"Devi leggerlo, lui è stato l'ultimo samurai". Con questi termini mi parlarono per la prima volta di Yukio Mishima1 e ricordo che bastarono quelle poche parole per riempirmi di quell'entusiasmo che caratterizza tutti gli adolescenti che, stanchi dei falsi miti di celluloide, cercano un padre spirituale.
Ancora oggi, per quanto puerile, ritengo la definizione di "ultimo samurai" quella più adatta a spiegare quel vasto fenomeno che fu Yukio Mishima, ritenuto da alcuni suoi biografi solo un volgare esteta o un rozzo esibizionista; e peggio ancora fece chi si limitò ad etichettarlo come "il Che Guevara della destra" lasciandolo così, all'odio amore dei tanti che, senza conoscere la sua vasta opera, comprendente narrativa, poesia, saggi e testi teatrali2 , lo citeranno mettendone in risalto solo l'aspetto ideologico.
Mishima raggiunse il successo nel 1949 a soli ventiquattro anni col romanzo-scandalo "Confessioni di una maschera" dove l'autore racconta la sua difficile ed inaccettabile condizione di omosessuale, seguito l'anno successivo dal dramma erotico "Sete d'amore" ed affermandosi come uno dei massimi scrittori giapponesi 3, con romanzi di rara delicatezza stilistica come "La voce delle onde".
Mishima visse nel periodo più difficile per il Giappone, il dopoguerra, periodo in cui l'arcipelago subiva una pesante americanizzazione, la quale comportava la mercificazione dell'arte. A questa pressante invasione culturale lui rispose, tirando di spada, costituendo un piccolo esercito personale, pubblicando numerosi saggi ispirati all'etica samurai e protestò manifestando un decadente esibizionismo ponendosi dinanzi ai mass media con azioni sensazionalistiche. Ma ormai era troppo tardi la logica economica dettata dalla massiccia industrializzazione nipponica imponeva nuovi personaggi, il samurai simbolo del "giapponesità" veniva sostituito dall'impiegato "super-diligente"; e quando all'ingiusto trattato del 5534 seguì la definitiva smilitarizzazione del Giappone a Mishima non restava che il suicidio rituale del seppuku per <<...restituire al Giappone il suo autentico volto>>5. Suicidio atteso da tempo e da lui quasi annunciato quando alla mostra che egli organizzò su sè stesso per celebrarsi nella sua doppia natura di intellettuale e uomo d'azione dichiarò di avere intrapreso la più distruttiva delle vie per contrastare il deterioramento. Parafrasando un aforisma di Nietzesche si potrebbe dire che il Mishima, romantico-guerriero, vivendo in un tempo pace sposa d'assenza di valori si scaglia contro di sè e si uccide vedendo in quell'estremo atto il modo più forte per testimoniare quegli alti valori di vita che si andavano deteriorando.
Così come nel teatro NO il vero significato di un gesto secondo l'estetica del vuoto Zen è in quei mille gesti in esso negati, la morte di Mishima rappresenta quei mille modi di vivere che una società sterile e massificante continuamente ci nega.
Note:
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