di Angela MISIANO e Eva NOBILE
Un'importante credenza relativa ai giorni che seguono l'inizio di un anno la ritroviamo nell'Epifania:
"Oji è l'Epifania ogni festa piglia via. Ma c'è un'altra festicciola che si chiama Cannerola. Lu leoni esci allura quaranta jorni ha lu viernu ancora".
L'Epifania chiude le feste del Solstizio d'Inverno. E' interessante notare che nell'antica Roma tali feste erano celebrate dal 19 al 25 Dicembre. Al tempo degli imperatori si aggiungeva anche il Natalis solis invictis che si celebrava l'ottavo giorno avanti le calende del primo Gennaio le quali si protraevano fin'oltre il 15 dello stesso mese. Queste feste nei primi secoli cristiani furono condannate dalla Chiesa, ma erano cos" radicate nel popolo che l'imperatore Teodosio, nella riforma del calendario pagano, fu costretto a considerarle almeno come ferie: da qui le nostre vacanze da Natale all'Epifania.
Con l'approssimarsi dell'equinozio di primavera (19-22 marzo) il giorno uguaglia la notte: "Quando lu pescu hiuri e matura lu jornu cu la notti si misura".
Tra i dodici mesi dell'anno Marzo è quello che trova più posto nelle credenze popolari. Di lui si parla come di un mese potente e temuto, non per niente i Prischi Latini lo avevano dedicato a Marte.
La Pasqua simboleggia la primavera laddove Marzo rappresenta la lotta confusa degli elementi e se la Pasqua cade bassa si prevedono mortalità e pestilenze: "Pasqua marzotica, o mortalità o famatica". Il mese di Marzo era cos" temuto dai pastori che questi non vedevano l'ora che passasse. Marzo, allora, per vendicarsi si fece dare in prestito quattro giorni da Aprile, da cui il detto "Quattru aprilanti, jorna quaranta" che associa anche al mese di Aprile la triste fama del mese suo predecessore. In alcuni luoghi, invece, dicono che Marzo avesse chiesto tre giorni a Febbraio: "Frevaru, frevarazzu `mprestammilli quantu castigu sti pecurazzi!". E sempre legato all'inizio del ciclo è il proverbio: "Dopu la Candelora di n'invernu simu fora, però rispundi a rupi a tonu: dura natri quaranta jorni ancora. Ed aggiungi a vecchia arrapata: dura finu Annunziata (25 marzo)". Il proverbio riprende quello sull'Epifania già citato. Vi è ancora il seguente detto: "U leuni esce allora, quaranta jorni ha lu viernu ancora".
Entrambi i proverbi potrebbero essere legati a Fauno, temuto abitatore dei boschi, che ricorda per certi aspetti il Mamurio Veturio dei romani che simboleggiava l'inverno ed in particolare il mese di Marzo, principio dell'anno nuovo e termine del vecchio. Mamurio, alla vigilia delle Idi di Marzo, al primo plenilunio di primavera, percorreva le vie di Roma coperto di pelli e si portava fuori dalle mura. Nei villaggi calabresi questa circostanza viene ricordata durante le sagre con questo motto: "Fora, fora, lu viernu fora" ed un signore travestito da vecchio misterioso risponde: "O fora o non fora, quaranta jorni ci havi ancora!".
Riunendo in uno i ventisei giorni di Febbraio che seguono il due, dedicato alla Candelora, ed i quattordici di Marzo fino alla vigilia delle Iadi, si hanno appunto i quaranta giorni che il leone (il lupo in altre tradizioni) assegna come termine della stagione invernale. L'interpretazione cristiana del proverbio pone i quaranta giorni al 25 Marzo, giorno dell'Annunciazione e che dà avvio alla primavera.
Altra tipica credenza è quella che afferma di non dare inizio ai bagni mare prima della festa di San Giovanni. Tale festa (24 Giugno) cade a pochi giorni dal solstizio d'estate: questa usanza, che tuttora sopravvive in alcuni paesi dello Ionio, è legata non solo alle condizioni climatiche, ma anche alla credenza che nel momento in cui spunta il Sole del 24 Giugno, tra i suoi raggi si vede la testa di San Giovanni che si tuffa nel mare per tre volte purificandolo e dando cos" inizio alla stagione balneare. In verità tutte le acque in quella notte si credono dotate di virtù salutari: tutto ciò rientra nella più vasta credenza secondo la quale nei giorni di inizio di un ciclo, gli elementi della Natura acquistano poteri straordinari e prodigiosi. La "risalita" del Sole lungo l'eclittica dopo il solstizio d'inverno, che ha come effetto tangibile l'aumento delle ore di luce, è ben riportata nel proverbio: "I Santa Lucia a Natali nu passu i cani. I natali in poi nu passu i voi.".
Il Sole, nel corso dell'anno, si "muove" sulla sfera celeste lungo l'eclittica inclinata di 23,5° sull'equatore. Il suo moto sull'eclittica procede in senso diretto, cioè antiorario. Attorno al 22 Marzo (equinozio di primavera) il Sole ha longitudine zero. Col passare del tempo giunge alla sua massima declinazione positiva (+23,5°) attorno al 25 Giugno (solstizio d'estate), quando la longitudine è 90°. Attorno al 23 settembre (equinozio d'autunno) raggiunge la longitudine di 180° ed infine la sua minima declinazione (-23,5°) attorno al 22 Dicembre (solstizio d'inverno). Poichè nel corso dell'anno il Sole assume declinazioni diverse, esso, visto da uno stesso luogo della terra a latitudini boreali intermedie, percorre sulla volta celeste locale archi diurni di diversa lunghezza: corti d'inverno, lunghi d'estate.