di Nino RACCO
Nel n° 1 di Helios Magazine concludevo l'intervento, un po' retoricamente un po' misteriosamente, cos": A che serve il Teatro? A sentire il battito del proprio cuore.
Fermiamoci su questa domanda-risposta, cerchiamo di entrare in contatto con la risposta (A sentire il battito del proprio cuore), di spogliare la risposta di tutti i suoi possibili rimandi retorici, di vederla nella sua più cruda semplicità-fisiologicità: Sentire il battito del proprio cuore.
Da circa 8 mesi, il Piccolo Teatro Umano, nel suo viaggio - volutamente contraddittorio - tra RICERCA (il teatro di strada) e TRADIZIONE (la farsa popolare, la tragedia greca, Pirandello), ha cambiato rotta.
Dopo i primi 2 anni passati nel chiuso di una esperienza laboratoriale (totalmente concentrati sulla formazione tecnica), ci siamo aperti al territorio con 2 esperienze che alla lunga si stanno dimostrando interessanti: il lavoro teatrale con i ragazzi (fascia 10-18 anni).
Perchè questa apertura al territorio?
Metafora: l'arte che torna alla vita: un tuffo nella realtà che ci circonda: per vedere-sentire-prendere cosa la vita può dare all'arte.
Infatti: se inizialmente è l'artista-attore che porta il fare teatro nelle varie realtà (scuole, cooperative, compagnie amatoriali), in un secondo momento sono i ragazzi stessi, le persone lontane dal teatro, che cominciano a DARE qualcosa.
Ecco: questo QUALCOSA che loro danno è ora il punto centrale del nostro interesse.
Nei primi giorni, quando si chiede ai ragazzi di fare o di costruire qualcosa di teatrale, le risposte che vengono sono due: o "ma io non so fare niente" oppure viene fuori l'esibizione di un cliché (qualcosa che loro hanno visto in televisione o al cinema oppure una "maniera" di recitare mutuata dall'incontro occasionale con qualche teatrante/regista/attore di passaggio), in ogni caso un cliché, ossia un qualcosa di imitativo, di fotocopiativo, mai la creazione, mai un atto originale (come sostiene il maestro elementare Franco Lorenzoni: non è vero che i bambini sono spontanei, i bambini sono dei perfetti imitatori-ripetitori: la spontaneità, come la libertà, è qualcosa che l'individuo conquista non è "data" in partenza.).
E' a questo punto, in questo punto iniziale di svantaggio, che subentra la tecnica e l'esperienza teatrale (messo che ci siano degli attori-pedagoghi fortemente preparati ed esperiti).
La tecnica teatrale è uno strumento, esattamente come un qualsiasi altro arnese artigianale: una volta usato deve essere messo da parte e in campo deve rimanere solo e soltanto l'atto-l'oggetto creato.
La tecnica provoca-educa il soggetto ad esprimersi, a creare, l'atto creativo è unico ed irripetibile (ogni attore ha un suo proprio metodo, stile, poetica, maniera di recitare-comunicare).
La tecnica teatrale stimola l'individualità, quella singolarità che ci distingue e nello stesso tempo ci separa dagli altri.
Arrivati a un certo punto del lavoro abbiamo riscontrato nei ragazzi una formidabile resistenza a "esprimersi", a toccare la propria individuale interiorità, una difficoltà congenita e culturale a liberare, a tirar fuori il proprio mondo-emozioni-sentimenti-visioni-pensieri.
Tale difficoltà è il frutto della EDUCAZIONE contratta nei vari sistemi totalizzanti (la famiglia, la scuola, la chiesa, lo sport, la compagnia di amici, il paese, ecc.).
Regola dei sistemi totalizzanti è che ci si comporti secondo uno schema prefissato (questo è giusto, quello è ingiusto; questo è buono, quello è cattivo; ecc.). Tutto ciò che fuoriesce da questo rigido schema risulta incomprensibile agli altri, non è accettato, è respinto, è criminalizzato, tacciato addirittura di "follia".
Si capisce subito insomma che l'INDIVIDUALE, l'originale-originario, è qualcosa che si paga a caro prezzo.
A questo punto subentra la bestia nera dei sistemi totalizzanti.
Questa bestia nera ha tanti nomi: esperienza profonda, trasgressione, politica, musica, poesia, l'arte, il teatro, l'amore come rivoluzionario-rivoluzionante tutti i precedenti e statici rapporti, la sessualità, l'avventura, il viaggio, ecc.
Tutti questi campi per essere attraversati veramente e autenticamente richiedono al soggetto una cosa soltanto: ch'egli tiri da sè un suo personale modo di essere che non ha niente a che vedere con tutto ciò che ci hanno detto che noi siamo.
Se faccio teatro profondamente e autenticamente non mi serve essere quello che io genericamente sono, devo cominciare a essere qualcosa di veramente particolare ed eccezionale.
Il "teatro forte" vuole che tu vada a toccare qualcosa dentro di te, qualcosa di particolare e speciale (un'emozione, un sogno, un segreto, un pensiero). E' una specie di lavoro archeologico.
Quando tocchi questo qualcosa il cuore comincia a battere ad una velocità diversa da quella normale, è l'eccitazione, lo spavento, il terreno che viene a mancare sotto i piedi o l'esaltazione o il piacere di aver ricordato qualcosa che soggiaceva nel mare della memoria... questo è il punto in cui comincia il teatro: l'interiorità che diventa comunicazione.
Chissà se in questa interiorità-individualità non riposi il seme del teatro nuovo!?