A proposito di un libro di Yakub Kadri Karaosmanoglu
di Gianfranco CORDI'
- "...Qualcosa che purifica e monda lo spirito, che affina la parte migliore dell'uomo... Qualcosa di cos" sublime, di cos“ profondo".
Ed in altro luogo: "...E' fatto...delle cose che tutti conoscono: amore, odio, invidia, musica, vino, quante canzoni... La' ogni cosa è portata all'estremo". Ecco dunque il famoso "spirito bektashi".
O almeno, secondo Yakub Kadri, che nel suo romanzo "Nur Baba" (pubblicato recentemente da Adelphi) lo definisce in questi ed in altri equivalenti modi.
Beh: se le cose stanno cos“, sembrerebbe essere la solita pappa; per giunta precotta e oramai freddina.
Ma sì: "musica", "vino", "canzoni", un po' di sesso, un po' di trasgressione a sfondo mistico (sic!); il tutto shekerato e offerto sottoforma di una confessione religiosa, meglio se a carattere eterodosso (rispetto all'ortodossia dell'islam-ottomano, in questo caso).
Ed infatti in altra parte del libro i dervisci bektashi sono giudicati: "...beoni, spensierati, seguaci di Diogene per il loro cinismo, non certo per austerità e moderazione".
Eh sì, davvero la solita pappa.
Le solite suggestioni pseudo-religiose che con la (trita) facciata di tipo rituale-dottrinario servono solo a mascherare "esoterici" convegni che in realtà non sono altro che banalissime orge-anzichenò.
Se a questo si aggiungono le copiose libagioni (scorre molto alcool nelle pagine di Kadri) e dei vari eccessi consumati dalla trepidante combriccola di "iniziati" per intere notti di devozione, ecco lo "spirito bektashi" in tutto il suo splendore.
E il Sacro? Come no, "last but not least", c'è anche il Sacro!
Ascoltiamo come Kadri descrive le sensazioni provate durante il rituale "bektashi":... per un poco ci si sente padroni di tutto... capaci di lacerare, schiacciare, spezzare ogni cosa; si è energia, potenza, passione, in preda a un'esaltazione che niente può fermare...". Eccolo qui il Sacro, che come ogni Sacro non è nient'altro che "energia", "potenza", "passione", "esaltazione"; e che in questo contesto invece di scaturire da sublimi visioni di tipo mistico e francamente un po' fesso, viene a galla molto più realisticamente grazie a del raky (un distillato di uva, fichi o susine), ad un abbondantissimo pasto ed all'accompagnamento dello stesso con "flauti e liuti". Il tutto suggellato dall'intonazione in comune degli immancabili canti rituali (Nefes) che propiziano quei "movimenti inconsulti" e "baci fragorosi" con i quali si suole concludere ogni riunione al convento di Nur Baba. Tutto qui.
Nient'altro che la versione oriental-turco-ottomana di quello che offrono tanta sette, associazioni, combriccole, società segrete, oltre che a maghi, fattucchiere, illusionisti, imbonitori, ciarlatani... e ci aggiungerei "nani e ballerine" (tanti per ricordarci che siamo in Italia), operanti alla vigilia del terzo millennio nel nostro modernissimo occidente.
E come può una giovane stambulota affascinante ed annoiata resistere al richiamo di questo mondo misterioso e sensuale? Non può, infatti. E non ci resiste. La giovane Nighjar Khanym, "...questa donna malata che votandosi totalmente all'amore per Nur Baba aveva dimenticato il marito, la madre, i figli, e alla quale lontana da lui veniva a mancare persino l'aria per respirare", questa giovane e bellissima donna non può che essere ammaliata dall'incantevole "spirito bektashi". E non può che abbandonarsi ad esso. Cos“ Nighjar, novella Emma (Bovary naturalmente: il parallelo e non solo istintivo a lettura di libro ultimata ma è del resto necessaria essendo nella sua concezione stessa Nur Baba un romanzo pensato e strutturato su precisi rimandi flaubertiani) lascia quello che è stato fino a quel momento il suo mondo per entrare in un altro che - a suo parere- è completamente diverso; ed al contrario di quello: meraviglioso.
E come Emma spinta dalla sua indole e da troppa cattiva letteratura a sentire l'asfissia del suo universo piccolo-borghese ed a volerne ad ogni costo fuggire, cos“ Nighjar in fondo per le stesse motivazioni di Emma
(tranne la cattiva letteratura e forse un po' più di "orientale" dolce far nulla) percepirà inesorabilmente la molestia del suo universo (piccolo-borghese anche esso nonostante le differenze geografiche e culturali che del resto ne costituiscono solo le "sfumature" e non l'intima essenza). E come Emma ne vorrà ad ogni costo fuggire. Diversamente da Emma Nighjar però non troverà rifugio tra le braccia di un libertino fascinoso e mascalzone ma in un assurdo Sheikh (maestro) dal nero barbone e dagli occhi tentatori (oltre che dagli appetiti insaziabili). La scelta di Nighjar parrebbe incredibile se la si giudicasse con i nostri criteri di occidentali del terzo millennio: Nur Baba non è bello, non è ricco, non è nemmeno simpatico (la triade fondamentale nel giudizio di una donna su un uomo dei nostri tempi); e ancora: non ha nessun talento compone s“ dei versi, ma, come dice Kadri, "senza metro e senza rima"). In compenso: è un mezzo alcolizzato, si fa mantenere da un'amante settantenne, va a cantare come un sventurato sotto le finestre della gente, e come se non bastasse è anche un po' stonzo. Tutto il fascino che ha consisterebbe nella sua carica spirituale di Maestro (che peraltro ha acquistato col raggiro facendosi sposare dalla matura vedova del Maestro precedente). Parrebbe dunque inverosimile dal nostro punto di vista che un soggetto simile possa affascinare alcuno -tranne persone affette da turbe psichiche particolari. E figuriamoci poi una bella donna come Nighjar. Ma il punto è: che bisogna uscire dal nostro punto di vista. Per capire come ciò sia effettivamente possibile occorre infatti contestualizzare Nur Baba, in quellaTurchia, al tempo della storia narrata da Kadri; giungendo cos“ a scoprire come un simile personaggio per quello che "rappresentava" poteva affascinare la mente delle giovani donne sognatrici.
Ma come Emma Nighjar sarà soprattutto protagonista di quello che definiremmo "il salto"; cioè: il cambio di una situazione statica, definita, ristagnante, ad una dinamica, indefinita, vitale. Se Emma "salta" da una società borghese falsa e conformista com'è la provincia flaubertiana verso l'avventura e il "mito" dell'amore, nondimeno Nighjar "salterà" da una società imborghesita altrettanto falsa e conformista com'è la Istanbul Kandriana. Anch'ella ovviamente verso la conturbante avventura ed il tanto sospirato "mito" dell'amore. ("Mito dell'amore" che ognuna delle due realizzerà secondo gli stilemi operanti nel mondo da cui proviene: cavalleresco-aristocratico per la società francese di fine ottocento, misterioso-misterico per quella Turca di inizio novecento).
Con il "salto" si consumerà per entrambe la "caduta". Inevitabile e puntuale.
A dimostrare l'impossibilità dell'esistenza al di fuori di schemi ben determinati. Ovvero di un'esistenza che non esca da uno schema per finire nel vuoto-pneumatico dell'anarchia o del nichilismo (sempre profetizzati e mai messi veramente in atto) ma per finire dentro un altro schema.
Ciò che Nighjar ed Emma cercano è l'evasione da quello che è uno schema geometricamente rappresentabile con un cerchio. E' un cerchio che le ha strette al suo centro.
Emma e Nighjar fuggiranno da questa prigione, da questo cerchio e da questo centro, per andare a finire... in un altro centro.
In un'altra prigione. Non c'è Rivoluzione, è solo un cambiamento: da una realtà-chiusa ad un'altra realtà-chiusa. Essendo la società borghese da cui entrambe provengono di tipo conservativo, essa tenderà ad escludere tutti coloro che per un motivo o per un altro se ne allontanano. Cos“ che il transfuga se da una parte nella nuova realtà finirà dritto dritto al centro di un altro cerchio (essendo la nuova realtà nient'altro che un nuovo schema e quindi un nuovo cerchio con un nuovo centro), dall'altra non potrà in nessun caso rientrare nella vecchia realtà da cui proviene. E non solo: nella nuova situazione le cose non saranno solamente uguali per chi ci è "saltato" dentro, ma saranno addirittura peggiorate. Le saltatrici Emma e Nighjar non solo finiranno da un accerchiamento ad un altro, ma nella nuova prigione (che tanto avevano sognato) saranno inconsciamente tormentate dall'impossibile voglia di ritorno alla vecchia prigione. Vecchia prigione che nello stesso tempo continueranno a guardare con odio ricordando la sua ristrettezza e la vita dolorosa che vi conducevano. A questo si aggiungerà inoltre qualcosa che mai avrebbero potuto immaginare in partenza: l'avversione per la nuova vita -vita che hanno scelto, e sulla quale hanno riversato tutte le loro aspettative, vita che le ha deluse, umiliate, e che ha mostrato brutalmente loro cos'erano le loro illusioni: appunto: illusioni.