Tommaso Campanella:

" l'uomo del sole "

di Luigi Caminiti
Nel torbido quadro di un rinascimento intriso di furore e di sangue, dell'arte e della letteratura italiana, del consolidamento delle grandi potenze europee e, più in particolare, nel momento in cui cominciano a defluire le grandi ricchezze dal mediterraneo, trovando il commercio strade più ricche attraverso l'oceano, passa, splendendo solo a tratti tra una prigionia e l'altra del suo autore, l'opera di Tommaso Campanella. Figlio povero di una terra avara di abbondanza ma ricca di un passato antico quanto fervido nella cultura, quella della Magna Grecia, Tommaso Campanella nasce a Stilo figlio di un ciabattino e ossessionato dalla sete di sapere. Si fa presto monaco presso l'ordine dei benedettini e qui si nutrirà di filosofia e letteratura fin quando non si sentirà chiamato ad un destino messianico. E' anche a causa di ciò che il suo furore politico e filosofico lo indurrà ad imprese disperate come la sommossa di Stilo, di cui diremo poi più diffusamente.
Certamente Campanella trovò grandi difficoltà nel farsi capire. Misconosciuto agli intellettuali del suo tempo, lontano dai centri di cultura il monaco ribelle che all'età di ventidue anni parte dalla Calabria alla volta della cultura europea approdando prima a Napoli dai fratelli Della Porta e giungendo poi con incredibili difficoltà prima a Padova, poi a Roma e a Firenze non è un raffinato erudito. Egli è solo un povero monaco di umilissime origini che giunge dal "profondissimo" sud, inviso ai superiori, che parla un pessimo latino, che viene accusato di diavolerie, che anche nei suoi scritti più importanti non manca di vituperare la nobile Firenze. Certamente non poteva e non doveva essere considerato dalla raffinata cultura dell'Italia centro - settentrionale.
Anche il sistema filosofico campanelliano viene considerato per secoli vecchio e stantio, intriso com'è di irrazionalismo e magismo in un secolo dove le grandi dispute vertono sull'avvento del sapere scientifico e di un nuovo metodo per ricercare il vero.
Perfino " La città del Sole " , il libro più oscuro, anche se non il più importante, è stato travisato fino ai nostri giorni e inserito all'interno di un iter proto-comunista che ben poco ha a che fare con lo spirito intensamente religioso di cui è intrisa l'opera in questione ma più in generale tutta la produzione filosofica e letteraria dello stilese. Nel suo "Del senso delle cose e della magia", scrive Campanella: "L'uomo è l'epilogo di tutto il mondo, ammiratore di questo, se vuol conoscere Dio, che però è fatto. Il mondo è statua, immagine, tempio vivo di Dio, dove ha dipinto li suoi gesti e scritto li suoi concerti, l'ornò di vive statue, semplici in cielo e miste e fiacche in terra; ma da tutte a lui si camina ".
Gli equivoci sulla sua ortodossia prima, e addirittura sul suo ateismo in seguito, nascono quando intorno a lui, in un clima di repressione che porterà al rogo Giordano Bruno, cominciano a nascere i sospetti in seno alla nobiltà spagnola più che all'alto clero. E anche in queste circostanze, quando tutto l'accusa, egli non cessa mai di gridare la sua innocenza.
Sulla coerenza del pensiero di Campanella, come del resto sulla sua originale interpretazione del Cristianesimo non vi sono ragioni sufficienti per dubitarne. Certo è che il filosofo non rinnegherà mai niente dei suoi scritti, anzi, anche nel suo Sintagma de libriis propriis egli rivendica praticamente in blocco anche le opere giovanili facendo intravedere un unico slancio verso la verità che lo sostenne fino alla fine dei suoi giorni in Francia, dove, accolto trionfalmente, fu poi presto osteggiato e infine dimenticato e abbandonato.
Certo è che Campanella, anche quando le situazioni contingenti lo indurrebbero a disquisizioni meno graffianti sulla realtà del suo tempo, anche quando il vitalizio papale non arriva più e lui ormai settantenne non trova neanche il promesso sostegno economico dell'autorità regia francese, cos" come fece in gioventù aldilà delle beghe conventuali, aldilà delle umiliazioni e delle torture, aldilà di un mondo filosofico che mai lo comprese, ( com'è provato del resto dallo sdegno di Descartes che si rifiutò addirittura di leggerne le opere) egli non smette mai di perseguire la realizzazione dei suoi grandi progetti.
Quando anche le stelle gli si volgeranno contro, ed egli leggerà nella loro disposizione in cielo la propria fine imminente, anche allora la sua tempra di combattente non cederà ed egli cercherà di scongiurare con riti propiziatori gli influssi ostili. L'ultima congiura, quella delle stelle, lo trova però alla fine soccombente: spira il 21 maggio 1693 nel convento domenicano di rue St. Honorè. La sorte e il fato si accaniranno ancora contro di lui dopo la morte, e le sue spoglie mortali, buttate allora nella fossa comune, vengono disperse nel 1795 quando il vento della Rivoluzione abbatte il convento per destinare l'area ad un mercato.
Certamente, anche per quanto detto, in Campanella si intrecciano indissolubilmente discipline letterarie e filosofiche, vita e cultura. Appena ventenne, già distintosi per il temperamento ribelle, insofferente all'indottrinamento passivo, contro il volere dei superiori legge e studia le opere di Bernardino Telesio alla morte del quale comporrà un carme latino in suo onore che egli stesso affiggerà sulla porta del Duomo di Cosenza. Scrive subito dopo, in risposta alle punizioni puntuali che lo confinano nell'isolato convento di Altomonte, la sua prima opera filosofica che suona come una appassionata difesa del pensiero di Telesio: " Philosophia sensibus demonstrata " .
Fugge a Napoli e pubblica il libro. L'opera ,pur non contravvenendo direttamente le norme fondamentali dell'ortodossia cattolica, suscita immediatamente scandalo e imbarazzo perché rompe con la disciplina scolastica corrente. Gli viene imposto il ritorno in Calabria ma egli, rotto ormai ogni indugio parte verso Roma e Firenze. Scrive e pubblica la " Fisica ", la "Retorica", un "Dialogo contro Luterani, Calvinisti ed altri eretici". Nel frattempo si addensano intorno a lui, che scrive in modo diretto senza equivoci ed astrazioni fini a se stesse, le nubi del sospetto.
Che cosa vuole questo giovane monaco ribelle proveniente da una terra cos" povera, cos" arretrata, cos" lontana dalla cultura italiana ed europea? E' un sovversivo, un eretico?
Viene processato due volte. Agli accusatori che si chiedono: "...Come sa di lettere costui se non le ha studiate?", risponde sfrontatamente: "ho consumato più io d'olio, che voi di vino" citando un motto di St' Anselmo che usa con la doppia valenza di irridere gli accusatori e al tempo stesso difendersi dall'accusa.
Ma ormai il suo nome è segnato nella lista dei potenziali eretici e, quando un bandito calabrese per sfuggire al patibolo lo accusa, comincia il carcere duro e in seguito l'ordine ,questa volta perentorio, di tornare in Calabria.
Già queste prime vicende unitamente ai suoi primi scritti annunciano prepotentemente la volontà di libertà di Campanella, prima che egli giunga in Calabria con il progetto di realizzare una repubblica orientata e guidata sulla base di una religione naturale da un sommo sacerdote che nella Città del sole chiamerà "Metafisico" oppure "Sole". Fra Tommaso a quel tempo ha già tracciato le linee generali della sua politica nella quale rifulge come peculiarità imprescindibile il suo concetto di libertà. Solo Dio, solo la natura e le opere della natura, che sono statue di Dio, possono condurre l'uomo verso il bene, verso la felicità. L'uomo è libero nelle sue scelte e nell'Astrologicorum il frate calabrese dice: "l'uomo è cos" libero che, se non vuole, non viene vinto da nessun tormento e morte". Ed il concetto verrà ribadito nella chiusa della "Città del sole". Ma libertà e felicità di un popolo sono per Campanella condizionate dall'armonia con la quale l'uomo riesce ad essere con tutto ciò che lo circonda.
Questa sorta di naturalismo portato fino alle estreme conseguenze è forse uno dei punti più interessanti della filosofia campanelliana. Perfino la città del sole deve essere costruita e "organizzata in accordo con le stelle e da ciò proviene tutta la sua felicità prosperità e virtù". Né è da nascondere che Campanella aveva letto negli astri il suo destino più volte. Ma non è l'astrologismo o le pratiche divinatorie a rendere libero l'uomo, anzi, nel suo Atheismus triumphans egli giunge a paragonare gli uomini" a una mandria di bestie ignare salvaguardate solo dall'ignorare che domani alcune saranno vendute al mercato, altre condotte al macello, e pungolate da angeli - mandriani, che mediante le stelle tirano e allentano le corde delle passioni ".
La libertà dell'uomo è quella di essere precisamente ciò che egli è: natura! Ora, poiché la natura altro non è che la esplicitazione del Verbo divino, vivere secondo natura significa vivere secondo le leggi di Dio.
Ma l'uomo che tra gli animali, poiché è a questi superiore in tutto, è quello che più somiglia a Dio può interpretare i segni del cielo, e Campanella che molto aveva appreso dai fratelli Della Porta, durante il suo soggiorno a Napoli, e dalle molte letture di astrologia scrive nell'ultimo capitolo dell'Articuli prophetales: "risulta evidente che le figure dei segni celesti mutano posizione, e non è vero, come si ritiene comunemente, che permangono i segni invisibili della nona sfera, segni che non esistono. Ma i cardini di tutte le figure si dislocano nello spazio immenso in luoghi diversi, per cui configurazioni astrali diverse sovrastano alle terre e il fatto che l'intero meccanismo celeste consegue una nuova posizione genera nuovi secoli e nuovi influssi alle diverse parti della terra ".
E lo stilese aveva letto da giovane nelle stelle l'annunciarsi di una nuova epoca storica e aveva creduto essere predestinato a un ruolo importante per l'instaurazione di un nuovo regno sotto la guida di Dio.
Il frate calabrese torna cos" nella sua terra ma, piuttosto che deporre le sue armi filosofiche decide di rendere operante il suo grande progetto di una monarchia regolata secondo le leggi di natura e di Dio in accordo col cielo. Nelle stelle crede di vedere i prodigi che indicano l'imminenza del grande evento a cui lui stesso deve dare inizio.
Amabile e Bobbio considerano sincera solo questa fase della vita di Campanella ,iniziatasi con la congiura e conclusasi con la stesura della Città del sole.
Il mio punto di vista è invece molto più vicino a quello di Firpo e De Mattei secondo i quali tutto l'iter campanelliano conduce nei medesimi luoghi e suggerisce le stesse risposte. Scrive L. Firpo: " preso da una elettrizzante allucinazione egli credette di leggere nelle orbite astrali e negli ingenui prodigi i segni dell'evento imminente, vide il malcontento economico, le dispute giurisdizionali, il banditismo imperversanti nella sua povera terra e li credette segnali d'una tensione ormai intollerabile; nel proprio oroscopo lesse presagi di potenza e si credette chiamato a instaurare il secolo d'oro sollevando le genti con la parola trascinatrice per spezzare le vecchie strutture infracidite e reggere poi con illuminata sapienza la filosofica repubblica naturale dell'età novella ".
Parole potenti, ma che non rendono del tutto giustizia al frate calabrese e che più si attaglierebbero ad un Savonarola. Ben diverso è lo spirito del Campanella. Egli è prima di tutto calabrese, stilese e magno greco. Il concetto stesso della città del sole, anche se visto in visione allargata ed esteso a tutto il mondo civile, sottosta' sempre all'antico concetto greco di polis. Il fatto nuovo è un altro, non il banditismo dei poveri, non la crisi delle istituzioni ma, rispetto a quell'Europa corrotta dagli intrighi di corte e dalle opportunità politiche, Campanella vide nella sua Calabria la stessa purezza di cui era dotato il suo animo.
Rispetto al concetto di polis greca cambia la struttura gerarchica istituzionale. Abolisce la proprietà privata, rende di pari dignità ogni lavoro, rende accessibile, anzi obbligatoria, l'istruzione a tutti i cittadini e soprattutto dà al cristianesimo, straziato dai giochi della diplomazia europea, la nuova dignità, che è poi antica, di reggere le sorti del governo.
Il sommo sacerdote, il Sole, è il più sapiente tra gli uomini della comunità, quello in grado di cogliere ed infondere al tempo stesso la religiosità del vivere umano e viene aiutato in ciò dai tre sacerdoti secondi solo a lui in autorità: Amore, Potenza e Sapienza.
Questo è ben più che furore rivoluzionario, ben oltre che una constatazione del degrado delle condizioni in cui vivono i calabresi al ritorno di Campanella nella sua terra.
Sappiamo poi che il progetto di Campanella fin" miseramente e che il 6 settembre Campanella venne arrestato e, dopo un primo processo farsa, l'otto novembre tradotto a Napoli dove cominciò il lungo calvario di prigionia durato quasi ventotto anni.
E' il periodo dei grandi pentimenti, dei ripensamenti, della salmodia del carcere o della canzone "A Berillio ", pagine intrise di dolore anche se forse troppo dense di autobiografismo. Ma dove pur sempre lampeggiano qui e là momenti di autentica poesia che rivela la realtà nella quale egli vive: " i nervi stratti " oppure "l'ossa scontinuate ", " il cibo sporco e poco ".
E' anche però il periodo delle grandi opere filosofiche che scrive anche col proprio sangue sui lembi di vestito, su strisce di stoffa che gli altri detenuti gli inviano. Anche quando tutto sembra perduto, Campanella non smette mai di pensare alla libertà. Si salva la vita fingendosi pazzo dopo un giorno e una notte di torture indicibili, appeso a delle catene, con braccia e polsi slogati, con ceppi acuminati che gli si conficcavano nelle cosce appena si lasciava un po' andare giù stremato dalla fatica.
Resta per noi da valutare ancora lo stile non solo del poeta ma anche del filosofo, sempre animato da uno spirito possente ma con un italiano misto a forme latine e ad altre di chiara origine dialettale.
L'occasione migliore forse per meglio valutare il letterato e il filosofo e a renderci conto del perché egli fu cos" perseguitato ci viene dagli Aforismi politici. Ne presentiamo qui una scelta appena sufficiente a giustificare il nostro ritratto di Tommaso Campanella. La sua politica era, in verità, modellata sui dettami della religione naturale secondo cui è l'agire contro natura a far decadere le repubbliche ed è Dio il fulcro di ogni attività umana, ma questo non poteva bastare a scatenare le ire della nobiltà spagnola e le preoccupazioni del clero. Ma è proprio sulla naturalità della repubblica che cominciano le eresie non religiose ma politiche di Campanella: " signoreggia per natura - scrive lo stilese in uno dei suoi aforismi - chi procede di virtù serve per natura chi manca di virtù, dove si fa il contrario è dominio violento ": Questo aforisma è perfettamente in linea con l'ortodossia della religione cristiana ma non altrettanto con le rigide strutture gerarchiche nobiliari del tempo.
Ancora questo non basterebbe a scatenare le ire degli spagnoli ma gli aforismi segnati coi numeri 13 e 14, secondo la numerazione che ne fa Maglione, lo rendono però più evidente: "In ogni communità, o domina uno come il Re in Spagna, o molti come i nobili in Venetia, o tutti come Svizzeri, et Archinesi, o uno e molti insieme come in Polonia, o molti, e tutti insieme come in Lacedemone il Re, gl'efori e il popolo " e continua nel seguente:" Ma veramente dominare colui si dice nelle cui mani sta la somma potestà della Repubblica ". E questo, nelle di cui mani sta la somma potestà della Repubblica è appunto il Papa o, come lo chiamerà nella Città del sole il Sole, il Metafisico. L'aforisma 34 è chiarificante in tal senso: " La prima legge di Dio, e quella della natura, la seconda quella, che insegna ai suoi amici, dopo la prevaricatione della p.a legge, la p.a è alterna e la regola la ragione seminata in noi arte di Dio, la seconda è parte eterna, parte temporale, come quella data a Moisè, la humana legge quà e naturale, e eterna quando è dalli instanti bisogni fatta e variabile, particolarmente la mista, come quella del Papa in quanto a divina, e naturale è eterna in quanto e da lui bene, o male instante, e mutabile ".
In altri aforismi Campanella mette in luce dei mondi che ormai si scontrano: uno violento e prepotente che appare ormai destinato a dominare su tutto, ed è il settentrione d'Europa, l'altro, quello meridionale, ormai al tramonto per ciò che concerne forza e potere ma ancora in grado di fornire cultura e civiltà: quella civiltà classica e greca che Campanella tiene sempre come punto di riferimento. E' l" che Campanella cerca il superamento di una cultura medievale ormai in crisi. Rivolgendo il suo sguardo verso il passato il frate calabrese spera ancora di salvare la cultura cristiana dalle degenerazioni che sfocieranno poi nelle lotte cruente tra cattolici e protestanti prima, tra mondo laico e mondo cristiano in seguito. Lo stesso pensiero scientifico, che ormai si affaccia prepotentemente sulla scena del sapere umano come reale disvelamento delle leggi di natura, senza più ossequi alle sacre scritture, lo sfiora appena. E' vero che Galileo giovanissimo trovò conforto in Campanella, ed è vero anche che il frate calabrese scrisse una apologia in favore dello stesso, ma il progresso scientifico e tecnologico lo dovette piuttosto divertire più che incuriosirlo. Egli credeva nelle scienze degli astri, stelle che riempiva di significato e di mistero, e questo è frutto della sua educazione alla grecità.
Lo stesso Firpo non disconosce che tipo di connessione vi sia tra il pensiero di Campanella e la sua terra natia. Anche se per Firpo ciò resta un fatto più umorale che concettuale, una sorta di attaccamento emozionale alla sua gente, lo studioso riconosce comunque nel pensiero dello stilese " le credenze popolari apprese nella fanciullezza, immettendo nel sistema delle scienze tutto un bagaglio di ingannevoli parvenze amplificate dalla credula e favoleggiante fantasia degli umili ".
Ma Firpo non tiene a mente che quelle favole, quelle leggende, quell'humus rozzo ed ignorante ha radici antiche e che, proprio per le condizioni di isolamento in cui versava allora la Calabria, tagliata fuori dai grandi scambi culturali e commerciali, preoccupata solo a difendersi dai saraceni come prima dai romani e dai campani, come dagli spagnoli o dai francesi, nella Calabria dei pastori, delle montagne impenetrabili, resta in modo limpido e rifulge ancora, seppure sotto forma di credenze, tutto un mondo antico e mai dimenticato, impresso sotto forma di immaginazione, di pensiero, di intuizione del mondo, di credulità se si vuole, di culti dichiaratamente dionisiaci come quello di San Giovanni in Fiore, dove ancora nel giorno del Santo si danza fino allo sfinimento. Tutto questo mondo ha un nome che molti studiosi di Campanella dimenticano: si chiama Magna Grecia. Ed è qui che si spiega il legame stretto tra gnoseologia, religione e politica, tra stile letterario ( il richiamo continuo ai testi dei presocratici, Empedocle e i moralisti Focilide e Teognide ) e scelte filosofiche (l'aver voluto abbandonare Aristotele, l'ostilità al poema omerico, l'amore per Telesio, l'evidente fascino subito da Platone). Si capisce il perché di questi intrecci tra discipline cos" diverse come l'etica e l'astrologia, tra poesia e filosofia.
Il sogno non dichiarato è comunque quello dell'avvento del regno di Dio sulla terra. Un mondo senza miserie, senza guerre, nel quale la sapienza è riposta nelle mani del capo spirituale che la diffonde a tutti. Un mondo in cui i bambini saranno figli di tutti e tutti saranno una famiglia. In cui ognuno darà il suo contributo di lavoro e di ingegno senza nessuna costrizione: Ma al tempo stesso un mondo in cui la potenza non verrà esclusa, perché anche la potenza è caratteristica di Dio cos" come "Amore" e "Sapienza" : Il potere non sarà più ereditario ma dato a chi avrà più predisposizione ed il lavoro sarà per ciascuno di pari dignità: In conformità con le leggi di Dio, osservando il cielo e gli astri, amando e rispettando la natura, con Dio, attraverso il Sole.

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