VULNERABILITÀ E CAPACITÀ DI ADATTAMENTO DEL BAMBINO
di Elisabetta FELLETTI
Il neonato, una volta uscito dall'involucro materno che lo conteneva e lo proteggeva, si trova a dover subire gli "insulti" del mondo esterno ai quali reagirà in base al suo grado di vulnerabità e alla sua capacità di adattamento. Per Bergman ed Escalona la vulnerabilità rappresenta una barriera protettiva contro gli stimoli che ha uno spessore variabile secondo i bambini: alcuni la cui barriera è sottile, presentano una sensibilità eccessiva, senza la possibilità di proteggersi contro le inevitabili intrusioni dell'ambiente. Altri hanno una barriera spessa, con un deficit di sensibilità che non permette all'Io del bambino di fare le buone esperienze precoci necessarie. Per Ajuriaguerra la vulnerabilità dipende dalle capacità di difesa passive del neonato ed è in stretta relazione con la competenza che rappresenta le capacità adattative attive del neonato al suo ambiente.
P. Greenacre (1969) sostiene che fin dai primi mesi nel bambino sano, sulle capacità innate e grazie ad esse va formandosi una organizzazione sottile ed intricata" che integra e sintetizza le esperienze che il nuovo individuo va vivendo. È proprio la grande sensibilità di questa organizzazione nel ricevere gli input esterni insieme alla qualità di tali input, che può portare o alla vulnerabilità o alla tonicità nello sviluppo maturazione del bambino.
Se le risposte che il nuovo individuo riceve dall'ambiente esterno si alternano stati di benessere a stati di disagio, le risposte ambientali assumeranno delle forme funzionali di reciprocità in uno scambio a due. Il bambino in tal modo acquisirà anche l'abilità di tollerare il disagio e ciò dipenderà inoltre dal rapporto che egli avrà con le figure che entrano in contatto con lui.
Secondo la R. Tambelli (1980) nella fase di precoce interazione tra l'equipaggiamento del bambino (cioè le condizioni costitutive innate) e la capacità di rispondere della madre, si crea il maggior rischio di vulnerabilità. Quest'ultima si manifesta se il bambino riceve una serie di frustrazioni che gli derivano dall'impossibilità di poter soddisfare nel momento "giusto" i propri bisogni o per anticipazione o ritardo delle risposte da parte dell'ambiente. Si ha così l'incapacità da parte del bambino di assorbire e metabolizzare le esperienze traumatiche. Ciò vale a dire che, sulla base di un nucleo originario madre-bambino che non assolve alla funzione di regolatore di stabilità, il bambino non riesce a contenere e quindi a controllare gli eventi interni ed esterni (Tambelli).
La A.P. Weil (1970) postula l'esistenza di una funzione organizzatrice nel primo rapporto madre-bambino che mantiene l'equilibrio tra potenzialità e scarica di tensione, permettendo al bambino l'assorbimento e l'integrazione armoniosa degli stimoli.
Viene così a delinearsi l'importanza del rapporto madre-bambino per l'adattamento del bambino stesso.
Blowly, psico-analista inglese, propone la teoria dell'attaccamento secondo la quale un attaccamento appropriato nel periodo neonatale è importante per stabilire relazioni adeguate nei successivi periodi di vita.
D. W. Winnicott (1958) afferma che nell'assistenza al bambino la madre deve diminuire gradualmente "l'adattamento" secondo le crescenti capacità del bambino di accettare delle deficienze relative mettendo in moto la capacità di tollerare i bisogni dell'Io e le tensioni istintuali attraverso la sua attività mentale e la comprensione degli eventi esterni.
Frustrazioni prolungate ed incostanze educative da parte dei genitori possono essere causa di ciò che M. Seligman (1975) chiama "impotenza appresa". Il sentimento di impotenza e la disperazione non dipendono dalla reale drammaticità della situazione quanto da sentimento avvertito da colui che la vive, di non poter far niente per cambiarla.
B. Bettelheim (1978) sostiene che il senso di delusione che sviluppa in seguito negli adolescenti deriva proprio dal bisogno del bambino di sentire che i suoi sforzi incidono in qualche modo sulla realtà circostante.
Concludendo, da tale disamina si evince come i fattori che contribuiscono all'adattamento del bambino nel suo ambiente siano numerosi. Fra tutti hanno comunque priorità l'equipaggiamento innato del bambino e l'interazione madre-bambino.
Parleremo di disadattamento nel caso in cui tali fattori non riescano ad integrarsi reciprocamente.
La Grappelli (1964) definisce il disadattamento come "la manifestazione della difficoltà del soggetto a trovare un equilibrio tra le proprie esigenze e quelle dell'ambiente.
Bibliografia:
J. De Auriaguerra- Marcelli, Psicopatologia del bambino, Masson, Milano, 1990.
M. Mahler, La nascita psicologica del bambino, Boringhieri, Torino, 1981.
J. Bowlby, Attaccamento e perdita, Boringhieri, Torino, 1979.
R. Tambelli, Sul concetto di vulnerabilità Riv. di Neuropsichiatria infantile, Fasc. nr. 227, Bulzoni, Roma, 1980.
D.W. Winnicott, Sulla natura umana, Raffaello Cortina, Milano, 1989.