Elementi per una teoria più comprensiva:

ANTROPOLOGIA CULTURALE

di Paolo Degli Espinosa
(Riportiamo qui di seguito un brano del saggio "La qualità antropologica e ambientale: un progetto flessibile", tratto dalla rivista Democrazia e Diritto, aprile-giugno 1995, Edizioni Scientifiche Italiane, gentilmente inviatoci dall'autore. Per motivi di spazio non ci è possibile pubblicare integralmente il saggio del prof. Degli Espinosa, che riprenderemo però nei prossimi numeri, ci scusiamo per questo con l'autore)

L'antropologia culturale << si propone la conoscenza teorica dei fenomeni culturali e lo studio del concreto manifestarsi di questi negli individui e nei gruppi umani. Per cultura s'intende quella concezione della realtà e quella sensibilità ad essa, socialmente acquisita o indotta, che orienta gli individui nelle diverse situazioni che si offrono loro nel corso dell'esistenza. Esse si costituiscono nei gruppi sia per effetto delle esperienze da ciascuno realizzate e delle possibilità di cui ciascuno dispone per affrontare i problemi esistenziali, sia per effetto della tradizione >>.
Con questo tipo di strumenti, possiamo giudicare in modo più comprensivo la società industriale sviluppata, in cui, come retroterra dei conflitti sociali, agisce un'idea di ciò che costituisce << sviluppo >> , che ha portato alla insostenibilità e non generalizzabilità. Un indicatore rappresentativo del nostro sconfinamento è l'assorbimento di quantità sovrabbondanti di informazione ordinata o << negentropia >>, cioè il 25% di tutta la radiazione solare a disposizione del mondo vivente.
La spiegazione va cercata, come si diceva, nella specificità dell'adattamento umano, che si è realizzata in un ben determinato modo, storicamente acquisito, ma non intrinsecamente necessario: la società industriale si è sviluppata insieme alla emarginazione dei valori naturali, che sono riemersi solo negli anni settanta, con il convegno Onu di Stoccolma e con il rapporto Mit sui limiti della crescita, ambedue del 1972, nonchè con le difficoltà energetiche, a seguito della guerra del Kippur nel 1973 (come efficacemente richiamato da Enzo Scandurra ).
La crisi della civiltà moderna risulta quindi dall'impiego delle nostre capacità mentali-tecnologiche, con risultati contraddittori. E' una crisi culturale-materiale, quindi antropologica. E' evidente d'altra parte lo stretto rapporto tra visione antropocentrica e homo economicus, perchè si tratta di due aspetti di una sola concezione di homo, di tipo individualista, egoista, tecnico-funzionale, irresponsabile rispetto alla interdipendenza. Viceversa, per un progetto che parta dalla inaccettabilità degli squilibri prodotti dalla cultura industrialista, occorrerà fare riferimento, come si diceva, ad una antropologia non antropocentrica e alla connessione tra i tre piani, sociale, produttivo e culturale-individuale.
Per quanto riguarda gli elementi fondamentali di questa << teoria comprensiva >>, non siamo a zero, perchè, dopo il primo tentativo di spiegazione << terrestre >> dei modi di aggregarsi degli esseri umani, costituito dal materialismo storico, disponiamo ora della critica culturale-antropologica di questa impostazione, che a mio parere, rende meglio conto della ricchezza e varietà delle motivazioni che agiscono nella specie umana. A questo fine, si può fare riferimento in particolare al pensiero di Sahlins sui caratteri fondativi dell'umanità: << Marx non concederà al professore idealista... che gli uomini cominciano nel momento in cui stanno in relazione teorica con gli oggetti del mondo: essi cominciano coll'agire, col mangiare, con l'appropriarsi di questi oggetti. Arriviamo cos" al nodo antropologico: ciò che Marx trascura è che gli uomini cominciano come uomini, a differenza dagli altri animali, esattamente quando hanno esperienza del mondo come concetto (simbolicamente). Non si tratta di una questione essenzialmente di priorità, ma del fatto che la qualità specifica dell'esperienza umana è il suo essere esperienza significante. Né è in discussione la realtà del mondo, ma quale dimensione del mondo diventi pertinente e in che modo ciò avvenga, per un dato gruppo umano, grazie alla costituzione significativa della oggettività degli oggetti >>.
<< Il materialismo storico ha mancato di rispondere sulla natura del valore d'uso o più precisamente sul codice culturale di persone e oggetti che organizzano i "bisogni" di tali valori d'uso >> .
<< Per raggiungere una trasparenza di significato in confronto al feticismo della merce, Marx è stato costretto a scambiare la determinazione sociale del valore d'uso con il fatto biologico che esso soddisfa i "bisogni umani" . E ciò in contrasto con la sua stessa idea fondamentale che la produzione non è la riproduzione della vita umana semplicemente, ma un determinato modo di vita >>.
Sahlins non nega il senso ed il valore della << prassi >> nel suo significato di azione produttiva, evidenzia però tutti e due gli elementi in questione, cioè i mezzi e i rapporti di produzione storicamente dati, nonchè l'esperienza che di se stessi e degli oggetti della loro esistenza hanno gli uomini, mentre, producendo, trasformano il mondo. Da ciò deriva un punto chiave, il rapporto tra cultura e utilità: << Il carattere distintivo dell'uomo non risiede nel vivere in un mondo materiale - circostanza comune a tutti gli altri organismi - ma sta nel farlo secondo una schema significante di sua invenzione. Da qui deriva la qualità decisiva della cultura... non l'inevitabile adeguamento alle necessità materiali, ma il fatto che la cultura si adatta secondo uno schema simbolico che non è mai il solo possibile... E' quindi la cultura a fondare l'utilità >>.
Homo sapiens sapiens, in definitiva, non coincide con homo economicus, che è solo la specifica determinazione culturale della fase che stiamo vivendo, soprattutto nei paesi occidentali industrializzati.
Mentre si stanno cos" delineando alcuni presupposti teorici per un impegno di << riforma antropologica >>, che sia rivolto sia al cambiamento dei significati che delle strutture produttive, non è possibile, per coerenza con l'importanza dei << significati >>, concordare con Sahlins quando afferma: << Tutto ciò che è interno ai limiti naturali, tutto ciò che non espone la genetica o il sistema al rischio di distruzione materiale, è vantaggioso dal punto di vista dell'adattamento... Al di là di ciò, se il funzionamento positivo è ottimale, minimale o una via di mezzo, è un fatto che non interessa la natura. Essa regola solo la questione dell'esistenza, non la forma particolare. Oppure, per vederla in un altro modo, la selezione, come "limite di riproducibilità" è una determinazione negativa, che stabilisce solo ciò che non può essere fatto, ma che autorizza indiscriminatamente tutto quanto è possibile >> .
L'osservazione di Sahlins, infatti, finisce per cadere in un errore << oggettivista >>. E' vero, tanto per fare un esempio, che le foreste francesi non hanno ricavato alcun vantaggio dalla Rivoluzione francese e che gli alberi, in quanto non siano toccati direttamente, sono indifferenti alle questioni interne degli umani, ma non è vero il contrario, per cui dire che il limite di riproducibilità corrisponde ad una determinazione solo negativa significa sottovalutare, da parte umana, il necessario apporto interpretativo e culturale.
Da un punto di vista antropologico, l'espansione industriale ha fatto uscire, per la prima volta, interi popoli dalla fame, dal freddo, dalla necessità fisica, ma ha anche prodotto, per la prima volta, una collisione globale con i limiti della natura. Questi dati non basta misurarli. Occorre che il rapporto con la materia entri nella percezione consapevole ed acquisiti valore culturale.
Ciò vale ed è ormai noto, per il settore della produzione in cui vanno incoraggiate le tendenze verso la cosiddetta smaterializzazione, positive quando non diano luogo a tecnologie aggressive per il territorio e pericolose come nel caso del nucleare, di molti impianti chimici, delle manipolazioni genetiche non controllate, oppure nelle tecnologie belliche. Non basta però la smaterializzazione della produzione e resta in piedi la necessità di nuovi modelli di vita e nuovi rapporti sul territorio perchè, anche in presenza delle tendenze tecnologiche positive, nulla ne deriva spontaneamente a vantaggio del tessuto sociale di vita.
I contributi positivi di una << cultura della materia e dei cicli viventi >> saranno sviluppati nei paragrafi successivi (nei numeri seguenti, n.d.r.), ma fin d'ora va osservato che una tale impostazione e definizione non può porsi al di fuori o al di sopra del processo che intende elaborare. Si tratta piuttosto di partecipare ad una vicenda << aperta >>, senza tentare di eliminare una spazio di soggettività e incertezza, ma puntando sul rapporto tra i valori e ciò che è << antropologicamente possibile >>.

LA DIFFERENZA TRA LA SPECIE UMANA E LE ALTRE SPECIE. IL SECONDO AMBIENTE

Per avviarci su questa strada, bisogna partire proprio da noi esseri umani, dalla nostra artificialità, cioè dalla capacità di produzione, diversa rispetto alle altre specie, che costituisce il campo dei nostri rapporti materiali con l'ecosistema e che ci pone il problema sia di valorizzare la nostra naturalità sia di rispondere alla domanda su "quale artificialità sia utile".
La differenza, rispetto agli altri mammiferi, non va nè enfatizzata, nè ignorata, ma richiede di "entrare nel merito". Per fissare le idee, si può pensare al confronto con un'altra specie in grado di agire in modo associato e costruttivo, cioè per esempio i castori, che nell'ambito del loro modo di sopravvivenza e riproduzione, sono grandi architetti di dighe, capaci di regolare il corso dei fiumi. Al confronto con specie come questa o come le api - di cui parlava Marx - la produzione umana appare qualcosa di diverso, in quanto legata alla capacità riflessiva, comunicativa, simbolica prporia della specie, l'unica che produce e cambia non solo i suoi strumenti di produzione, ma anche l'insieme del contesto in cui vive. Mentre i castori fanno sempre le stesse dighe e le api gli stessi alveari, gli esseri umani cambiano continuamente le loro produzioni, abitazioni, culture, relazioni sociali, comunicazioni, istituzioni. Mentre i castori e le api si muovono sempre nell'ambito stabilito dal loro istinto, non esiste un simile vincolo prefissato per gli esseri umani, che per una parte importante del loro modo di essere possono considerarsi post-istintuali.
Tutto ciò dà luogo al contesto in cui viviamo e con il quale abbiamo un rapporto di tipo <> e retroattivo: lo produciamo, ma il contesto reagisce su noi e ci influenza. Rispetto al contesto, siamo sia produttori che <>.
Per questi motivi può essere utile, in sede sia di analisi che di progetto, il concetto di produzione del <>, che non può essere considerato come una realtà del tutto nuova nel mondo vivente, ma un effetto accumulato dell'unica vera novità, cioè quella di una specie parzialmente post-istintuale. Ha elementi comuni con il concetto di habitat, ma ne differisce per il fatto di essere prodotto in modo artificiale-culturale e di indurre nuovi adattamenti nel modo di vivere degli individui.
La specie umana, all'inizio del suo processo di speciazione e per milioni di anni, è stata parte dell'ambiente naturale, come qualsiasi altra specie. La situazione è diventata diversa con l'emergere degli elementi post-istintuali, cioè gradualmente con la produzione degli utensili, poi con la comparsa di homo sapiens sapiens, 50.000 o 100.000 anni fa, poi con la svolta, circa 10.000 anni fa, dell'agricoltura neolitica, infine con recente espansione industriale. La situazione, in altre parole, è cambiata quando homo ha cominciato a comportarsi come una <>, in parte post-istintuale, e ciò nel comportamento sia culturale che tecnologico.
Il secondo ambiente, però, non può essere considerato solo come un fatto, una circostanza di cui prendere atto. Bisogna riconoscere in esso un elemento di dramma, in quanto l'insieme della nostra produzione artificiale, mentre ci aiuta a risolvere i nostri problemi fisici e corporei, si interpone come uno schermo tra noi e la fisicità-corporeità. Analizzandolo consapevolmente, lo schermo, comunque, si presenta discontinuo e con molte vie di passaggio grazie alla presenza propulsiva della natura. Dobbiamo infatti riconoscere che per quanto siano avanzate le nostre conoscenze, resta vero che i nostri capelli crescono per conto loro, il saper battere del cuore non dipende da noi e la gestazione dei bambini ha poco a che vedere con l'artificialità. Questi saperi riguardano la nostra corporeità e internità alla natura e appartengono allo stesso campo del <> dei pesci. La natura ha intelligenza, complessità, propulsività, prima e al di fuori di noi. Sul piano del progetto, non è possibile <>, cioè l'artificialità e il <>. Non è possibile, come alcuni propongono, tornare a condizioni tribali di equilibrio con la natura, perchè non lo permettono nè lo sviluppo delle forze produttive, che dà luogo ad una forma, sia pure distorta, di ricchezza, nè l'espansione demografica. La soluzione va cercata in avanti, attraverso l'artificialità e il <>, in quanto possiamo <>, orientandolo a valori antropologici-ecologici, a cominciare da tutto ciò che riguarda le città, i quartieri, le abitazioni, le mobilità. Il problema, alla fine, potrà concentrarsi su due punti: progetto di prossimità, progetto di comunicazioni.


HELIOS Magazine ANNO I - n.5 HELIOSmagazine@diel.it