L'arte e il suo quoziente conoscitivo

di Maria Antonietta Mamone
Dai tempi più remoti della speculazione filosofica si è discusso sul tema dell'arte come fonte di conoscenza. Appare evidente che allo storico dell'arte tale tematica possa interessare dal punto di vista della funzione comunicativa e metaforica tant'è che, da parte di molti, si pensi che la stessa arte possa comunicare anche elementi di carattere gnoseologico oltre che emozionali ed affettivi.
L'arte viene allora considerata veicolo di conoscenza ma vale la pena di approfondire cosa voglia significare, in questo caso , conoscenza o,ancora meglio, conoscenza di che cosa.
Dorothy Walsh sostiene, nel suo articolo "The cogni-tive Content of art", apparso in "Philosophical Review" ,LII , 1943, che l'arte è delineazione del possibile e non piuttosto la soggettiva espressione dell'artista nè l'oggettiva rivelazione del mondo affettivo.
Per la Walsh "essere possibile significa essere -con-possibile-rispetto ad un contesto esistenziale o concettuale "Accade così, secondo la stessa Autrice, che l'arte possa fare parte delle strutture scientifiche come di quelle filosofi-che ed artistiche e se l'arte promuove in noi sentimenti ed emozioni non significa che essa risulti espressione dell'emozione poichè quest'ultima deve essere correlata a qualcosa, deve esserci un nucleo conoscitivo come fonte forte di conoscenza. Si comprende così che l'opera abbia come suo compito primario di offrire, attraverso un simboli-smo sensibile, una possibilità ideale pur essendo formata da materiale sensibile e pur essendo espressione delle sinergie della vita e della cultura dell'artista.
Così l'opera d'arte appare come un'aggiunta al reale,alla sfera dell'affettività non integrandosi ma rimanendo isolata ed autonoma.
Un possibile paragone può essere fatto tra arte e matematica poichè entrambe le discipline perseguono un "possibile", formale la prima, alternativo la seconda.
Tutte e due le discipline non devono adattarsi all'effet-tivo, che è invece richiesto alla scienza naturale, ma devono,in ogni caso soddisfare precisi requisiti.
L'espressività matematica si determina attraverso dei segni, quella artistica per mezzo di simboli; la prima è rego-lata dalla convenzione, la seconda usa il simbolo come veicolo naturale del concetto che impersona diventando segno iconico, secondo l'accezione di Morris. Egli afferma che i simboli funzionano bene quando si annullano permet-tendo al fruitore di passare direttamente al significato.
La tesi della Walshpur non essendo chiarissima e sistematica offre degli spunti interessanti. Per esempio merita atten-zione la sua analisi nei confronti dei segni matematici che possono essere riusati a differenza di quelli artistici che vanno reinventati poichè l'opera artistica deve essere sempre unica ed ogni simbolo diventa nuovo.
Altra differenza tra arte e matematica è che la seconda è formale e sistema-tica, la prima usa un mezzo fisico che risulta autosufficiente.
Il neopositivismo ha riconosciuto alla scienza il concetto di vero e di falso togliendo all'arte efficacia conoscitiva ma tale equivoco è derivato dal ritenere che tutto quel che non è discorsivo verbalmente diventa incapa-ce di comunicazione.
Bertram Jessup a proposito della frase di Eraclito "il tempo è un fanciullo che gioca" afferma che se tale frase deve essere considerata metaforica, non può essere intesa nè come vera nè come falsa e può esser interpretata " la successione degli eventi è senza scopo "Jessup indica, così, che non si può discutere intorno ad una metafora ma se questa viene interpretata, allora diventa mezzo di comunicazione.
Seguendo tale ragionamento, si può ammettere la possibilità che l'arte, senza negarne la concettualità, possa essere mezzo di comunicazione.

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