DANTE E L'ASTROLOGIA NEL MEDIO EVO

di Mariangela JELO-NATSIS (Doc. Università di Atene)
Nel Medioevo, in molti principi della teologia e della filosofia cristiana, si ritrovano spesso contaminati, principi di derivazione platonica; ciò viene evidenziato perchè essi sono senza dubbio più rari di quelli che di altri grandi filosofi antichi sono stati adottati e principalmente di Aristotele.
Il Medioevo ha infatti, senz'altro tratto l'enorme mole di materia, per gli studi di cosmologia, da quella aristotelica, ma ha trovato nella cosmogonia platonica lo spirito.
Il concetto del tempo come creato dal Demiurgo per mezzo del moto delle sfere, e che si realizza soltanto nel corso della vita fisica e mortale, discende senza dubbio dalle speculazioni platoniche. Il Demiurgo e l'idea del Bene, congiunti in un nesso monistico, che a sua volta è estraneo però al pensiero di Platone, formano i primi elementi di definizione filosofica del Dio cristiano, a cui bastano per determinarsi pochi attributi più definiti di origine ebraica. Spesso Platone viene interpretato metaforicamente, ed allora la reminiscenza ritorna nell'innatismo, e la teoria delle idee nell'esemplarismo. Dante stesso testimonia che questo modo di intendere Platone facesse ormai parte della tradizione medioevale, come dice nella Epistole X,29: "... Plato insinuat in suis libris per assumtionem metaphorismorum: multa enim per lumen intellectuale vidit quae sermone proprio nequivit exprimere...".
Sant'Agostino, il maggiore tramite con Severino Boezio e lo pseudo-Dionigi delle teorie platoniche, costruisce a sua volta, una teodicea ed una fisica essenzialmente rinnovata: sono infatti suoi l'innatismo e l'esemplarismo, in cui si trovano fusi e piegati concetti di origine platonica, riadattati comunque alle esigenze di pensiero del Santo.
Dante non conobbe direttamente le opere di Sant'Agostino, ma attraverso le numerose citazioni ed i richiami che ne fa un altro Santo, Tommaso D'Aquino, ebbe modo di apprezzarne il pensiero. E' necessario premettere che Dante ebbe un primo approccio vero e proprio con la filosofia studiando il De Consolatione e gli altri scritti di Boezio (1), il quale pur seguendo vivamente la tradizione aristotelica, non è esente anche da echi prettamente platonici; sulla dottrina dantesca della creazione, è indiscutibile l'efficacia dell'inno contenuto nella terzina di Paradiso VII, 64-66:
"la divina bontà, che da sè sperne
ogni livore, ardendo in sè sfavilla,
sì che dispiega le bellezze etterne"(2).
Qui sono compendiati i modi e gli attributi della divinità secondo una libera interpretazione del pensiero platonico. Un'altra fonte indiscussa è lo pseudo-Dionigi (3) a cui Dante attinse per la costruzione delle gerarchie celesti, anche se il tomismo, prima ispirazione per il Poeta, lo rendeva molto più cauto nel rimaneggiare il teismo mistico postulato da questo seguace di Proclo, spingendolo a ricercare in un linguaggio immaginoso ed esaltato solo ciò che poteva conciliarsi, con la propria ortodossia, attraverso un processo più di interpretazione che di esclusione. Di Platone sopravvive, negli anni difficili del Medioevo occidentale, vivissima la tradizione astrologica; si potrebbe anche sostenere che il Timeo, sia una delle fonti ispiratrici del pensiero di Dante (4). Le opere di Platone arrivarono in occidente attraverso glossatori, e soprattutto le opere di Aristotele ed i Padri della Chiesa; Dante forse anche troppo intenzionalmente, usa alcune teorie platoniche, come per esempio nella teoria delle idee o delle intelligenze nei cieli, o in quell'altra del ritorno delle anime alle stelle, che implica la distinzione dell'ufficio e della natura degli astri; è ancora platonico nella teoria dei movimenti nei cieli, nella distinzione della creazione mediata ed immediata, e in generale sembra conoscere ed adattare molto di ciò che di Platone era rimasto vivo inglobato nella teologia e nella mistica cristiana.
Le dottrine dei movimenti dei cieli, e della creazione mediata ed immediata, giunsero a Dante per tramite Aristotelico, rimaneggiato e glossato a sua volta, e per questo più difficilmente riconoscibili; tuttavia la teoria del movimento dei cieli si può rintracciare in Timeo 39,A, ripresa poi e riveduta nel De Caelo e De Mundo di Aristotele, rimaneggiata infine all'interno delle teorie tolemaiche, e adattata mirabilmente in Convivio II, IV, all'Empireo Cattolico, e riproposta quale base nella costruzione scientifica del Paradiso. La teoria Mediata ed Immediata, di cui abbiamo detto sopra, ha origine in Timeo 41,c,(5); trasposta in seguito in trattazioni di tipo aristotelico come in Paradiso VII,64 e XII,52 e dovunque altro si parli della creazione. Anche l'armonia delle sfere presenta elementi platonici, e pur adattandosi con qualche difficoltà alle teorie di Aristotele, Cicerone, Sant'Alberto Magno e soprattutto di San Tommaso D'Aquino, viene conciliata mirabilmente da Dante in Paradiso I, 76-78:
"Quando la rota che tu sempeterni
Desiderato, a sè mi fece atteso,
con l'armonia che temperi e discerni"(7)
Dante innanzi tutto è un poeta, ed i sentimenti poetici stanno al di sopra di ogni speculazione fisica o filosofica.
II. Non si può però per nessun motivo omettere Aristotele, perchè di quei tempi era impensato non chiedere alla cosmologia ed alla fisica dello Stagirita la giustificazione scientifica. E la concezione del moto dei cieli, della generazione e della corruzione e la teoria delle proprietà della materia sono i punti essenziali che della dottrina aristotelica vengono assimilati dal Sommo Poeta. Aristotele a sua volta, utilizzò in parte come punto di partenza le idee platoniche quando teorizzò il moto circolare perfetto e l'idea dell'universo sferico, approvando anche la distinzione di un moto sul piano dell'equatore e di uno su quello dell'ellittica, per ciascun cielo. Platone però, che aveva concepito il mondo in similitudine con l'uomo, aveva concordato che i pensieri ragionevoli dell'anima fossero in un qual modo rappresentati dal primo movimento di unità o identità, e le opinioni dal secondo movimento del dissimile. Aristotele attribuì invece al primo (o moto diurno) un'azione conservativa e vitale, al secondo (o obliquo annuale) un'azione dissolvente, e concepì inoltre il moto retto che dalla natura del moto procede alla natura dei cieli che sono eterni, ingenerabili ed incorruttibili. La teoria aristotelica della natura dei cieli, espressa in De Caelo e nella Metafisica, fece molta fortuna nel mondo cristiano, poichè ben si accordavano le concezioni dei filosofi cristiani con le teorie dell'atto e della potenza, delle forme e della materia . Anche Dante è perfettamente aristotelico, come in Paradiso XXVII, 106-107:
"La natura del moto che quieta
il mezzo e tutto l'altro attorno move:" (8)
dove il rapporto tra i cieli è stabilito a partire dal Primo Mobile a cui seguono gli altri meno mobili e la terra sta immobile e materiale; il Poeta definisce un duplice rapporto tra angeli, cielo e materia:
forma pura puro atto
forma e materia congiunte potenza con atto
materia pura pura potenza.
Lo stesso San Tommaso del resto, nel suo commento al De Caelo (libro I, lectio X,10) sosteneva che la materia dei corpi celesti fosse: "... non ad esse, non subiecta transmutationi quae est secondum esse, sed ei quae est secondum ubi..." e che "... forma sua replet totam potentiatem...".
I cieli dunque influiscono sulla terra, e secondo l'inclinazione sull'ellittica, hanno un'azione continua e mutevole: dalla periferia al centro, dalla forma suprema alla materia bruta e dice Aristotele che questo influsso regola il ritmo della generazione e della corruzione.
Grande importanza ebbe la lectio di San Tommaso, grande commentatore di Aristotele e conoscitore dell'astrologia del mondo greco e romano, e di quello neo-platonico, nonchè della costituzione umana e della psicologia dell'uomo; egli cercò di ricostruire con basi cristiane ciò che si conciliava dei dogmi della scienza antica, (e nel caso dell'astrologia del Tetrabilos di Tolomeo), con il pensiero cristiano.
Sant'Agostino poi nella sua dottrina neo-platonica, riduceva gli influssi degli astri da cause a segni attraverso i quali Dio esprime la propria volontà, perciò esclude l'esistenza della fatalità astrologica prevedendo solo la preveggenza di Dio, che non è contraria alla libertà umana, ma è pura conoscenza anticipata dei nostri liberi atti, per virtù della grazia e della predestinazione. L'astrologia era poi arrivata al Medioevo attraverso innumerevoli traduzioni, riviste e compendiate dagli Arabi che vi avevano aggiunto pure parecchie delle loro credenze ma tutto sommato non si erano poi discostati eccessivamente dal Tetrabilos e dall'Amalgesto, e la Chiesa perciò non aveva avuto eccessive lamentele e disapprovazioni; venne così dagli stessi cristiani rimaneggiata ed adattata senza i grandi problemi che sorsero dal Rinascimento in poi, quando aristotelici e platonici riuscirono a risalire alle pure fonti, e cercarono perciò di inserirvi nuovi argomenti, che dovevano ribadirne la validità.
Nel Medioevo vi è invece una forma reciproca e continua di credenze popolari e speculazioni dotte che mantengono vive per secoli la pratica e la dottrina astrologica, con superstizioni pagane da un lato e dall'altro le dottrine scientifiche che risultano elaborate dall'Auctoritas. Sant'Alberto Magno nella sua parafrasi dell'opera aristotelica De Caelo et Mundo (10), descrive la teoria delle cause naturali e degli effetti delle stelle: descrizione ripresa da Dante nel Convivio II, XIV, ed in Paradiso II,49 dove il procedere della luce nei cieli differente e distinta, è dovuto al fatto che accoglie "virtutem et naturam" delle diverse essenze "Quibus incorporatur"(10). Dante dunque, ben conosceva tutta la tradizione precedente, e dimostra anche di conoscere ciò che San Tommaso aveva scritto nell'opuscolo De Sortibus, in cui si diceva che i corpi celesti (11) non possono comprimere l'intelletto umano, e perciò nè la volontà è soggetta ai loro influssi, nè gli atti umani possono preconoscersi per astromanzia o per altra forma di divinazione.
Brevemente diremo che San Tommaso asserisce che tutto ciò che è casuale negli eventi umani accade per accidens; quello che avviene per accidens non è però uno ed è perciò irriducibile a virtù naturali che tendono ad unum, e del resto nessun agente naturale può inclinare ciò che per "accidens evenit". L'argomentazione di San Tommaso si muta da logica in ontologica raggiungendo un grande risultato nel campo della teologia cristiana perchè oppone al fato astrale, la libera conformità della volontà dell'uomo e quella onnisciente di Dio. L'intelletto secondo San Tommaso, concepisce come uno ciò che succede per accidente, formando "ex multis unam compositionem"(12), cioè lo ritiene preordinato da un intelletto, perciò quel che sembra fortuito e casuale nella nostra vita, finisce per essere realmente ordinato da un intelletto superiore cioè da Dio intelletto supremo, lume di verità e virtù che muove le volontà umane a desiderare e ad agire. In pratica la dottrina tomistica distingue tre cause che concorrono nell'atto umano:
1. L'inclinatio, che è un influsso degli astri nella complexio degli elementi
2. La ratio o lume naturale
3. La dispositio divina.
Dante è perfettamente coincidente con la dottrina tomistica in molti passi del Purgatorio, come ad esempio in Purgatorio XXX, 109-111:
"non per ovra delle rote magne
che drizzano ciascun se ad alcun fine
secondo che le stelle son compagne"(13)
ed ancora in Paradiso I, 41-42:
"la mondana cera
più a suo modo tempera e suggella"(14)
ed ancora in Paradiso VII, 140-141 possiamo osservare:
"da complession potenziata tira
la raggio e l'moto delle luci sante;"(15)
In Purgatorio XI, 70-76 e XVI, 79-80 rispettivamente notiamo:
"lo cielo i vostri movimenti inizia
non dico tutti, ma, posto ch'io `l dica
lume v'è dato a bene ed a malizia
e libero voler;(16)
"a maggior forza ed a miglior natura
Liberi soggiacete;"(17).
Anche nell'Inferno XXVI, 23-24 e nel Convivio si possono rintracciare analogie simili. Dante perciò aderisce alla dottrina tomistica, facendo un atto di coraggio di non poco conto, per quell'epoca almeno. Il tomismo infatti, come per molte altre correnti filosofiche del Medioevo considerate "nove" come per esempio il nominalismo di Abelardo e le teorie di Chartres, combatteva una dura battaglia per far cadere le pesanti cesure che Etienne Tempier, vescovo di Parigi, e gli oxoniensi vi volevano apportare, e non bastò neanche l'influenza del grande studioso e traduttore di Aristotele Pietro Ispano, che divenuto Papa, cercò di promuoverlo. Solo con il passare del tempo divenne organo ufficiale della Chiesa. Certamente Dante conosceva Tolomeo di seconda mano e cioè attraverso le traduzioni di Alfragano, così tutta questa dottrina sull'astrologia giunse al Poeta trattata in modo essenzialmente scientifico, nuda ormai di qualunque significato religioso anche se pagano. La più grossa difficoltà fu la non conoscenza globale del materiale trattato, ma la sua riproposta previo l'adeguazione a tutte le regole dell'epoca, e la trattazione in forma poetica senza troppo alterarlo dall'origine, e farvi trasparire le personali opinioni del poeta che nel caso del tomismo, si rivolgeva ad una teologia meno rigida e più rinnovata di quella tradizionale; per esempio in Paradiso VII, 1-3 (18):
" Solea creder lo mondo in suo periclo
che la bella Ciprigna il folle amore
Raggiante, volta nel terzo epiciclo;".
Il Poeta non esita a mantenere tutti gli elementi mitologici che l'astrologia presentava, i quali non presentavano che un vago alone di paganesimo. Per Dante, che si rifà a San Tommaso, il Paradiso vero e proprio è l'Empireo, e nella Rosa Candida i beati partecipavano della beatitudine quanto più il loro fervore contemplativo li avvicina a Dio, ma si tratta di differenze minime, di sfumature, perchè gli spiriti belli sono tutti uguali al cospetto di Dio.
L'apparire dei beati nelle sfere perciò, rappresenta in fondo una necessità poetica, permettendo così a Dante di procedere di cielo in cielo e di presentarci i suoi personaggi, tutto ciò infine è solo la dimostrazione sensibile di una realtà che sta ben oltre le cose reali, e che solo così si può rendere tangibile agli intelletti umani, per cui i criteri astrologici diventano parte di un espediente pratico di grande efficacia.
Chi scrive non ha neanche trattato in minima parte un campo così vato ed affascinante, teatro di importantissime ricerche. Questo piccolo articolo non ha alcuna pretesa di raggiungere la perfezione della teoria che altri grandi studiosi hanno dedicato al Sommo Poeta. E' piuttosto, con tutti i suoi limiti, un atto di affetto e di riverenza per il grande Poeta.
(N.di R.: Per motivi di spazio omettiamo la nutrita bibliografia, ci scusiamo con l'autrice e restiamo a disposizione dei lettori che potranno richiedercela per lettera).

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