COMUNICAZIONE TRA NATURA E CULTURA:

Il concetto di Libertà in Henry Laborit

di Pino ROTTA
Uno degli elementi connotativi di questo secolo è indubbiamente individuabile nel grande sviluppo dei sistemi di comunicazione e dalla conseguente attenzione di studio su di essa.
Tra questi studi, particolarmente interessante ci sembra quello sul sistema complessivo psicobiologico dei meccanismi della comunicazione umana.
Cominciamo col dire che uno dei punti fondamentali della distinzione tra l'uomo ed il resto degli animali è la sua capacità di elaborare un pensiero astratto, cioè di dare un valore simbolico a suoni, immagini e situazioni che presi in sè non rappresenterebbero altro che quello che fisicamente sono, ovvero: delle vibrazioni, dei fasci di luce o delle sequenze di azioni.
L'uomo però classifica ed organizza mentalmente la realtà e gli assegna un valore culturalmente appreso attraverso l'esperienza linguistica. Questo gli dà la possibilità non solo di memorizzare un numero praticamente infinito di dati, ma anche di richiamarli attraverso il ricordo e l'associazione di idee, di organizzare la sua esperienza e di interiorizzare modelli di comportamento risultanti dalla dialettica tra pulsioni istintive ed inibizioni sociali.
L'organizzazione delle nostre esperienze, passando attraverso il filtro della convenzione culturale, ci dà la possibilità di acquisire la capacità di apprendere ed utilizzare i codici di comunicazione, senza i quali nessuna relazione intersoggettiva, se non di carattere biologico, potrebbe avvenire.
Se proviamo solo per un istante a pensare cosa sarebbe la realtà senza l'intermediazione simbolica del linguaggio ci possiamo rendere conto che senza quest'ultimo la realtà stessa, cos" come noi la percepiamo, non esisterebbe, noi stessi saremmo privi di identità individuale, come viene dimostrato dai casi di bambini-lupo, quei bambini sopravvissuti allo stato selvaggio in condizioni di isolamento dagli altri esseri umani, i quali se non vengono reinseriti in un contesto sociale prima dei sette-nove anni di vita non riusciranno mai più ad acquistare le funzioni tipiche dell'uomo, come l'uso del linguaggio, le categorie temporali, ecc. (con buona pace per il mito di Tarzan!).
La nostra esistenza consapevole ha origine quando l'uomo comincia ad avere coscienza di sè attribuendosi un'esistenza soggettiva che presuppone almeno una prima fase di codificazione della realtà: un soggetto chiamato "io" ed un soggetto chiamato "altro".
Da quel momento la dialettica perpetua tra sè ed il resto del mondo produce tutte quelle fasi di accrescimento consapevole dell'esperienza, e conseguentemente l'aumento di complessità dei codici di comunicazione che diventano progressivamente sempre più astratti e simbolici, e che ci hanno consentito di raggiungere i traguardi scientifici e tecnologici che conosciamo, ma che hanno anche ampliato la capacità di "sentire" emotivamente la relazione tra il sè e l'ambiente esterno, di normativizzare eticamente le nostre pulsioni istintive ed incanalarle nell'alveo delle convenzioni sociali (ad esempio l'istinto all'aggressività diventa competizione sociale).
Questo concetto di codificazione presuppone un concetto preliminare che è quello di "organizzazione".
E l'organizzazione, a sua volta, presuppone il concetto di struttura, di sistema e di norme di sistema che trascendono l'individuo stesso, che agiscono attraverso lo scambio di informazione, di comunicazione, di schemi culturali a cui l'individuo si adegua, o meglio si "conforma".
Mutuando l'esempio dei processi strutturali riscontrati in biologia possiamo dire, citando Henry Laborit (L'Aggressività Deviata, - Edizione spagnola con il titolo di La Agresividad Desviada, Ed. Peninsula, Barcellona 1975, pag. 37), che "...dal momento in cui l'uomo si raggruppa in società, cioè costituisce un organismo più complesso del suo organismo individuale, questo nuovo insieme si interpone tra la finalità dell'individuo e quella della specie, che fondamentalmente coincideranno sempre. L'individuo lotta con questo dilemma, che risulta dal fatto che egli non esiste più se non per gli altri uomini, per le società che lo circondano, nel tempo e nello spazio, e che queste società, come ogni organismo vivente, hanno una sola finalità: il mantenimento della propria struttura senza la preoccupazione della riproduzione bisessuata che motiva profondamente il comportamento individuale. ... Di tutto quello che siamo nulla ci appartiene, nulla siamo "unicamente" noi. ".
Nulla tranne l'immaginazione.
Intendiamoci non si sta certo sostenendo che l'immaginazione stessa non sia il risultato di un processo combinatorio di natura biologica, ma solo che essa viene elaborata necessariamente all'interno di un sistema organizzativo di tipo sociale, e, seppur condizionata da questa doppia matrice, essa sarà comunque sempre un prodotto del tutto nuovo, dinamico ed "individualizzato", dando ad ognuno di noi la sensazione di unicità, consentendo ad ognuno, a seconda del grado di informazione posseduta, di non sottostare passivamente agli automatismi ma di controllarli ed indirizzarli per il mantenimento del proprio equilibrio psichico.
Ma ciò può avvenire solo all'interno di un contesto sociale e risponderà comunque ancora alle leggi biologiche della nostra specie. Nessun uomo potrebbe, pur volendolo, immaginarsi unicamente come individuo biologico, ma sarebbe un grave errore pensare che la complessità della struttura sociale sia indice di emancipazione dalle proprie pulsioni istintive. L'organizzazione sociale, cos" come le leggi di condizionamento biologico, agiscono sulla natura dell'indivividuo sin dalla nascita, creando un prodotto assolutamente conforme alle norme che regolano la struttura sociale in cui quell'individuo si è formato, non annullando le pulsioni istintive ma codificandole in un sistema di inibizioni e proibizioni, che impongono all'individuo di uniformarsi alle norme etiche al di fuori delle quali egli non potrebbe vivere, nella sua dimensione umana.
La società opera però una sublimazione tanto delle pulsioni istintive quanto delle norme inibitorie stesse, le rende logiche, per cui anche la trasgressione alle norme risponde ad un'esigenza di sopravvivenza della struttura sociale; la trasgressione diventa un campanello di allarme delle spinte disgregatrici del sistema, costringendo il sistema stesso a modificarsi evolvendosi per riassorbire queste spinte disgreganti e quindi permettere agli individui di conformarsi nuovamente alla struttura sociale. Henry Laborit pone in un altro suo saggio (Henry Laborit, L'Homme imaginant. Essai de biologie politique, Colletion 10/18. Union Generale d'Editions, 1970) una domanda cruda ma essenziale: "Saremmo ridotti a crederci degli individui che nella realtà non esistono perchè la propria affettività è messa a confronto in maniera antagonista a quella degli altri o alle regole nascoste dei gruppi umani?". Non esisterebbe allora la libertà individuale, ma saremmo tutti sottoposti al controllo degli automatismi biologici e sociali?
Inutile dire che la risposta a questa domanda è altrettanto cruda, ma altrettanto essenziale. Lo studioso franco-vietnamita ragiona infatti in termini di presa di coscienza e di accettazione di regole insite nella "specie". Sostiene infatti che il fatto di prendere coscienza delle leggi che ordinano le società umane, a cui ogni individuo non può fare a meno di sottomettersi, ed il fatto di assumere la conoscenza sia dei meccanismi biologici che ci legano alla specie sia di quelli che regolano i rapporti di dominanza all'interno dei gruppi sociali, permetterà alla nostra immaginazione di agire autonomamente ed indipendentemente dalle stesse leggi biologiche e sociali scritte nel libro della nostra specie e nella struttura delle nostre società, e continua sostenendo: "Se verrà il tempo in cui ogni uomo, conoscendo ciò che lo lega alla materia, conoscendo le regole che ordinano il comportamento sociale, potrà rendersi indipendente da questi determinismi, cioè, utilizzarli coscientemente per superarli, invece di sottomettersi ad essi incoscientemente, incatenandosi ad essi, se quel tempo verrà, sarà possibile allora poter dire che si è realizzato una mutazione della specie umana.".
Quel giorno sarà sicuramente il giorno del passaggio da un'era evolutiva ad una nuova, ma nulla può farci affermare che quello stesso giorno non nasceranno regole di conformismo al nuovo ordine, sebbene possiamo ipotizzare che nella nuova dimensione evolutiva l'uomo avrà la possibilità di esercitare la propria immaginazione in una forma più autonoma ed indipendente rispetto alla propria dimensione biologica.
Ma in questo senso non potremo mai parlare di libertà di scelta individuale, sottomessi come siamo sin dalla nascita ai determinismi biologici e sociali. E' questa una constatazione inaccettabile? Quand'anche lo fosse, potremmo farci ben poco. E' un po' come avere scoperto di non poter volare solo agitando le braccia e non accettare questo dato di fatto. Ed invece l'uomo è riuscito a volare proprio quando, dopo avere accettato l'idea che esistevano delle leggi naturali che impedivano o consentivano il volo, a seconda della specie, è riuscito, studiandole, a svelare le leggi sulla gravitazione dei corpi e sull'aereodinamica. Accettando allora la sua natura e imparandone le particolari leggi è riuscito ad alzarsi in volo. Si è cos" liberato allora di una sua visione mitologica del volo (il mito di Icaro), ed è riuscito a superare i limiti della propria specie. Dal punto di vista del determinismo sociale non ha senso illudersi di poter trovare la propria libertà attraverso la negazione degli altri (l'individualismo è solo una forma di alienazione, e quanto più diventa egoismo tanto più si trasforma in solitudine), o solo attraverso la competizione sociale che porta allo scontro in senso marxista, ma sarà necessario capire le leggi che regolano la vita sociale, leggi che attengono al funzionamento della struttura sociale, ma anche alla biologia ed alla psicologia individuale e collettiva (valga d'esempio la reazione comportamentale dei singoli individui costretti in numero eccessivo in uno spazio ristretto; è il caso in cui non solo si accresce la sensazione di minaccia legata all'istinto alla difesa della territorialità, ma questo produce anche delle trasformazioni di natura biologica, con un'alterazione delle "normali" funzioni endocrine che si manifestano con la superproduzione di un ormone chiamato cortisolo, e questa iperproduzione cessa solo quando si riformano le condizioni ottimali di fruizione spaziale). Nelle condizioni citate nell'esempio si verificherà, tra l'altro, un aumento della tendenza aggressiva verso gli altri, ma questo è il dato di fatto, la conoscenza di questi meccanismi e di queste nostre funzioni biologiche però potrà consentire di riconoscere e prevenire la nostra propensione all'aggressione, inibendo o ritualizzando questo nostro istinto, e magari indirizzandolo in espressioni positive di autoregolamentazione). Potremo allora affermare che pur non riuscendo a liberarci dell'istinto all'aggressività, grazie alla conoscenza delle leggi psicobiologiche che lo inducono, saremo riusciti a superarlo, non semplicemente negando vanamente gli altri ma comprendendo quanto di comune abbiamo con gli altri. La libertà quindi è solo un mito, ed un mito che perseguito acriticamente porta alla negazione degli altri; ciò che invece ci rende responsabili ed in grado di scelte autonome è la conoscenza. Per concludere possiamo affermare con J. Sauvan che: "La libertà comincia dove finisce la conoscenza", ma anche che senza conoscenza non vi è libertà di scelta.

Bibliografia:
Henry Larorit, La Agresividad Desviada, Ed. Peninsula, Barcellona 1975
Henry Laborit, L'Homme imaginant. Essai de biologie politique, Colletion 10/18. Union Generale d'Editions, 1970
La Nouvelle Grille, 1974, Paris, coll. Folio Essais, Gallimard, 1985.
Biologie et structure, 1968, Paris, coll. Folio Essais, Gallimard, 1987.
Eloge de la fuite, 1976, Paris, coll. Folio Essais, Gallimard, 1985.
L'Homme et la ville, 1971, Paris, coll. Champs, Flammarion, 1977.
La Légende des comportements, Paris, Flammarion, 1994.


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