PSICOLOGO ALLA FINESTRA: LE FUNZIONI PSICHICHE

PARTE PRIMA: L'INTELLIGENZA

di Gabriele ROMEO
Ricordo quando, da bambino, ero malato; mi capitava spesso di avere la febbre alta o con tale ingrossamento delle tonsille da non poter nemmeno deglutire o con una delle tante malattie infantili da me contratte (morbillo, parotite, pertosse). Appena mi accorgevo di star male lo dicevo a mia madre, provando un misto di sensazioni tra la paura dell'esser malato e la gioia di saltare la scuola, almeno per qualche giorno. Mia madre, deputata al controllo della salute nonostante mio padre fosse medico, dopo aver controllato il termometro, sentenziava : "la febbre è piuttosto alta per cui bisogna chiamare Zio Stefano". E' opportuno dire che mio zio Stefano, fratello di mio padre, è anch'egli medico (cardiologo, per la precisione). Non ho mai capito come facesse, ma il tempo di chiudere il telefono e mio zio si materializzava, come uscendo per incanto da qualche magico portale, accanto al mio lettino, preannunciato sempre da intensi e meravigliosi profumi. Non ricordo una sola volta che non mi abbia portato qualche regalo, qualche libro o qualche giornale; al solo vederlo io mi sentivo già decisamente meglio. Dopo avermi visitato e completamente rassicurato si sedeva accanto a me e mentre mi accarezzava lungamente rispondeva a tutte le mie domande con tono dolce, in modo esauriente, senza mai spazientirsi. Stava con me anche diverse ore e, in qualche modo, ha accompagnato e scandito la mia crescita passando, e soprattutto facendomi amare, nelle diverse fasi della mia crescita, da Cappuccetto rosso a Sandokan a Guerra e Pace. Ricordo che mio padre rispondeva a molte delle domande che io facevo; mio zio ha sempre risposto a tutto. Sapeva tutto e, soprattutto, quello che più mi piaceva in lui (e che mi piace tuttora) era (ed è) il suo modo dolcemente intelligente e razionale di porsi di fronte alle situazioni della vita, positive o problematiche che fossero.
La mia psicoterapeuta intervenne facendomi osservare che mio zio probabilmente era stato un modello per me dal quale attingere il modo di comportarsi. Non avevo mai pensato a questa cosa, anche se sicuramente consideravo (e continuo a farlo) l'intelligenza come un valore primario e quindi quale persona esisteva più intelligente di lui tra quelle che io conoscevo? La prima cosa che mi venne in mente fu : nessuna! Questa cosa iniziò a rodermi il cervello come un tarlo fa col legno. Il mio pensiero se ne andò per conto suo e si riemp" di concetti più o meno scolastici relativi all'intelligenza.
Il termine intelligenza, dal latino intelligentia, è un derivato dalla radice lego, is, ere (raccogliere, scegliere). Le varie scuole di pensiero non sono mai riuscite a mettersi d'accordo sul significato e sulla definizione di questa funzione psichica cos" da indurre Pichot a sostenere che il termine intelligenza mentre è uno dei più usati nel lessico psicologico è al tempo stesso dei meno definiti e Sperman e Jones ad affermare che nessuno sa cosa essa sia.
Una delle teorie più antiche dell'intelligenza è la teoria anarchica, sostenuta da Claparède e da Cattell, secondo la quale l'intelligenza è la summa di diverse funzioni inferiori (pensiero, memoria, cultura). La teoria monarchica, con Meili e Wechsler, sostiene che l'intelligenza sia un'attività psichica separata dalle altre ed altamente differenziata. La teoria integrativa, con il pensiero di Gemelli e Baudin, integra l'intelligenza rispettivamente nell'ambito del comportamento ed in quello del pensiero.
Una delle definizioni più comunemente accettate è che l'intelligenza sia la capacità di risolvere nel modo più veloce ed economico un nuovo problema, intendendo per problema l'insieme degli ostacoli da superare per poter raggiungere un obbiettivo prefissato. Ne consegue che è poco intelligente non solo chi pensa poco ma anche chi pensa troppo laddove si potrebbe raggiungere la medesima meta pensando di meno.
Esistono ovviamente molti tipi di intelligenza: verbale (è quella che emerge nei colloqui), di performance (è quella che emerge nei lavori manuali), pratica (applicata a problemi concreti), teorica (applicata a problemi astratti), meccanica, matematica, descrittiva, analitica, sintetica, empirica (le cui caratteristiche sono già esplicitate dal termine accompagnatorio stesso).
Riguardo la strutturazione dell'intelligenza vi sono diverse teorie. Hebb sosteneva che l'intelligenza era composta da un fattore A (consistente fondamentalmente in un cervello anatomicamente normoconformato e ben funzionante da un punto di vista biochimico e fisiologico) ed un fattore B (consistente negli apprendimenti tra un individuo ed il suo ambiente). Cattell distingue nell'intelligenza una componente fluida ed una cristallizzata; la componente fluida è maggiormente associabile alla componente genotipica e si manifesta in situazioni nuove nelle quali non si può ottenere con successo un adattamento di cognizioni pre-esistenti. La componente cristallizzata è maggiormente associabile all'esperienza e si evidenzia in quelle situazioni nelle quali si possa invece far ricorso ad abitudini apprese di pensiero, anche se esse debbano essere modificate.
Un'altro dei maggiori studiosi in questo campo è stato Piaget. Egli ha studiato l'intelligenza per circa 40 anni, elaborando precisi schemi concettuali sulla scorta di osservazioni empiriche e di esperimenti. Piaget considera l'intelligenza come la forma psichica dell'adattamento, intendendo per adattamento uno stato di interazione reciproca fra l'individuo e l'ambiente nel quale abitualmente vive, tendente all'instaurarsi dell'equilibrio ritenuto migliore dall'individuo stesso. Un concetto fondamentale per questo pensatore è quello di schema d'azione. Lo schema d'azione è il principale responsabile della scelta di un'azione in relazione ad un qualsiasi stimolo e della modifica che viene attuata per avere un maggior successo nella risposta comportamentale. Gli schemi d'azione cos" concepiti sono quindi delle strutture tendenzialmente conservatrici anche se di fatto sono poi relativamente flessibili e non devono essere concepiti come aspetti delle azioni quanto modalità di manifestarsi dell'organismo che si estrinsecano nelle azioni. L'utilizzazione di uno schema d'azione per compiere un atto quindi comporta al tempo stesso l'individuazione dello schema d'azione più appropriato nel quale collocare la risposta da scegliere per il caso in questione (concetto d'assimilazione) ed al tempo stesso la modificazione dello stesso schema perchè abbia una risposta migliore (concetto d'accomodamento). Supponiamo che mentre guidiamo l'automobile dopo un rettifilo vi sia una curva : tra tutti i nostri schemi d'azione noi faremo rientrare ciò che dobbiamo fare per non uscire fuori strada in quello dello sterzare; difatti abbiamo compiuto un'assimilazione. Al tempo stesso è ovvio che l'idea generica dello sterzare deve essere adattata alla curva in questione nei vari aspetti dei nostri movimenti : velocità nello sterzare, "quantità" della rotazione del volante, durata della sterzata e via dicendo; questa è l'accomodazione. Dalla nascita in poi gli schemi aumentano di numero in senso quantitativo e diventano sempre più ricchi, per acquisizioni empiriche, in senso qualitativo.
Lo stesso Piaget ha inoltre effettuato una vera e propria stadiazione dell'intelligenza. Il primo periodo è quello dei primi due anni di vita e va sotto il nome di stadio sensomotorio; in questa fase il lattante inizia a costruire i primi semplici schemi d'azione dalla ripetizione prima meccanica e poi sempre più ragionata dei riflessi innati. Successivamente gli schemi d'azione diventano sempre più ricchi e più numerosi. Nel secondo periodo, detto preoperatorio, compreso tra i 2 ed i 4 anni, l'oggetto viene considerato un tutt'uno con la sua funzione o con l'azione per la quale serve. Il terzo periodo, detto del pensiero intuitivo, è compreso tra i 4 ed i 7anni ed è caratterizzato dall'apparire della reversibilità delle operazioni. Il periodo delle operazioni concrete, compreso tra i 7 e gli 11 anni, è caratterizzato dalla comparsa dei concetti relativi alla seriazione, alla classificazione, alla numerazione e quindi dell'orientamento spaziotemporale. Tra gli 11 ed i 14 anni appare l'ultimo periodo, delle operazioni formali, nel quale si formulano delle ipotesi e le si sottopone a verifica.
L'intelligenza può essere misurata. Esistono in commercio tests psicologici quali le scale di Wechsler, le matrici progressive di Raven, i labirinti di Porteus, le scale di Stanford-Binet originali o riviste da Terman e Merrill. Questi tests hanno un approccio di tipo psicometrico : essi prevedono per ogni età un certo risultato che viene quantificato in base ai risultati medi ottenuti da un campione statistico estratto dalla popolazione. Il Q.I. (Quoziente intellettivo) che è il metro dell'intelligenza si calcola con la seguente formula : età mentale diviso età cronologica moltiplicato 100; ovviamente, in un soggetto normale, i punteggi del test, trasformati tramite apposite tabelle, in mesi ed anni relativi all'età mentale dovrebbero essere più o meno uguali ai mesi ed agli anni dell'età cronologica per cui il risultato dovrebbe essere più o meno pari a 100. In parole povere il Q.I. indica la posizione dell'individuo testato rispetto ai valori normativi degli individui della sua popolazione della stessa età. Recenti ricerche hanno dimostrato che il Q.I. non è un fatto statico ma dinamico e soggetto all'influsso di numerose variabili : lo stato d'animo, il fattore tempo, i livelli d'arousal, il tono dell'umore, la quantità d'ansia, le aspettative ed altre ancora. Altri fattori che determinano un maggior o minor sviluppo dell'intelligenza non sono ancora ben chiari. Alcuni studi effettuati sui gemelli omozigoti (con uguale corredo cromosomico) e dizigoti (con diverso corredo cromosomico) indicano una certa correlazione statistica intragruppale e non intergruppale cos" come i figli adottati presentano risultati ai tests più simili a quelli dei genitori naturali che a quelli adottivi, anche se in quest'ultimo caso con l'aumentare dell'età diminuisce la discrepanza, probabilmente per influsso dell'ambiente. Un ambiente ricco di stimolazioni e che dia molto spazio ai valori intellettuali influisce positivamente sulla formazione dell'intelligenza. cos" come un alimentazione equilibrata e varia ed una vita prenatale sana (una gravidanza condotta senza problemi e senza sbagliate abitudini voluttuarie della madre quali assunzione di alcool, droghe o fumo). Evidentemente l'intelligenza risente anche di tutte le alterazioni, di qualunque natura, che danneggino l'encefalo sia da un punto di vista anatomico che funzionale.
I valori normali dell'intelligenza si collocano tra 85 e 105. I disturbi dell'inteligenza possono essere classificati nel modo seguente : funzionamento intellettivo limite (da un Q.I. di 84 a 71), ritardo mentale lieve o deficit cognitivo correlato all'età lieve (da un Q.I. di 70 a 51), ritardo mentale moderato o deficit cognitivo correlato all'età moderato (da un Q.I. di 50 a 36), ritardo mentale grave o deficit cognitivo correlato all'età grave (da un Q.I. di 35 a 20), ritardo mentale gravissimo o deficit cognitivo correlato all'età gravissimo (con un Q.I. inferiore a 20). La differenza tra ritardo mentale e deficit cognitivo correlato all'età consiste nel fatto che nel primo caso lo sviluppo intellettivo si è fermato ad una certa età mentre nel secondo l'intelligenza dapprima normalmente sviluppatasi è successivamente regredita con l'aumentare dell'età cronologica. Le capacità intellettive, ovviamente, diminuiscono col diminuire del Q.I. : si passa quindi da stati di quasi normalità a stati di quasi totale mancanza di autonomia personale con svariate sfumature intermedie.
Gli interventi di natura terapeutica devono tener conto, in primis, dell'eziopatogenesi del disturbo dell'intelligenza. Una volta posta la corretta diagnosi s'interverrà nel modo piu' opportuno. Danni ormai stabilizzati (quali quelli dovuti a lesioni ischemiche cerebrali per trauma da parto o per necrosi infartuali) si possono curare solo con terapie di tipo riabilitativo. Malfunzionamenti dovuti a fatti transitori (ansia, depressione) possono risolversi curando la malattia di base con psicofarmaci e\o psicoterapia. Una buona prevenzione (adeguata compliance alle cure farmacologiche, alimentazione sana, eliminazione delle abitudini voluttuarie negative già descritte) può evitare l'aggravarsi di patologie già presenti o, addirittura, l'insorgere di una nuova patologia.
Per finire da dove iniziammo venni richiamato alla realtà dalla mia psicoterapeuta. Capii di colpo quanto era stato importante per la formazione della mia personalità la presenza discreta di mio zio nella mia vita. Avevo preso da lui, in modo non stereotipato ma pensato e ripensato, l'amore per i capolavori della letteratura, il gusto della curiosità intellettuale, il piacere della musica classica, l'abitudine ad usare i profumi, le tendenze politiche, l'approccio razionale ai problemi condito con la giusta dose di affettività : insomma mio zio mi aveva fatto diventare un uomo.

Bibliografia
AA.VV. DSM IV Masson
R. Bini, T. Bazzi Psicologia clinica Vallardi
R. Canestrari Psicologia generale e dello sviluppo Clueb
F. Giberti, R. Rossi Manuale di psichiatria Piccin
S. Taylor Psicologia generale Bollati
Ne consegue che è poco intelligente non solo chi pensa poco ma anche chi pensa troppo laddove si potrebbe raggiungere la medesima meta pensando di meno.


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