Il novecento e lo specchio di Dioniso:

analisi di una civiltà informatizzata

di Luigi CAMINITI
Se i Greci crearono Apollo introducendo i concetti delle proporzioni e della armonia fu per necessità perché, per dirla con Nietzsche, i Greci conoscevano l'orrore della verità dionisiaca e, da questa coscienza tragica procedettero verso la luce. La luce, appunto: Apollo, il dio della luce. La ragione geometrizzante apollinea spiega tutto, lo rende accessibile prima ancora che bello. Il sapere diventa gravido, femmineo, muta le sue fattezze primordiali trasformandosi da toro in efebo, da carne straziata in arco argenteo, da visione a parola. E tuttavia questa parola è solo il riflesso della verità, un riflesso che brilla in uno specchio ustorio dove ancora sono visibili i tratti del dio terribile della verità, Dioniso. Il nostro secolo propone ancora una volta alle coscienze una terribile enigma: qual'é il significato della proliferazione delle conoscenze specialistiche e particolari, qual'é il significato della segmentazione del nostro sapere? Cogliere tutto in una volta, in una unica visione d'insieme è ancora una follia, come per i greci, oppure è possibile ricomporre, ed è la storia della nostra cultura occidentale, raccogliere e unificare i significati della molteplicità? Il novecento non è più imbrigliabile in un unico sistema, questo appare certo.
Dopo Hegel si è indotti a considerare la storia come svolgimento e avvicendamento di fasi contrapposte ognuna delle quali esprime sinteticamente un superamento della fase precedente. Cos" la cultura del secolo XIX potrebbe essere interpretato, e anche I. Berlin cade nel vortice dialettico di Hegel, come contrapposto al razionalismo illuminista del settecento. Il novecento risulterebbe essere cos" come una sintesi suprema nella quale convergono le correnti razionaliste e irrazionaliste dei secoli passati. In realtà, cos" come il sistema hegeliano non riproduce la vita è perlomeno riduttivo il tentativo di sistematizzare il flusso storico in una qualsiasi configurazione rigida. Due sono gli aspetti da correlare: da una parte l'impulso propulsivo dato allo sviluppo dalla tecnica, dall'altro quello dato dallo sviluppo diacronico del concetto di progresso. Quest'ultimo, in particolare, affonda le sue radici in una visione storica teleologicamente ordinata che - come K. Loevith precisa - ha una precisa matrice cristiana. L'impulso propulsivo subisce poi improvvisamente un arresto nell'età della rinascenza. Nel secolo di Copernico e di Galileo, nell'arco di tempo compreso tra il rogo di Bruno e l'abiura di Galileo infatti il finalismo spirituale cristiano viene messo in grave difficoltà dall'affermarsi di modelli per i quali la sola ragione orientata per fede non basta più. Si spiega anche cos" il tramonto delle vecchie civiltà mediterranee e l'improvvisa efficacia del mondo tecnico pratico nord europeo. Nel `900 il sistema appare completamente sviluppato e le contraddizioni nate dal moltiplicarsi delle singole discipline in ambito teoretico e pratico in seno alle correnti razionalistiche disintegrano totalmente ciò che era stato l'uomo fino a quel momento . Da questa deflagrazione, infatti, l'uomo non verrà più inteso come intero. La frammentazione dell'individuo, la caduta sul piano etico dei valori millenari che seguono, comprendono o precedono la scomparsa del potere imperiale, la riduzione del raggio d'influenza del papato e la mortificazione del potere temporale della chiesa dopo l'unità d'Italia sono sconvolgimenti che si ripercuotono direttamente sul quotidiano di ogni occidentale e che rappresentano immediatamente il `900 sin dalla sua nascita. Se noi dovessimo elencare sinteticamente i fatti più importanti del `900 diremmo due guerre globali, il superamento della esperienza terrestre, un paio di rivoluzioni, l'assunzione nei paesi più sviluppati di sistemi politici moderati, la scoperta della dimensione giovanile, l'emancipazione della donna, il suffragio universale, la scolarizzazione estesa a tutti i cittadini nei paesi a tecnologia avanzata, gli sviluppi tecnologici che invadono il campo teoretico delle scienze particolari al punto da fagocitarlo all'interno di un insieme complesso fatto da relazioni non sempre conformabili sul piano razionale e sistematico. I tentativi più rigorosi e disperati di riduzione sul piano logico degli sviluppi della tecnica hanno fatto si che fosse possibile almeno come ipotesi assumere come parametro unico il ridimensionamento delle distanze. Procedendo dalle risoluzioni della relatività generale, peraltro ancora contestatissime nella stretta cerchia dei fisici contemporanei ma verso le quali si guarda con più simpatia rispetto alla individuazione kantiana di forme mentali particolari che farebbero scivolare ogni pretesa di assolutezza della scienza nel ridicolo, la cultura del novecento ha saltato l'ostacolo interpretando lo spazio - tempo. Si tratta di pensare il tempo e lo spazio non più, alla maniera di Newton, come enti affatto assoluti ma come qualcosa di estremamente tangibile da poter opportunamente misurare. Spazio e tempo che si conformano e si configurano continuamente nelle maniere più diverse e più varie finendo per diventare il modo di essere del mondo, anzi, di ogni singola cosa del mondo e diventando conseguentemente ciò che su un altro piano noi indichiamo come qualità. Ciò implica e determina naturalmente l'assunzione di un cosmo variabile ma sul piano sociale l'interdipendenza individuale connessa alla relazione delle distanze tra i singoli individui che diventano a loro volta comprimibili o dilatabili a secondo delle relazioni esistenti implica e determina modelli di comunicazione sempre crescenti verso la complessità del sistema e sempre più semplici dal punto di vista meramente operativo. La trasmissione di un messaggio abbisogna di apparati, insomma, sempre più complessi ma la nitidezza e la precisione del messaggio, quando non è eccessivamente sterilizzato dal complesso di informazioni che cadono nell'interno dell'insieme individuato e che si vuole trasmettere, sono ai limiti dell'esattezza ma comunque vicinissimi al controllo assoluto da parte di chi il messaggio lo produce. La nostra società ha un grado di complessità enorme dal punto di vista della comunicazione, non tanto per il tipo di messaggi, quanto perché si è anche incrementato in maniera considerevole il numero dei comunicatori piccoli e grandi. Maggiore è il numero di messaggi diversi, maggiormente il sistema appare nella sua totalità incontrollabile. Se la preoccupazione di Mc Luhan era quella che un'unica fonte di informazione come la televisione potesse formare e uniformare una grande quantità di persone e di conformare di conseguenza il loro modo di pensare, gli ultimi sviluppi della tecnologia hanno portato il grado di complessità interna del sistema al punto che è al momento più probabile che i singoli condizionino il modo di essere del sistema, dato che il numero dei messaggi non sembra seguire nessuna costante e non risulta al momento prevedibile. Lo sviluppo della tecnica ha reso necessario lo sviluppo di teorie in grado di interpretare tali complessità le quali investono il piano etico ma anche il piano teoretico perché l'intero apparato gnoseologico è adesso funzione del sistema della comunicazione e più precisamente della tecnica della comunicazione. Agli albori del secolo si è molto insistito sulla necessità di scientificizzare il linguaggio, anzi ogni tipo di linguaggio, ma i tentativi di Russell o di Hilbert si sono spenti per una intrinseca nascosta impossibilità di ogni sistema complessivo e totalizzante di confermare le proprie affermazioni. Sulle implicazioni anche etiche del teorema di Goedel , che stringe il nodo gordiano con legacci resistenti a più che a un colpo di spada, si potrebbe dire a lungo ma forse gli sviluppi estremi del secondo Wittgenstein mettono la parola fine alle velleità filosofiche di strappare il linguaggio al magico e all'irrazionale nel suo aspetto significativo. Mentre i tentativi verificazionisti e fisicalisti cercavano e trovavano rispondenza, con le loro operazioni di bisturi sul discorso, nel drammatico vuoto che traspare tra le macerie delle due guerre mondiali e che viene spettacolarizzato oltreoceano come morte dell'occidente tra scoppi e fanfare, l'Europa freudiana, peccatrice e pentita, si ripresenta sulla scena della cultura con i maglioni neri a collo alto e con le canzoni di Brèl e della Greco. L'esistenzialismo nel novecento diventa romanzo, canzone, più ancora che filosofia, diventa film, fotografia, poesia, vorrebbe diventare vita ma gli mancano gli strumenti tecnici per diventarlo. Ciò che lo anima è la ribellione e al tempo stesso la rassegnazione, comunque la consapevolezza della sconfitta. L'insensatezza e l'assurdo della vita è però ormai nelle coscienze comuni a metà del novecento. Un secolo dopo gli alti gridi di dolore dell'ottocento filosofico e poetico giungono a tragica realtà: il mondo appare senza linee di orizzonte.
A questo punto è possibile già rilevare da quanto detto come ci sia stata una interruzione o forse un arresto critico nella evoluzione del concetto di progresso. Tale concetto appare infatti in contraddizione con lo sviluppo delle istanze del novecento per le quali ha perso di efficacia la vertiginosa ascesa verso dimensioni ultime da venire, sostituite da un asistematico proliferare di interrelazioni tra piani diversi. Il pensiero di Nietzsche in questo contesto è quello di un uomo che ha sentito prima di altri l'inarrestabile dilagare di un mondo avaloriale insensato e ciecamente proiettato oltre se stesso, la cui verità sta sempre nella capacità del singolo di decidere incondizionatamente a prescindere dal significato della sua decisione dato che bene e male vengono assunti come stato di uno o più rapporti di forza. L'assunzione del nulla all'interno della realtà viene a configurare un nuovo tipo di valori il quale considera la vita in relazione alla sua capacità di superare la sua insignificanza nutrendosi di passione per ciò che è. Questo pensiero, giunto a noi dagli ultimi scoppi del secolo XIX sotto forma di profezia, paradossalmente è l'ultimo baluardo dell'uomo medievale alla sua disintegrazione nel mondo delle colorate immagini virtuali che non trovano più locazione neanche all'interno degli hard disk dei personal computers ma che, veri sogni dell'uomo contemporaneo nevrotico ed insonne, interamente assorbito dalla propria funzione all'interno del grande formicaio, passano velocissime senza trovare stasi, eccitando i sensi e la mente al limite di polluzioni oniriche. Questo grande specchio nel quale la realtà non può fare altro che proiettarsi, rimirandosi e perdendosi, che non può fare altro che specchiare, perde la profondità, gli abissi delle cose ma ce le restituisce in qualche modo come impressioni, come sensazioni vaghe, sfocate, come sogni. Appunto. Ma non è una dimensione nuova questa. Anzi potremmo dire che la nostra cultura sembra ripetere i segni della follia, dell'estasi in presenza dell'indicibile. Nella grande esplosione valoriale del XX secolo si sono infatti create galassie di straordinaria intensità e di grande energia. E' un universo nuovo che per analogia può essere compreso anche riferendosi a quelle parti del nostro sapere come le scienze fisico-matematiche nelle quali illuministi dell'ultima ora, nostalgici della verità e sacerdoti dell'univocità ripongono le loro immagini di felicità, di speranza e di fede. Le grandi riduzioni cosmologiche, il modello "standard", cos" come quello "statico" offrono in tal senso più di uno spunto anche, se non soprattutto, ai profani. Basti pensare un attimo soltanto alla teoria standard e al "Big bang" per capire che l'esplosione iniziale teorizzata ha radici lontanissime nella nostra cultura, e che il riferimento alla genesi è più che un'analogia. L'espansione dell'universo e l'allontanamento delle galassie dal punto di luce iniziale verso il nulla ricalca in fondo quello che l'arte e la cultura in genere di fine ottocento e dei primi del novecento indicava da tempo come destino dell'umanità. Un viaggio infinito fatto di nulla e che vaga verso il nulla nel quale la pluralità e la molteplicità non sono altro che conseguenze di una frantumazione iniziale. Ognuno dei singoli frammenti, ognuno dei singoli mondi si dirige soltanto verso l'annichilimento o, è un aspetto controverso della teoria standard, tutto verrà risucchiato verso il centro iniziale da cui tutto ha avuto origine e che continuerà a esplodere creativo per sempre a cicli regolari. Certo, fa pensare che per tanto tempo l'uomo ha pensato al cuore come centro delle sue attività, e fa un po' di tenerezza pensare adesso ai trapianti di cuore.
Se le scienze fisico chimiche hanno pensato a riduzioni fantastiche del reale attingendo alle radici della nostra cultura, a quelle più remote e sapienzali, insomma alla dimensione magica e rituale, al tempo stesso l'arte, pur nullificandosi anch'essa nella produzione seriale e nella reiterazione gestuale ha trovato nel novecento punti di fuga impensabili. Mai un secolo è stato infatti cos" prolifico nella produzione di artisti, di opere d'arte e perfino di forme nuove di arte. La sua ricchezza è talmente sovrabbondante da risultare alla fine stucchevole. La collezione, l'archiviazione, la raccolta in genere di quantità di qualità sembra essere il segno del secolo. Pensare alle trasgressive e provocatorie performance dei dadaisti, dei surrealisti, degli espressionisti, degli astrattisti di inizio secolo fa sorridere se paragonato a quanto avviene dal secondo dopoguerra in poi. Con gli anni cinquanta la fantasia si svincola definitivamente da qualsiasi tipo di canone prefissato e l'arte prende la strada delle botteghe. Il mercato dell'arte diventa il mercato delle parole, cioè il mondo dell'equivoco. Mai come in questo secolo i mercanti hanno avuto cos" importanza, ma mai come in questo secolo i fruitori delle opere d'arte sono stati anche potenziali acquirenti o mercanti perché mai come negli ultimi cinquanta anni tanta gente ha avuto potere di acquisto. Il museo, nel suo presentarsi come luogo spoglio completamente di sé e nel suo connotarsi per ciò che contiene, è in un certo senso il luogo per eccellenza del duemila, preconizzando il futuro e precedendo il fantastico già dall'ottocento individua infatti i tratti essenziali del secolo. Il mondo di oggi appare infatti vetrina, collezione già nel momento stesso in cui viene prodotto perché quell'attimo segna la fine della progettazione di quel prodotto e segna l'inizio di uno nuovo. Il tentativo di definire questa strana tendenza della civiltà tecnologica ha dato risultati sbiaditi e comunque fuori fuoco. Il consumismo, la voracità dell'inutile sono alcuni dei nomi dati a questa tendenza. In effetti sembra più attuale parlare di superamento del desiderio che è sostituito nelle società più ricche dalla curiosità e dallo sviluppo del senso, fine a se stesso, del gioco. La civiltà occidentale del novecento è sostanzialmente una civiltà che gioca. Anche in questo senso va correttamente visto l'attenzione che viene data alla conservazione degli oggetti di piacere del passato, anche di quello immediato. La collezione, il corredo, la catalogazione che sono tutte eredità medievali si sono nutrite nelle età razionaliste di metodi cifrati segreti che superano di gran lunga le già elaborate tecniche cistercensi. Col museo si arriva ad una correttezza formale di catalogazione e, al contempo, ad uno svuotamento sul piano significativo dell'aura che l'opera d'arte aveva e dello stretto legame che aveva nel suo hic et nunc con il mondo della trascendenza che dalla sua istituzione come luogo d'arte per folle si comincerà a parlare di morte dell'arte. Il tempio dell'arte diventa cos" come il tempio cristiano nel quale Nietzsche aveva visto il sepolcro della religiosità cristiana. L'età della alta tecnologia, ancora indecifrabile ci restituisce un sacchetto di polvere magica. Il personal computer comincia la sua opera come catalogatore ed enumeratore veloce ma diventa strumento d'arte, galeone dei pirati, medium dei medium, linguaggio dei logici, gioco dei bambini. La unidimensionalità viene recuperata e gestita personalmente e lungi dal diventare onanisticamente piacere personale diventa servizio sociale, immagine collettiva. Il lavoro diventa contributo personale che il mezzo tecnico riduce nella sua componente ripetitiva e meccanica ma che amplifica nella sua portata progettuale e originale. La creatività diventa artefice del sogno con il personal computers, anche se, è il destino della grande arte, il suo prezzo è la solitudine dolorosa, l'incapacità di comunicare sul piano del "senso comune" delle cose semplici di sempre, e in ultima analisi, la follia. Appunto. Dioniso compare ancora sotto una delle sue innumerevoli maschere. Il sapere si disintegra e disintegra la capacità sistematica dei male accorti che si avvicinano troppo al suo fuoco. Lo specchio riflette il fuoco, sempre. Il prossimo secolo si annuncia in modo veramente problematico perché dipenderà dai gruppi di potere se il sapere diventerà veramente fruibile a larga scala, ed in tal caso allora si prospetta un civiltà folle che sarà in grado di soffrire indicibilmente ma anche di migliorare le proprie condizioni sotto l'egida della bellezza formale e sostanziale. La civiltà tecnologica ci sta offrendo oggi una possibilità che Marcuse aveva individuato con grande intuito già qualche decennio fa: ridurre il lavoro e progettare il mondo secondo canoni orientati da un ethos estetico. Un mondo bello nel quale non si può che vivere meglio e nel quale l'unica spinta è quella volta al miglioramento delle condizioni di ciascuno di noi, nel quale sia possibile reinventarsi un rapporto non violento con la natura e con il prossimo e potenziando con la costruzione di luoghi belli, urbanisticamente, territorialmente, e di attività ludiche, e necessariamente non finalizzate, una immagine di armonia tra l'uomo e il mondo. Ma anche le previsioni di Marcuse erano in realtà ancora legate a una visione del mondo da seconda rivoluzione industriale e il francofortese non aveva potuto prevedere lo slancio improvviso che sarebbe derivato dalla rivoluzione informatica. La ridistribuzione delle ricchezze, che era il presupposto dal quale Marcuse non poteva prescindere, è lungi dall'essersi verificata. Negli ultimi cinquanta anni i monopoli si sono anzi concentrati e la formazione di nuovi gruppi di potere ha fomentato particolarismi e spaccature profonde in seno a tutti i tipi di associazione. La riduzione crescente delle risorse naturali, che non sono infinite, la crescita demografica spaventosa nelle aree economicamente più depresse del globo affacciano interrogativi che non aspettano più una risposta dai vecchi e dai nuovi sistemi di potere. Questa risposta c'è già stata e la sua durezza ha incenerito le speranze dei più generosi e dei più disperati. Se la rivoluzione francese, o almeno il mito della rivoluzione francese, ha aperto l'era delle rivendicazioni sociali e della vittoria dei princ"pi sociali illuministici, piazza Tien - An - Men ha significato che un'era si chiudeva e che ciò che determina l'esito di uno scontro non è la volontà di un popolo ma le armi e gli accordi tra i potenti. In realtà la nostra civiltà, ad alto sviluppo tecnologico, informatizzata, industrializzata può dare risposte confortanti a chi si interroga sulla nostra crisi e sul nostro benessere. Penso ai diseredati, a chi vive fuori dai margini e non lo ha scelto, a chi sta fuori dal circolo della ricchezza, a chi non sa il sapore della grande torta, alle decine di milioni di africani e di asiatici che ogni anno partono con una speranza da un luogo senza speranza e rischiano con un colpo di dadi quello che non hanno mai avuto. Questi sono uomini che si interrogano, come noi ci interroghiamo, sul futuro e che chiedono, come noi per primi, se è vero che la tecnologia raggiunta e le vittime sacrificali immolate in nome del progresso siano traducibili in un benessere generalizzato in tutto il mondo senza distinzioni di casta o di razza, adesso che i confini tra le nazioni sono sempre più tenui, adesso che le distanze sono sempre più brevi e le comunicazioni tra i popoli più facili. Si interrogano, come noi lo facciamo, su quando finirà e se finirà di perpretarsi lo stato di subordinazione e di schiavitù esercitato dalle stesse persone che spendono migliaia di miliardi in associazioni benefiche contro i derelitti di ogni genere ma le cui soluzioni politiche vanno poi nella direzione del dominio e della costrizione dei più deboli. La nostra civiltà può, come sosteneva Marcuse, razionalizzare il suo sistema di produzione dando lavoro a tutti, diminuendo progressivamente il tempo dedicato al lavoro destinato alla produzione di beni necessari proporzionalmente allo sviluppo della tecnologia impiegato per ottenere quel prodotto. Ciò significherebbe realizzare una società globale non competitiva e organizzata spontaneamente dalle leggi conosciute da sempre, quelle della necessità e della libertà. Questo tipo di risposte però questa civiltà non ha la capacità di darle, impegnata com'è nella sua corsa inarrestabile verso la vittoria, prigioniera com'è dei suoi giochi, delle sue finzioni, delle sue immagini, intenta com'è a issare con l'eroismo di cui è capace l'eroe dei suoi fumetti e dei suoi films la sua bandiera tra le mani in cima al picco più alto. L'informazione istituzionalizzata, quella che passa attraverso i vagli e le riforme e gli emendamenti, benché stravolta e camuffata, perché stravolta e camuffata, colpevolmente, sul cui sfondo i fatti sono solo gioco e parvenza, scatena ogni giorno in modo sempre più esasperato tensioni che presa l'energia iniziale dal centro organico della nostra civiltà riflettono poi su essa un potenziale distruttivo senza precedenti. I pochi, sempre più pochi, che gestiscono le cose delle nazioni risolvono la gestione della vita pubblica con le prigioni e con l'inasprimento delle pene, a Berlino come a New York. La verità, che non è contrapposta all'opinione, se le opinioni sono tutte le opinioni e se tra queste c'è scambio, interferenza, modifiche continue, potenziamento, visione contemporanea di più piani prospettici, però oggi è diventata incontrollabile. Passa attraverso gli schemi, assume mille sfaccettature differenti , resta sospesa dentro le case e si fa assorbire. Miliardi di parole che ogni notte attraversano la nostra atmosfera e rimbalzano da una casa all'altra trovano la strada di altri terminali dove vengono ricodificate, modificate, rilanciate a un altro miliardo di cavi tesi che reagiscono sincronicamente ognuno in una maniera assolutamente propria. Miliardi di sogni e di desideri si materializzano dal nulla senza chiedere permesso a nessuno, solo con un gesto creativo e informatico. La sapienza era duemilacinquecento anni fa uno sguardo su tutto, contemporaneamente, una allucinazione collettiva estatica al fondo della quale la verità si presentava come terribile distruttrice, e la vita si presentava come un lancio divino di dadi. L'esito del prossimo lancio sarà responsabilità di tutti noi. L'impossibilità di prevedere e di controllare, dato lo sviluppo continuo nel campo della progettazione informatica svincola, almeno per il momento, la nostra volontà da quella dell'establishment. I computers sono forse l'ultima arma della libertà, come diceva Timothy Leary, o forse soltanto saranno l'ultima possibilità che ha l'uomo di comunicare.

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