atto ad alleviare l'impatto architettonico di opere destinate all'attività industriale. Chi si ferma ad osservare, ad esempio, un'impianto per la raffinazione del petrolio, avrà la sensazione di trovarsi di fronte ad un unico enorme mostro, costituito di tubazioni, camini, serbatoi e quant'altro. Questa struttura è un'entità architettonica che trasuda la crudezza del suo esistere in quanto mero strumento di produzione. Chi si preoccuperebbe di curare l'estetica di una filtro-pressa, di una pompa aspirante-premente o di una colonna di distillazione? Eppure anche un macchinario rappresenta un oggetto architettonico che unisce alle ragioni della tecnica, le ragioni del design, e l'ingegnere chimico in qualche maniera, magari inconsciamente, si fa architetto di quel macchinario. Anche un'industria petrolchimica, può essere quindi considerata un opera di architettura non solo se a guardarla è il chimico industriale o l'ingegnere chimico che l'hanno progettata. Pertanto, proporre il riuso e la valorizzazione degli antichi manufatti della tecnica significa anche, creare le basi di una educazione all'architettura ed all'ambiente che vede nella loro riproposizione, un momento di riflessione culturale molto significativo e che in sé contiene il messaggio della tolleranza interculturale. E' il tentativo di abbattere le barriere tra le singole discipline e, in prospettiva, quello di tentare la ricucitura della cesura esistente tra cultura umanistica e scientifica. Non si tratta, tuttavia, di proporre il mantenimento indiscriminato di tanti musei all'aperto che difficilmente sarebbero gestibili anche in termini della loro fruibilità, bensì l'attenzione verso una scelta dei siti industriali più rappresentativi che andrebbero dotati di strutture atte a far rivivere, magari con l'aiuto di supporti computerizzati, le tecnologie antiche dalle quali per successivi passaggi, si è pervenuti alle moderne tecniche. La realizzazione di veri e propri parchi di archeologia industriale sarebbe poi auspicabile laddove alcune tecniche peculiari, ormai obsolete, siano da conservare quali memoria storica nel contesto più ampio del progresso tecnico-scientifico.
Voglio ora riportare un brano presente nel saggio di W. Lindner (op. cit.) che così recita : "Prendendo le mosse dalla storia dell'arte e dall'architettura, l'estetica, dalla quale il nostro costruire non può prescindere, ha operato fino a poco tempo fa una selezione unilaterale nel cumulo degli esempi considerevoli, e lo ha fatto non tanto per aver limitato l'osservazione alle opere della tradizione, quanto per una sua impostazione aprioristica nei confronti delle opere più ragguardevoli e di quelle che considerava tali. La cattedrale o qualche "perla" dell'architettura urbana, esempi tipici a cui si rifanno abitualmente gli studiosi della materia, per quanto riguarda la forma, le proporzioni e le loro molteplici influenze, sono però legate indissolubilmente al più modesto e modestissimo ambiente che le circonda. Un unico humus fornisce il nutrimento, uno stesso modo di pensare accomuna i creatori delle cattedrali e dei loro tesori d'arte ai maestri e ai lavoranti che costruirono le abitazioni di città e di campagna, e mille fili robusti e sottili collegano il palazzo e la capanna, la città e il villaggio. L'<> non nasce solo dove l'impiego delle masse, e dunque anche delle forme (che danno luogo allo stile e agli stili), può essere spinto al di là di quanto è strutturalmente necessario. L'architettura, intesa nel senso più ampio e chiaro del termine, che comprende sia le grandi opere d'arte che le costruzioni più condizionate, cioè quelle tecniche, è creare una forma unitaria indipendentemente dal linguaggio formale, è <> (Adolf Hildebrand). L'architettura tecnica di oggi non è affatto lontana dalle "opere d'arte", come talvolta si è sostenuto, né tantomeno è ostile a esse. In caso contrario si indichi dove si potrebbe tracciare una linea di divisione tra le opere d'arte e le costruzioni tecniche, linea che allora sarebbe possibile e anche necessaria. Piuttosto la ricerca di tradurre ogni costruzione in un insieme organico costituisce un impegno straordinario per qualsiasi individuo creativo. Ma, per rifarci ancora a Problem der Form di Hildebrand: << Così facendo non si coglie la peculiarità dell'individuo, esattamente come non la coglie l'anatomista quando dimostra che ogni uomo ha e deve avere un cuore, dei polmoni, ecc. "
La problematica relativa al riuso delle strutture architettoniche industriali, rimane tuttavia incastrata in una serie di situazioni urbanistiche contingenti. Non bisogna infatti dimenticare che le nostre città soffrono della dissennata pianificazione territoriale che ha privato gli insediamenti urbani di quei parametri culturali ed ambientali che fanno di una città un organismo vitale organico ed armonioso. Il segreto dell'architettura ed il suo significato più vero è " Trasformare la rigida logica della costruzione in un organismo vivente" e ciò è rimarcato da Worringer che scrisse: " La storia dell'architettura non è una storia di progressi tecnici, ma una storia di obiettivi espressivi sempre diversi e del modo in cui la tecnica, con combinazioni sempre nuove e differenziate dei suoi elementi di base, si adatta e obbedisce a questi obiettivi che mutano. Non è una storia della tecnica, esattamente come la storia della filosofia non è una storia della logica". La città diviene così un substrato attivo ove le diverse componenti sociali devono interagire sinergicamente e ciò si può verificare se e solo se, coloro che amministrano il territorio, si impegneranno a riqualificare non solo i centri storici bensì le periferie e le campagne previa revisione e semplificazione del quadro legislativo urbanistico. Una città può crescere armonicamente se ha referenti culturali seri e questi, le amministrazioni per intenderci, tali diverranno di fronte all'opinione pubblica, solo dopo aver risolto i problemi contingenti che spaziano dal degrado delle periferie, dal recupero dei quartieri dormitorio, dall'abbandono e dall'incuria verso i beni architettonici e monumentali. L'archeologia industriale, in definitiva, può divenire, un'occasione pedagogica per affrontare, in maniera intrigante, sin dalle prime classi della scuola media e media superiore, il tema della cultura urbana ed ambientale. Non solo, essa consentirebbe di entrare nel vivo di una coniugazione interdisciplinare che a partire dalla storia, pervenga alla scienza, alla tecnica, ecc.

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