Il "misticismo" di Giorgio Colli

di Luigi CAMINITI
Giorgio Colli, interprete e traduttore dei greci presocratrici, di Kant, di Aristotele, di Nietzsche non è mai stato un personaggio 'facile' o 'comodo'. La sua filosofia ha trovato e trova una certa difficoltà ad affermarsi nel panorama accademico italiano, in parte per il carattere spigoloso e poco incline alle concessioni dello stesso Colli, in parte per il clamore seguito alla sua revisione dell'Archivio Nietzsche e alla monumentale edizione critica delle opere del filosofo tedesco. Le invidie suscitate hanno sicuramente contribuito a relegare la sua opera filosofica ai margini dei grandi canali di fruizione. Adesso, in un clima di incertezza politica ed ideologica, Colli sta lentamente emergendo dalla nebbia volutamente alzata da chi lo aveva giudicato frettolosamente 'scomodo'. Certo, la morte prematura di Giorgio Colli nel 1979 ha lasciato un vuoto incolmabile. I primi tre volumi della Sapienza greca , i soli portati a termine prima della sua scomparsa in luogo dei dodici previsti, lasciano soltanto intravedere un filo conduttore che può essere ipotizzato solo alla luce dei confronti continui con le altre opere (per fortuna pubblicate), le cui conclusioni avrebbero potuto portare il dibattito filosofico contemporaneo a conclusioni imprevedibili.
Preso, troppo alla lettera, per filosofo nietzscheano, Colli è per nulla filosofo inattuale o profetico. Certamente lo stile letterario col quale egli scrive talvolta ricorda nei tratti pungenti e decisi quello del tedesco, ma le analogie non vanno molto più lontano. Anzi, nette sono le critiche al pari dell'ammirazione per Nietzsche. La preoccupazione di Colli è quella di recuperare il ruolo della verità delle cose così come quello di chi quella verità la possiede. Il cedimento della cultura superiore alle lusinghe e alle coercizioni dello Stato ha posto le basi per una decadenza della cultura stessa al ruolo di semplice ancella della civiltà contemporanea. Anche per Colli, così come per Nietzsche, tale decadenza affonda le sue radici in tempi lontani. Emblematica è in questo senso la descrizione che Colli fa dello stesso Socrate , e in questo segue veramente da vicino Nietzsche . L'ateniese è indicato come un "decadente di natura superiore" . La sua "ansia da plebeo" lo spinse - scrive Colli - a tentare un braccio di ferro con il potere politico per bramosia di potere. Il Socrate di Colli risulta essere un uomo "non riuscito" , a cui manca completamente la fantasia "quando la cosa era ancora un difetto" . Questa descrizione non deve però ingannarci, perché , per Colli - e in questo prende le distanze da Nietzsche - il valore rievocativo della rappresentazione è presente anche in Socrate, anzi in lui raggiunge punte estreme perché l'ateniese non esplicita mai la sua sapienza . E questo è un punto nodale della filosofia di Colli. Non è un caso che il termine 'rappresentazione' sia da lui inteso e usato nel suo antico valore semantico di 'rievocazione' . Tutta la sua filosofia è, in un certo senso, basata su sottili differenziazioni, tra apparenza e rappresentazione. Socrate rappresenta il primo dei sapienti moderni, dunque, ma anche l'ultimo degli antiche. L'ultimo che ha la capacità di trarsi in disparte senza dover rivelare tutto a qualunque costo. Questo ha una enorme importanza per la vita stessa della cultura all'interno del consesso civile perché è l'unico modo perché sia riservata alla verità della cultura la possibilità di essere svincolata dagli obblighi politici dello Stato. La riservatezza della sapienza crea un argine allo strapotere della politica. Queste pressioni Colli dovete sentirle anche nel suo tempo, ma oggi appaiono ancora più chiare e nitide. Riservatezza e tracotanza del sapere, quest'ultima intesa come piena consapevolezza della possibilità di interpretare e dominare il mondo incerto degli eventi , sono le caratteristiche principali dell'uomo di conoscenza, del sapiente .
Che Colli non si riferisse soltanto al mondo greco ma che, invece, il riferimento mirasse a un esame critico del ruolo del filosofo nel tempo presente è chiarito più esplicitamente nei suoi quaderni postumi , pubblicati, in parte, a cura del figlio Enrico nel 1982. I rapporti tra Stato e cultura, e cioè tra politica e sapienza, sono delineati in modo tale che al filosofo, all'educatore, all'intellettuale, al sapiente non resta che recuperare la sua riservatezza, la sua reticenza nel divulgare ciò che conosce . L'alternativa a ciò è l'addomesticamento di ogni realtà conoscitiva alle mire e ai disegni contingenti della politica. La grande sfida è insomma tra politica e sapienza. Se la politica ha sottomesso a lungo la cultura C'è anche una velata minaccia quando dice testualmente: " Questo è il grande pericolo dello stato, che cioè gli educatori si servano della conoscenza per agire contro i fini dello stato, disubbidendo alla loro destinazione politica" . Ma questa è una conseguenza quasi inevitabile, giacché Colli, nelle stesse pagine, avverte che lo Stato ha una tendenza ad usare la cultura, e con essa coloro che la praticano, per fini utilitari, e per fare questo tiene gli educatori in condizioni di bisogno e di sottomissione. Ma questa condizione di necessità durerà soltanto fino a quando gli uomini di cultura non saranno consapevoli del fatto che sono in grado di plasmare la cultura in modo tale da poter rovesciare e sovvertire qualsiasi tipo di dipendenza dal potere politico . In effetti - per Colli - lo Stato dipende quasi fisiologicamente dalla cultura, perché di essa ha bisogno per presentare dei modelli convincenti , ma gli uomini di cultura, che sono gli artefici, in ultima istanza, di quei modelli, possono rendersi indipendenti dallo stato. Non è qui in gioco soltanto il valore della disubbidienza civile, della resistenza passiva, del non piegarsi al volere dei potenti. Per Colli è in gioco una supremazia, la perdita della quale ha fatto si che la cultura fosse relegata ai margini del sociale e che la coscienza dell'uomo potesse precipitare nella più totale ignoranza. Mancando una vera aristocrazia culturale, mancando la consapevolezza dell'autonomia del sapere, la cultura è diventata soltanto un mezzo condotto da uomini non di cultura, i politici, per fini utilitari. Colli queste cose non le dice esplicitamente nei suoi scritti ufficili. Colli è veramente un filosofo "postumo", come e forse più di Nietzsche. Ci vorranno i suoi quaderni, i suoi appunti per gettare qualche raggio di luce sulle vere intenzioni dei suoi scritti. Certamente la Grecia non è solo una pretesa, e i presocratici sono un mondo nel quale dovette trovarsi a suo agio. Essenzialmente possiamo dire con molta probabilità di dire bene che per Colli nell'età contemporanea si sono persi i fili magici che legavano la conoscenza all'essenza delle cose, la ricerca per sete di verità. In questo Colli è veramente proteso verso l'abisso insondabile della Grecia preclassica. E, in fondo, la verità, in quell'epoca, resta mescolata a quel complesso di relazioni tra mondo magico, misterico e religioso a tal punto da indirizzare la vita verso l'immagine, gioiosa e crudele al tempo stesso, del sapere puro. Questo sapere, secondo Colli, per i greci, prendeva le sembianze di Dioniso, "un dio che muore" . Ma, potremmo aggiungere, è anche un dio che deve morire ! E da questa morte, che altro non rappresenta che la trionfale comparsa della coscienza nel mondo greco, fiorisce, come Nietzsche intuisce in giovane età , e Colli ribadirà con forse più consapevolezza, l'armonia e la bellezza dell'armonia . Apollo, secondo gli orfici, raccoglie i resti di Dioniso. In questo senso però dobbiamo fare una importante premessa. Apollo e Dioniso, benché per Colli si mescolino in più di un attributo , sono due divinità fondamentalmente distinte. Se Dioniso riassume in se la "cifra della sapienza" , Apollo è il Dio della sapienza, della parola, il dio a cui si rivolge tutta la Grecia consultando i suoi messaggi oracolari. Si affaccia quindi l'ipotesi affascinante che Apollo sia l'avvento nella Grecia antica della conoscenza, intesa come relazione ed apertura tra sovrarazionale e razionale. Colli tiene anzi a precisare la funzione relazionale del codice con il quale il messaggio arriva dal dio, la parola .
Un codice che si presenta al tempo stesso come espressione di una ragione geometrizzante che è essenzialmente rappresentazione-rievocazione del sapere autentico. Apollo rievoca, rimanda a qualcosa d'altro, precisamente rimanda a Dioniso come in un gioco di specchi dove solo l'uomo di conoscenza riesce a trovare la via d'uscita dal labirinto. La genialità di Colli è in questo senso quella di riutilizzare gran parte del materiale e delle testimonianze dei Presocratici per innalzare il suo tempio a Dioniso, che traspare in tutto il suo terribile fulgore ma che, al tempo stesso, non è afferrabile con il solo metro del logos apollineo. La razionalità apollinea, che trova forma della sua espressione nella parola, è un frutto ambiguo della civiltà greca. Apollo scaglia con l'arco vibrante il suo dardo con l'alterigia che può essere solo del dio della sapienza. La freccia, il logos, ha come suo preciso obiettivo quello di sfidare e offendere al tempo stesso l'uomo che vuole strappare i veli dell'apparenza. Il logos è inviato da Apollo sotto forma di dardo, come enigma, come sfida mortale. Ma tutto ciò non è altro che uno specchio ustorio che riflette il fuoco di Dioniso, il fuoco della sapienza allo stato puro. Colli qui prende le distanze da Nietzsche che considera il logos apollineo solo come una mera apparenza del sapere e, in un certo senso, recupera Apollo alla dimensione conoscitiva, dandogli in questa un posto preminente. Ma proprio qui Colli non è chiaro, volutamente, nella distinzione tra sapienza e conoscenza anche se si affaccia prepotente l'ipotesi che esse debbano essere considerate come distinte. In tal modo Dioniso sarebbe sapienza 'mantica' e visionaria e Apollo conoscenza di proporzioni e di misure, anche questa folle ma acquisibile dagli uomini . Se Dioniso porta con sé l'immagine violenta e primordiale dello sbranamento di cui è vittima o di cui fa oggetto gli incauti, Apollo è non meno crudele, anche se la sua azione terribile è sempre mediata. Il dardo scagliato con l'arco vibrante non è che un segno dell'ostilità con la quale il dio affonda nell'uomo la conoscenza razionale. Una conoscenza che porterà i pitagorici a considerare un ordine cosmico delle cose seguendo la strada delle interrelazioni e delle proporzionalità, cosa che Colli considera attentamente (dato che rammenta non a caso che Pitagora viene chiamato anche Apollo Iperboreo). Una strada, quella dei pitagorici, che porta alla fatale decadenza della filosofia, in cui "...per la prima volta, l'espressione si cristallizza, dimenticando l'esperienza dionisiaca da cui è sorta e si dispone in dogmi astratti".
Ma che cosa temevano i greci - per Colli - al punto da considerare la razionalità e la conoscenza razionale come un dardo inviato da un dio ostile? E inoltre, che cosa si cela dietro il bipolarismo Apollo - Dioniso che fa decollare la cultura greca? Colli non lo dice esplicitamente, ben sapendo che la verità non ha modo di essere esplicitata con le parole; però al tempo stesso sa che le parole tracciano un sentiero tortuoso e intricato, l'attraversamento del quale porta alla decifrazione dell'enigma . Anche Colli , non lo nasconde, ha la tracotanza del sapiente! E allora il messaggio terribile che ci hanno lasciato i greci, un messaggio che Colli ha decifrato, è che la sapienza assoluta è conoscenza del corpo straziato e martoriato di Dioniso, conoscenza del furore e del sacrificio di sangue, dello smembramento che ogni istante si consuma, come un rituale eterno, della interezza del tutto . Il tutto è separato. Ci lascia. Si disperde. Il tutto vede se stesso, come Dioniso nello specchio col quale gioca e si guarda nell'attimo in cui viene aggredito dai Titani, e si frantuma. Ma lo specchio non va in frantumi. Lo specchio riflette l'immagine che ha davanti, come una maledizione. Come l'enigma, che Apollo lancia col suo arco d'argento, riflette la verità ma non è la verità. Rimane il gioco come atto creativo attraverso il quale la vita fluisce liberamente. Un rituale dichiaratamente non finalizzato a nessuna forma di utilità. Eppure Colli nella enigmatica chiusa della Filosofia dell'espressione dice: "I dadi sono gettati e ancora rotolano: eppure, quando si arrestano, mostrano qualcosa che non è gioco" . C'è dunque qualcosa di terribile e di veritativo nel gioco, e il mito orfico della morte di Dioniso narra che fu il gioco ad attirare il fanciullo divino; la trottola, il rombo, i pomi e lo specchio furono l'esca che i Titani usarono per ghermire il piccolo Dioniso . Anche lo specchio, dunque, è un gioco! E attraverso lo specchio Dioniso conosce sè stesso e si frantuma. E quello che avviene, dopo il gioco, non è più un gioco ma dà l'impulso a qualcosa di straordinariamente grande: la cultura greca. Questo, per Colli, fino a quando il finalismo politico non prevale sull'enigmatico potere misterico dei sapienti.
Ancora sulla enigma Colli traccia un altro segno rosso. L'enigma è il dardo di Apollo. L'enigma è il logos. Ma, ancora di più l'enigma è il gioco della conoscenza attraverso il quale il sapiente rischia tutto senza avere in cambio niente. E' la sua ragion d'essere. E' il gioco divino della conoscenza che pur non avendo un fine utilitario trasforma il mondo imprimendogli la forma della verità . E' il motivo che conduce Omero alla morte . Una morte che benché causata dal mancato scioglimento di un'enigma è anch'essa un'enigma, come Colli fa giustamente notare ricordando l'interpretazione di Eraclito . E un'enigma - aggiunge Colli - è anche causa della morte, forse ancora più misteriosa di Socrate, che muore lanciando a sua volta frasi dense di ambiguità . Le parole di Colli, in questo senso, forse contro la sua volontà di preservarle nel loro autentico significato ambiguo, diventano leggibili ed interpretabili: "... Chi tenta di interpretare il mondo come un'enigma è mosso da un istinto serio, ferreo, profondo, violento, quasi per il presentimento che in fondo alle cose vi sia un filo conduttore, scoperto il quale sia possibile tracciare il disegno per uscire dal labirinto della vita e, insieme, da un istinto giocoso, lieve, avido di imprevisto, dall'ebbrezza di chi toglie con mediata lentezza i veli dell'ignoto ".
Qual'è, dunque, il ruolo del filosofo, quale la sua finalità, il suo significato?
Colli rifiuta intanto la definizione. Bisogna recuperare quello che ormai il filosofo ha perduto. Ormai il campo d'azione del filosofo è definito e cristallizzato. Bisogna anche reinventarsi un nome . Uscire fuori dal campo del già troppo noto. La mistica in questo senso viene rivalutata, giacché il suo significato profondo si riconnette a "mistero, segreto, iniziazione" . Solo attraverso il mistero, può rinnovarsi il terrore che suscitava nell'epoca greca il sapiente: la divinità del sapere! Infine solo attraverso l'iniziazione si può sublimare ed elevare l'estasi mistica, il raggiungimento della conoscenza.
A tal fine, per preservare l'assoluta segretezza, ma soprattutto per non cristallizzare la conoscenza in formalizzazioni distaccate, solo nel 'linguaggio vivente' , che è dialettico per sua natura, ci si può immergere in estatica contemplazione e trovare 'il fluire autentico della ragione'.
Alla fine di questo brevissimo percorso nei labirinti della filosofia di Colli ci resta però un dubbio, terribile e sconvolgente. La vivisezione a cui si aprirà il materiale scritto che Colli ci ha lasciato, e che per suo espresso volere si presenta come magma incandescente, offrirà interpretazioni anche troppo libere.
Bisognerà allora leggere 'da filologo', come avverte nietzscheanamente Colli, oppure interpretare la sua scrittura come una freccia elusiva ed irridente che ci sfida nello specchio dell'eternità?

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