PSICHIATRIA E VIOLENZA

di Pasquale ROMEO
" Ci è stato necessario tanto tempo prima di ammettere una pulsione aggressiva. Perchè abbiamo esitato a usare per la teoria dei fatti che erano molto evidenti e familiari a chiunque ?" ( S. Freud,1932)

Per ventuno mesi un ignoto assassino agghiacciò la città di Rochester.
Undici vittime, per la maggiorparte prostitute morirono strangolate ed i loro corpi furono deposti sulla riva del fiume.
Ecco alla cattura le dichiarazioni dell'assassino: "L'ho colpito alla testa ed alla gola, prima di strangolarlo, ho tagliato i pezzi del corpo per mangiarlo. Gli ho portato via il pene, i testicoli ed il cuore per mangiarli. Ho anche violentato il suo cadavere. Ho fatto lo stesso con tutte, mi sono perfino steso per un attimo vicino a loro."
La presenza di questa commistione tra il sesso, la morte ed il cibo fa sicuramente rabbrividire, ci rassicura il fatto dell'eccezionalità dell'evento che è peculiare dei serial killer ove per serial killer si intende un assassino che uccida per ben talmeno tre volte separate da un lasso di tempo.
Il caso sopra descritto è eccezionale considerato l'esiguo numero dei serial killer, la loro bassa distribuzione in Italia e la loro assenza nell'Italia meridionale.
La violenza, che qui in questo caso, si trova descritta in maniera intensa e decisamente aberrante, deve trovare un contenitore sociale che è sicuramente rappresentato dal diritto ed in questi casi dalla psichiatria in quella linea di confine rappresentata dalla psichiatria forense.
La cultura, la psichiatria ed il diritto si sono a lungo cesellati in quest'ultimo quarantennio cercando un più valido modello di concezione della violenza.
Si possono distinguere nel corso degli anni tre modelli di controllo:

  1. antecedente agli anni 60 ed improntato alla fiducia positivista
  2. quello della rivoluzione antipsichiatrica
  3. quello di sintesi
Nel primo modello vi era la percezione che la psichiatria dovesse rinchiudere "l'alieno" perciò si affidava tutto all'isolamento custodialistico nel manicomio. Nella ferma fiducia positivista che solo la scienza poteva fare qualcosa per il pazzo e la scienza ancora, in epoca preneurolettica, non poteva fare niente.
Nel secondo modello si propone l'abolizione del manicomio negando con l'antipsichiatria la malattia mentale e dimenticando perciò che i manicomi non erano solo spazi di custodia ma anche di cura.
Il terzo si caratterizza dalla comparsa della dizione disturbo mentale ormai al di fuori della dizione di "pazzia" un concetto semplicistico e stereotipato. A questo si affianca la formazione del DSM o diagnostic statistical manual che propone la visione delle malattie mentali su genesi multifattoriale. La psichiatria per tutto questo acquista un ruolo di importanza non trascurabile per quanto riguarda la violenza e lo studio degli istinti e delle pulsioni dove si possono annoverare come il caso sopra descritto le aberrazioni sessuali e le aggressività eterodirette. Nel caso su riportato l'aberrazione più importante non riguarda l'aggressività ma la meta sessuale che diventa violenza e cannibalismo anzicchè semplice accoppiamento sia pure con le giuste dosi di aggressività. Il sadismo corrisponderebbe infatti, secondo Freud, ad una componente aggressiva della pulsione sessuale, resasi indipendente ed esagerata, che usurpa per spostamento la posizione principale.
L'aggressività invece può essere considerata in parte biologica ed in parte determinata dall'io e dalla cultura. Per quanto riguarda il campo di studio biologico si possono distinguere un settore neurofisiologico ed uno neuroendocrinologico.
Prima di fare qualche accenno ai substrati fisiologici vorrei ricordare già l'orientamento che Lorenz in campo etologico ha assunto per quanto riguarda l'aggressività sostenendo che tutti i comportamenti aggressivi dell'uomo dalle guerre alle liti personali derivano da un istinto primario programmato filogeneticamente ed alimentato da una forza energetica sempre presente che si deve scaricare per garantire la sopravvivenza.
Anche Kenberg, nonostante la formazione psicoanalitica, si muove su un terreno più prettamente biologico affermando che l'aggressività non è la risposta ad una situazione ma un ingiustificato e prestrutturato insieme di propensioni verso una situazione. Il filone neurofisiologico dà una grossa importanza in seguito a prove empiriche di tipo psicochirurgico all'amigdala, all'ipotalamo posteriore ed al talamo. Infatti l'amigdalectomia bilaterale determina una riduzione nei comportamenti aggressivi in almeno l'85% dei casi. D'altro canto la stimolazione della porzione rostrale del verme cerebellare e del lobo frontale ventro-mediale determina una riduzione dell'aggressività. La branca neuro-endocrinologica attribuisce una certa importanza agli stroidi sessuali nella genesi dei comportamenti criminali come anche dimostrano esperimenti di castrochirurgia.
Allontanandoci dal settore biologico è d'uopo soltanto degli accenni alle teorie comportamentali e psicodinamiche che gravano maggiormente l'accenno sull'ambiente.
Da un punto di vista comportamentale l'aggressività può così essere suddivisa:
- aggressività diretta (l'iconografico pugno sul naso, secondo Cassano)
- aggressività indiretta (come sbattere le porte, oppure mettere il muso)
- il negativismo (come la trasgressione o l'atteggiamento passivo-aggressivo)
- il risentimento
- la sospettosità
- l'aggressività verbale
- la colpa
In senso psicoanalitico è utile ricordare che Freud con la pubblicazione di "Al di là del principio del piacere" ammette che l'aggressività svolge un ruolo più importane diventando la manifestazione esterna di una forza più importante cioè l'istinto di morte. La pulsione di morte contrapposta alla pulsione vitale tenderebbe alla completa riduzione delle tensioni volta a ricondurre l'essere vivente allo stato inorganico.
Secondo la Klein la distruttività non è distante dall'amore e dalla devozione, infatti la capacità di amare presuppone lo sviluppo della fiducia nelle proprie capacità di riparare al danno che si procura ai propri oggetti d'amore interni ed esterni.
Invece secondo Khout il fallimento dell'ambiente oggetto-sè necessario al bambino per il suo sviluppo può contribuire l'insorgere dello sviluppo violento. Secondo le sue parole: "La roccia basilare psicologica: la presa di coscienza da parte dell'analizzando di una grave ferita narcisistica, una ferita che ha minacciato la coesione del sè specialmente di una ferita narcisistica inferta all'oggetto-sè dell'infanzia".
Al termine di questa visione panoramica è giusto che la ricerca psichiatrica si occupi, come già sta accadendo, dell'aggressività e dei suoi risvolti sociali in piena collaborazione con la giurisprudenza e la matrice culturale che sottende la nostra epoca.

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