IL MITO DI PANDORA

La questione donna

di Giancarlo CALCIOLARI
La questione donna è sempre stata posta in connessione con la madre e con la materia. La donna come matrice della vita e della morte. Versione canonizzata dal mito delle tre Parche: la prima dà il filo della vita, la seconda lo misura e la terza lo taglia. Si può dire che questa mitologia è l'altra faccia della medaglia dell'enunciazione di Aristotele. tutti gi uomini sono mortali. In ogni caso, vivere sarebbe un'agonia, un'attesa della morte. Ovvero si tratta della riduzione dell'umano alle funzioni animali, in particolare di riproduzione. E quindi il divenire donna equivale al divenire madre, al divenire - per questo aspetto - matrice e materia della riproduzione umana. Questa donna fattrice è la compagna dell'animale uomo, dell'animale politico di Aristotele. L'uomo come capro espiatorio o come capro premiato, coronato per il suo conformismo nel gregge richiede la donna come mediazione della ruota della vita. La Parca come mediazione del tempo, toglie la sessualità come politica del tempo per una erotizzazione della vita. Qui l'uomo vede doppio: Eva come madre di tutti gli uomini, come donna domestica, che alla lunga risulta asessuata, e Lilith, l'amante che non sarà mai madre, l'indomestica, l'indomabile. E qui l'uomo si sdoppia: Prometeo (che vuol dire colui che vede prima) vede che Pandora sarà una fonte di guai, la evita, e dovrà sopravvivere con uno straccio di sessualità cannibalesca con l'animale fantastico, l'aquila che ama il suo fegato più che il suo cuore. L'animale uomo anche quando è prometeico, è condannato all'algebra della sessualità, ossia alla macelleria amorosa. Epimeteo (che vuol dire quello che vede dopo)foto accoglie Pandora, e come ciascuno sa, quando scoperchia i vaso di tutti i doni (è l'etimo di Pandora) cominciano i guai per gli uomini, per gli animali politici. Detto altrimenti, nella zoologia fantastica, l'uomo è sempre inguaiato. Insomma, Prometeo e Epimeteo sono degli animali: vedono, non ascoltano, non si attengono alla parola e alla sua esperienza, alla sua arte, al suo artificio. Non si tratta di leggere il mito greco di Pandora alla lettera, che deve giustificare l'artificialità di Pandora, Zeus che la crea dall'argilla per vendicarsi del furto del fuoco... Si può anche leggere Pandora come appartenente alla schiera delle donne automa, delle bambole meccaniche che trovano il loro compimento profano in quelle gonfiabili della degradazione della vita sessuale. Per questa via, la donna automa è il corollario del tentativo estremo di padroneggiare il tempo, per un erotismo che fonda l'uomo come robot. La danza del Casanova di Fellini è questo ballo umano, troppo umano, sotto il marchio della bestia trionfante di cui parla san Giovanni.
Per un altro verso, Pandora è il mito della donna artificiale, della donna che non ha più da sdoppiarsi in domestica ed indomestica, domata o indomita che sottendono sempre il postulato dell'uomo domatore e dominatore. La donna artificiale pone l'enigma stesso dell'artificio, di come divenire artista, poeta di una vita da inventare, in tal senso "artificiale". La questione donna non ha nulla che vedere con la questione del divenire donna, su cui tanto si sgrullano i professionisti femminilisti o antifemminilisti che cercano di tagliarle su misura l'abito del conformismo, che si ammanta di naturalismo. Ne uscirebbe una donna come negativa dell'uomo: a lei la passione, a lui la razionalità, e via cos" con le varie rappresentazioni della differenza sessuale. Freud inciampa in questa che chiama roccia basilare, costituita dall'invidia del pene per la donna e dalla protesta virile per l'uomo. E tuttavia l'inciampo appartiene all'itinerario intellettuale, e esige un'altra lettura per la sua articolazione. La questione del divenire esiste, ma in altri termini: come divenire dispositivo di vita artificiale. Come divenire artista, stile e cifra della parola. Come divenire qualità di vita e non algebra della quantità. La questione della cosiddetta parità elude ancora il divenire qualità che riguarda ciascuno. Con il dispositivo artificiale termina la credenza nella "specie" umana, nel darwinismo su cui si sono appoggiati i pregiudizi sull'inferiorità della donna. Quello che Machiavelli chiama il principe, che Nietzsche chiama il superuomo, che Verdiglione chiama il dispositivo, annunciano il ritmo politico e non l'animale politico. Non c'è nessuna matematica naturale dell'uomo che ne faccia quell'animale fantastico di cui parla Hobbes col suo " homo homini lupus" e che crea la donna come sua preda.
Il conflitto gnostico tra l'uomo e la donna non finisce con la giusta spartizione della differenza sessuale. La guerra dei sessi tramonta quando s'instaura la guerra intellettuale, quando la battaglia di vita poetica è costante. Quando maschile e femminile sono maschere inindossabili nel carnevale della vita, nella sua aritmetica. Non c'è nessun steap-tease della donna nè della verità perchè la veste irrapresentabile e dimora nell'investimento vale a sopravvivere camuffati nella divisa, nell'uniforme.
foto Il femminismo è il supporto insperato del maschilismo: entrambi si fondano sulla visibilità della differenza sessuale, ovvero credono alla simbologia fallica. Il femminismo si fonda sulla stessa sex ratio maschile ma in forma rovesciata, ovvero sacralizza la stessa forma. In termini topologici, si può dire che il femminismo è un omeomorfismo del maschilismo. È un pensiero antihegeliano, e per questo trova delle affinità con il decostruzionismo e il pensiero debole, che "difendono" le donne per femminilismo, per paura ella differenza sessuale. la difesa consacra la donna come soggetto della castrazione e della mancanza. È ben altra audacia e rischio che la vita chiede a ciascuno per attenersi alla libertà di parola. La difesa del debole vuole il debole, altrimenti chi difende? Caino dice ad Abele: ti proteggo. Ma, da chi?
La differenza sessuale non è il taglio da effettuare sul principio del fallo, tra chi è supposto averlo o non averlo, tra chi è supposto esserlo e chi non esserlo, che è il principio della spartizione dell'insieme, dove ogni sottoinsieme può chiamarsi ghetto. La donna come continente nero i Freud e come un buco nero in Lacan è ancora una "spazializzazione" della donna. Una visione della donna che è madre per Freud, per via della sua tradizione ebraica ed è la morte per Lacan, per via della sua tradizione cattolica. Per questo aspetto, la psicanalisi non ha integrato l'apporto della parola ebraica e di quella cattolica, risultandone una psicotizzazione delle donne, la credenza che siano materie da animare. La donna come sostanza è il perno per crearla come rimedio o come veleno, come stimolo dell'ascesa, la Beatrice di Dante, o come quello della caduta, l'angelo azzurro di Heinrich Mann.
Freud e Lacan hanno in comune il "nero", l'equivalenza tra la donna, la madre e la morte. La donna significata dalla terza delle Parche, Atropo. E l'ironia qualche botanico ha voluto che dalla "belladonna" si estragga un veleno: l' "atropina".
Il mito della madre è il mito del tempo, dell'altro tempo, e non quello ella materia. La madre è l'estremo indice de malinteso, in nessun modo può fondare l'intesa tra i fratelli, l'omertà.
La questione donna è la questione dell'enigma della differenza sessuale e non del suo segno. La differenza non fa segno. L'enigma donna impedisce sia la credenza della donna enigma, donna impossibile, fuori portata, sia la credenza nella donna senza enigma, donna possibile, a portata di mano e di soldi. La sfinge, la madre non vergine, l'enigma risolto: l'animale fantastico che sa far l'amore, sacro quando è ritenuta vestale e profano quando è ritenuta prostituta.
L'enigma della donna si scrive sulla via della semplicità, con l'enigma della differenza sessuale: l'enigma della differenza che ciascuna volta s'instaura dicendo, facendo, inventando, secondo la scrittura dell'esperienza, secondo la pressione pulsionale alla qualità.
Senza più repressione ne depressione, senza più velamento nè svelamento, il mito di Pandora pone l'enigma della donna come dispositivo artistico ed intellettuale.

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