L'apprendimento sociale circa il modo di vivere. Socialismo e liberalismo.
di Paolo DEGLI ESPINOSA
(Riportiamo qui di seguito un brano del saggio "La qualità antropologica e ambientale: un progetto flessibile", tratto dalla rivista Democrazia e Diritto, aprile-giugno 1995, Edizioni Scientifiche Italiane, gentilmente inviatoci dall'autore. Per motivi di spazio non ci è possibile pubblicare integralmente il saggio del prof. Degli Espinosa, che riprenderemo nei però prossimi numeri, ci scusiamo per questo con l'autore)
L'antropologia ci apre una pluralità di possibili modelli di vita, senza un rapporto deterministico con le condizioni materiali, ma attraverso complesse retroazioni tra culture e produzioni. Ci offre così una base concettuale per reagire ad una situazione in atto, in cui il settore produttivo ed i mezzi di comunicazione di massa ci propongono, invece, un solo modello di vita, basato sulla centralità dei prodotti, associando gli elementi di persuasione e informazione a condizioni materiali che agiscono nello stesso senso e creando una specie di <> (diverso dal <> di cui parlava Gramsci).
In definitiva, i criteri del produttivismo-consumismo, danno luogo ad una egemonia culturale, che influenza i modelli di vita, attraverso un mix di funzionalità e simboli. Il Pnl, che misura la ricchezza monetaria, ha anche un valore simbolico. Questi criteri producono danni agli equilibri naturali e instabilità internazionale. Per i motivi già indicati, è impossibile per il pensiero sociale svolgere un ruolo regolativo, senza accettare la priorità della riforma culturale ed è impossibile al pensiero ambientalista conseguire i suoi fini con cambiamenti puramente tecnologici, cioè senza entrare nel vivo del tessuto sociale. Da qui la necessità di un progetto culturale-sociale per <>.
In termini di tempo, sono passati 50-60 anni, dalla mancata risposta alla cultura del fordismo-consumismo, 20 anni dalla pubblicazione <> del Club di Roma (non interiorizzati dal movimento del '68 e degli anni successivi), 10 anni e più dalla intuizione di Berlinguer sulla necessità di una nuova antropologia.
Mentre si diventa consapevoli dell'insostenibilità, le tecnologie produttive e la varietà delle merci fanno l'orgoglio - in parte comprensibile - dell'occidente. C'è un perfezionamento delle tecnologie di guerra anche troppo evidente, ma ci sono reali successi produttivi nei settori delle merci. Si può pensare infatti alla regolarità dell'appuntamento con l'elettrodomestico che, comprato in qualsiasi negozio, viene portato a casa e, attraverso l'inserimento della spina nella presa elettrica, si mette a funzionare. Si possono richiamare i progressi straordinari dei settori dell'informazione e comunicazione. In campo agricolo, si può fare riferimento all'aumento di produttività in grano di un ettaro di terra: nel 1930 25 quintali di grano con 500 ore di lavoro, oggi 60 quintali con 30 ore di lavoro (dati forniti da Romano Prodi in una sua lezione di economia del 1992). Se però si analizzano questi ultimi dati, risultano espressi in modo tradizionale in quanto tengono conto solo dei prodotti e del lavoro, mentre occorreva riportare, sempre con riferimento ad un quintale di grano, non solo le diminuite ore di lavoro, ma gli aumentati consumi di energia per l'acqua, i fertilizzanti, i pesticidi, ecc. In diversi casi, dunque, questi successi nascondono l'insidia di una razionalità settoriale che di fatto viene proposta come generale.
Sulla base di questo sfondo, dove trovare un criterio regolativo dei bisogni? Non all'interno del mercato, i cui operatori dichiarano di andare dietro alla domanda sociale, quindi di non assumere responsabilità in merito alle domande poste, che è loro compito soddisfare. Questi operatori non rispondono dunque degli effetti sociali delle loro promozioni. La risposta non può venire nemmeno dagli economisti, che come criterio disciplinare considerano le domande degli individui come dati del problema e non assumono responsabilità, nemmeno loro, circa la complessità e variabilità delle esigenze.
Per contro, abbiamo l'ecologia che mette in discussione questa impostazione, richiedendo nuovi criteri di valutazione, basati per esempio su analisi preventive relative a diversi possibili scenari o sul costo di riparazione del danno o su altre forme di indennizzo monetario; si introduce così una novità, costituita dalla valutazione economica di un bene che non passa attraverso il suo valore monetario individuale di acquisto.
Al di là di questi aspetti l'economia attuale non è in grado di prendere in considerazione le qualità complessive, i vantaggi sistemici, le necessità ecologiche e antropologiche e più in generale le esigenze dei beni sociali, non riducibili alla somma degli interessi di singoli individui. Di fronte a problemi del genere, l'attenzione dovrà rivolgersi alla produzione, ma anche ai soggetti.
Non basterà denunciare le mille maniere con cui le esigenze attualmente prevalenti vengono indotte negli individui dalla pubblicità o da altri mezzi informativi e culturali, ma occorre domandarsi, ancora una volta, come si formano e dove le esigenze.
Se è vero che il mercato <> le esigenze, occorre una specie di analisi di regressione, per risalire alle fasi di formazione dei bisogni e di traduzione in domande di mercato, non credendo nè alla spontanea autoregolazione del mercato, nè che gli individui siano delle pellicole passive, impressionate dai messaggi.
Si arriva così alla vera questione: non tutta la folla di esigenze e desideri attiva negli individui può essere messa su un piano di parità, ma emerge la necessità di processi più consapevoli di formazione delle esigenze, di riordino e definizione delle priorità, di fattori regolativi, di ruolo delle istituzioni e della cittadinanza ai fini della programmazione e del bilanciamento delle tendenze di mercato. Si può così costruire concettualmente un processo di transizione verso una democrazia efficace rispetto a questi problemi, una democrazia socializzante, ecologica, partecipativa.
Possiamo ora confrontare questo obiettivo con il pensiero di Bernstein e in particolare con la sua definizione di socialismo e del suo rapporto con il liberalismo: <>.
Bernstein ha così proposto concetti di libertà, organizzazione e accessibilità per tutti, che costituiscono un livello tuttora valido di definizione di una società più umana, ma nel suo pensiero non vediamo la soluzione dei problemi che da allora si sono accumulati. In breve c'è una scelta da fare. Chi assume una posizione pienamente rivoluzionaria, in accordo con Marx, rifiutando ogni eteronomia nella produzione, deve porsi il problema di sostituire il mercato e l'impresa privata con metodi più o meno statalisti, creando così nuove contraddizioni tanto più che si tratta di forze produttive non autoregolate, ma nemmeno superate storicamente. A sua volta, chi opta per una strategia di riforma deve porsi il problema di un rapporto tra società, economia e istituzioni tale da produrre nell'insieme un bilanciamento e una correzione delle tendenze spontanee del mercato, aprendo spazi alla autorganizzazione della società. Si richiedono quindi, rispetto a Bernstein, soluzioni innovative sia per i problemi di regolazione che per la qualità antropologica dell'individuo.
A tale proposito, in tema di orientamenti soggettivi, attribuire l'intera responsabilità della situazione attuale ai poteri economici dominanti vorrebbe dire che gli esseri umani sono interamente modellabili e che le loro esigenze sono interamente <>. In questo modo, la responsabilità verrebbe proiettata tutta fuori di noi, ma nello stesso momento si chiuderebbe ogni prospettiva di cambiamento, che invece va basata indispensabilmente sia su mezzi <> sia su nuove scelte nella autoproduzione di sè.
UN PROGETTO DI LIBERTÀ E RESPONSABILITÀ ANTI-RIDUZIONISTA
Afferma Sahlins: <>. E sostanzia questa idea con studi specifici, per esempio sull'alimentazione: <> e della bistecca come compendio delle carni virili rimane una condizione fondamentale della dieta americana>>.
Fin qui lo studio di Sahlins, ma anche nell'esperienza di un paese europeo come l'Italia è ben noto il significato che ha avuto per anni il pane di farina bianca, che pure non è più nutriente del pane integrale. Ed oggi l'acquisto di un'automobile è spesso collegato a schemi culturali-simbolici-sociali, tra cui il desiderio di segnare una <>, associati più o meno arbitrariamente alle caratteristiche funzionali del mezzo.
D'altra parte, nemmeno il ritorno ad una ipotetica purezza del valore d'uso, cioè della utilità propriamente funzionale degli oggetti, è possibile: ad esempio, il bisogno di mobilità è condizionato da fattori culturali e dalla organizzazione della città (il materialismo storico, come si diceva ha mancato di rispondere sulla sorgente dei valori d'uso e la realtà è, ad esempio, che in Germania, a condizioni confrontabili, si va più in bicicletta che in Italia).
Nel mercato, quindi, non si comprano oggetti solo utili, nel senso di funzionali, ma veri e propri spicchi di esistenza, elementi per conformarci alla convenzione culturale vigente e per mostrare agli altri la nostra identità. Volendo reagire rispetto a tutto ciò, non basta la denuncia. Gli individui continuano a comprare oggetti che hanno qualche <> (concetto sviluppato anche da una studiosa italiana Ida Magli, in diverse opere), perchè vi trovano ciò che cercano, cioè una utilità in parte funzionale, in parte simbolica ed esistenziale. Dobbiamo dunque interessarci non solo di ciò che trovano, cioè di come sono i prodotti, ma anche di ciò che cercano, cioè di quali siano le esigenze dei soggetti reali.
Sul piano generale, l'impresa privata ed il mercato, insieme con l'applicazione della tecnologia alla produzione, si sono dimostrati dinamicamente corrispondenti alle esigenze e desideri umani, per quella parte che può essere descritta in termini di <>. L'auto, da un punto di vista funzionale, è un passo avanti rispetto al cavallo. Tuttavia, se confrontiamo a parità di tecnologia un'auto privata e un mezzo collettivo, gli aspetti culturali simbolici vengono in evidenza, nel senso che si può preferire l'auto, anche quando non corrisponde ad un massimo di utilità funzionale.
Possiamo ora dire che il sistema delle merci è adeguato al complesso dei nostri desideri?
A favore del mercato dobbiamo indicare l'adeguamento continuo alle richieste dei soggetti e le libertà delle scelte individuali (i gruppi economici di peso mondiale, i monopoli e altre <> del genere non sono qui considerati). Il sistema dei desideri, infatti viene considerato come un'area della libertà individuale di pulsione, un'area di sovranità del singolo individuo che nel supermarket sceglie cosa mettere nel carrello. E' una libertà reale, connessa con una funzionalità produttiva reale, ma questi due elementi combinati non rispondono ad uno schema culturale responsabile, democraticamente confrontabile, socialmente condiviso.
Si deve rispondere quindi che qualsiasi giudizio rinvia a criteri premessi di cultura, valori, etica. Per uscire dall'attuale situazione di irresponsabilità, vanno costruiti i canali democratici tali da permettere scelte consapevoli circa le esigenze prioritarie.
Qualche decina di anni fa, Keynes aveva pensato che la ricchezza materiale avrebbe perso valore grazie alla sua abbondanza, tanto che gli economisti sarebbero diventati non più importanti dei dentisti, ma non è stato così: dal momento che i prodotti sono stati caricati di nuovi significati e che si spende molto per creare delle differenze rispetto agli altri, le richieste possono considerarsi di per sè senza limiti, e ciò all'interno di un ecosistema con capacità limitate.
L'assunzione di questi limiti, tuttavia, non implica un restringimento della personalità umana. Non si trascura la libertà del compratore, ma si propone una reazione emancipativa alla doppia riduzione oggi in atto, per cui la società viene ridotta all'individuo e l'individuo viene ridotto al consumatore.