di Paolo DEGLI ESPINOSA
Dobbiamo affrontare i problemi che abbiamo davanti a noi, a partire da due questioni di fondo: il pensiero e l'intervento. Dobbiamo affrontarli senza schiacciare l'uno sull'altro, trovando piuttosto una connessione tra loro. Per quel che riguarda in particolare la nostra condizione occidentale, dobbiamo dire francamente che siamo noi occidentali che abbiamo inventato il rapporto scienza/tecnologia, che abbiamo sviluppato le forze produttive, che abbiamo inventato gli strumenti di modifica dell'ambiente.
Nei paesi poco sviluppati, può esserci una grande fioritura di culture ed anche di esperienze, ma resta il fatto che, in accordo con quanto sosteneva Marx, lo sviluppo delle forze produttive è questione soprattutto occidentale, che ha dato luogo ad un modello che dall'occidente si è diffuso più o meno in tutto il mondo.
Non è un caso, dunque, che proprio in occidente si sia aperta una fase di riflessione, ancora ineguagliata, sul rapporto tra pensiero ed intervento. Mi riferisco alla fase della maturità di Hegel ed alla generazione successiva, verso il 1830 e la metà del secolo scorso.
Oggi dobbiamo riprendere questa questione, dobbiamo riprenderla in termini nuovi, perchè se ci limitiamo a rincorrere tutti i problemi uno ad uno, tema per tema, affrontando in modo separato la questione della democrazia, con le sue soluzioni, la questione dell'occupazione, con le sue soluzioni, la questione ambientale, con le sue soluzioni, non riusciremo mai ad affrontare la questione fondamentale, cioè la questione... della società umana.
A metà dell'800 avvenne qualcosa di nuovo quando Marx si pose il problema di porre il sistema filosofico di Hegel con i piedi per terra. Hegel aveva sviluppato un pensiero generale sul mondo, una filosofia basata sulla dialettica. Marx si pose il problema della questione sociale, senza dimenticarne l'aspetto filosofico ed arrivò cos" a porre il problema dell'interesse dei lavoratori in quanto produttori della ricchezza e insieme portatori di interessi generali.
In pratica, Marx ha pensato che i lavoratori svolgessero insieme un compito sociale e filosofico. L'azione dei lavoratori doveva realizzare una filosofia nel mondo.
La stessa cosa si può affermare, indicando la coincidenza tra interessi di classe e interessi generali: i produttori, facendo i loro interessi, facevano insieme gli interessi del mondo. Infatti, attraverso la loro presa del potere, sarebbe stato edificato il comunismo, che costituiva la soluzione per il mondo.
Si sarebbe avuta cos" la soluzione di un problema, che era costituito dal fatto che la ricchezza produttiva era separata dalla ricchezza sociale.
Con il superamento della contraddizione tra il carattere sociale della produzione e il carattere privato della decisione e della proprietà, si sarebbe risolto il problema sociale e con esso il problema della realizzazione della filosofia nel mondo.
Di conseguenza, Marx proponeva: rendiamo pubblica e sociale questa ricchezza produttiva, attraverso il potere dei lavoratori-produttori.
Questa impostazione, però ha lasciato aperte due grandi questioni, relative alle condizioni storiche del cambiamento del potere e ai contenuti della nuova produzione.
Per quanto riguarda la prima questione, il passaggio di potere dalle mani dei privati alle mani dei lavoratori, secondo Marx, sarebbe avvenuto perchè, all'interno dei rapporti di produzione capitalisti, non ci sarebbe stato uno sviluppo delle forze produttive. Secondo questa ipotesi, i lavoratori si sarebbero trovati in presenza di una situazione di forte contraddizione, in quanto le forze produttive si sarebbero sviluppate, ma i lavoratori produttori non avrebbero tratto vantaggio. Di qui la previsione di una situazione rivoluzionaria.
Per questa previsione storica, da parte di Marx, vi è stato un grosso errore perchè la contraddizione tra rapporto di produzione e sviluppo delle forze produttive non ha avuto quel carattere che Marx immaginava. Ciò è dimostrato dal fatto che i paesi industrializzati, con rapporti di produzione capitalisti, hanno sviluppato le forze produttive più di tutti gli altri paesi.
Da questo punto di vista ritengo che bisogna riflettere meglio sull'esperienza di Ford e di Keynes, perchè queste due grandi figure hanno guidato e teorizzato grandi livelli di espansione economica, tali da permettere in qualche modo la partecipazione dei lavoratori ai frutti della produzione, sia pure in forma subordinata.
In questo modo è cambiata la condizione economica, materiale, la capacità di consumo, la capacità di partecipazione ai beni prodotti dalla tecnologia dei lavoratori dei paesi industrializzati.
Dato che la diffusione dei consumi, resa possibile dallo sviluppo delle forze produttive, è avvenuta senza un cambiamento culturale autonomo, il risultato è stato che i lavoratori sono stati trasformati in consumatori.
A questo punto va messo in evidenza l'aspetto antropologico della cultura produttiva. Il potere capitalista, stando alla guida del processo produttivo, ha esercitato un'egemonia sulla cultura dei lavoratori.
Il loro modo di pensare a sè stessi, alla loro vita, ha ruotato intorno alla produzione industriale. Semplificando, l'individuo-lavoratore ha pensato a sè stesso come una persona che fruisce dei consumi basati sui prodotti industriali. Nel momento che è avvenuto questo, ci siamo trovati in una situazione in cui lo sviluppo delle forze produttive è diventato, da elemento di contraddizione, una specie di scodella dove hanno confluito diverse culture e diversi interessi.
Di conseguenza non è stata compiuta una critica culturale del concetto di sviluppo delle forze produttive.
E' stata compiuta una critica sociale-egualitaria, è stato detto che è ingiusto, che il potere sui mezzi di produzione sia nelle mani di pochi privati, mentre i produttori non hanno alcun potere.
Questa è una critica sociale-egualitaria, anche democratica, tutta interna alla produzione, che però è stata nei fatti superata da un altro processo sociale e culturale, cioè la partecipazione dei lavoratori ai vantaggi di consumo della produzione. In definitiva è mancata una critica culturale del capitalismo-consumismo.
Si arriva cos" al secondo punto, quello dei contenuti della produzione e del rapporto tra esigenze sociali ed esigenze produttive. Anche in questo caso dobbiamo fare ricorso ad un punto di vista antropologico, cioè insieme culturale, sociale e materiale.
In base a quali principi si può affermare che da questo punto di vista i lavoratori abbiano espresso una superiorità culturale ed antropologica, per quanto riguarda il rapporto tra società e produzione?
Non abbiamo esempi, se non circoscritti, di lavoratori che nell'ambito dei paesi industrializzati abbiano formulato, rivendicato, realizzato nuovi rapporti tra società e produzione. Vi sono stati, da questo punto di vista, diversi episodi, ma nell'insieme si può affermare che le culture di cambiamento del rapporto tra società e produzione si siano sviluppate, almeno in Italia, a partire dai movimenti del 1968 ed abbiano rappresentato piuttosto un'influenza di culture esterne alla produzione che si esercitava sui produttori.
In ogni modo, vi invito a riflettere su questo passaggio fondamentale: quale cultura, quale stato sociale, quali individui sono portatori di una diversa cultura circa il rapporto tra società e produzione ?
Non c'è dubbio che i lavoratori costituiscono nella produzione una forza chiave.
L'importanza dei lavoratori nella produzione non dipende solo dalla loro funzione produttiva, ma anche dalla loro solidarietà. Nel momento che sono solidali, hanno una capacità di confronto molto maggiore, con il potere privato, con la proprietà. E' la loro unità, la loro coesione che non li frammenta come individui, che li mette in condizione di un confronto tra l'insieme dei lavoratori da una parte e la proprietà dall'altra. Quindi c'è un confronto tra diversi interessi sociali.
Sul piano storico, però, ciò che è avvenuto con il passaggio alla solidarietà di classe, nell'ambito della condizione di lavoro, non si è verificato nell'ambito della vita e della condizione territoriale.
Il metodo della solidarietà è rimasto dentro la fabbrica, non è diventato un modo di vivere.
In effetti la strategia del comunismo prevedeva che questo metodo della solidarietà si allargasse a tutta la società dopo la rivoluzione. Prevedeva cioè che i lavoratori prendessero il potere e che, da questo punto in poi, ci fosse questa facilitazione di una convivenza solidale a partire dalla premessa del potere dei lavoratori. La premessa, in realtà, non si è realizzata, per due grandi motivi.
Il primo motivo, già ricordato, è che non si sono realizzate le condizioni e le ragioni sociali della rivoluzione nelle democrazie industriali.
Il secondo motivo è che il metodo della solidarietà, anche questo va ripetuto, non è mai uscito dalle fabbriche. Per questi motivi i lavoratori non hanno più avuto ne le ragioni d'urto ne l'autorità culturale per chiedere un cambiamento radicale della società. E' successo piuttosto l'opposto. E' successo cioè che i lavoratori si sono dimostrati assai permeabili a diverse culture che sul piano concettuale devono considerarsi esterne al movimento dei lavoratori. Mi riferisco ad esempio alla cultura nazionalista, come si è visto all'epoca dei crediti per gli armamenti, sulla soglia della prima guerra mondiale. In questa sede però mi riferisco soprattutto alla cultura della massimizzazione dei consumi. Tanto per citare un episodio rappresentativo, vorrei ricordare un importante dirigente sindacale nazionale italiano, di cui non faccio il nome - a suo favore - che disse una diecina di anni fa: "gli operai hanno ottenuto l'utilitaria, adesso vogliono l'auto media". Dicendo questa frase, lui riteneva, chiaramente di parlare nell'interesse degli operai, di stare con la classe operaia, e non c'è dubbio che in qualche modo faceva effettivamente gli interessi della classe operaia. Il punto cruciale però è che attraverso questa rivendicazione, questo dirigente, accettava pienamente una visione degli interessi degli individui valutata secondo il metro del consumismo. "Noi abbiamo diritto all'auto media, non ci basta l'utilitaria".
Dicendo questo esprimeva una non superiorità della cultura dei lavoratori rispetto al modello consumistico.
Ecco la questione con la quale dobbiamo fare i conti.
Noi non abbiamo, oggi, un soggetto sociale, un aggregato sociale, che impegni, proponga, organizzi, faccia una proposta di governo della produzione, basata su un modo di vivere diverso.
Se noi riteniamo che il progresso sociale dipenda dall'aumento dei consumi individuali, non possiamo pretendere che la società esca da questo consumismo. Possono anche indurirsi i conflitti tra lavoro e capitale, ma non si può individuare, su questa via, un diverso assetto della società industriale. Per di più, uno scontro occidentale nei paesi industrializzati che sia basato solo sul diritto all'aumento dei consumi individuali, avrà come conseguenze sia l'aumento della distanza tra paesi industrializzati e paesi senza sviluppo, sia l'imitazione su base mondiale del modello consumistico. Rispetto a questo tipo di problema, non si può cercare soluzioni ne in atteggiamenti predicatori, ne in forme contenenti elementi di ipocrisia.
Se ognuno ritiene giusto di fare il suo interesse individuale, che può essere l'aumento del suo consumo, naturalmente, l'auto, la casa, le vacanze, tutte le cose che sappiamo danno luogo ad una accumulazione individuale, sul piano sociale globale si avranno delle conseguenze che influenzeranno la condizione comune.
L'ipocrisia, appunto, consisterebbe nel deprecare queste conseguenze, mentre ciascuno, sul piano individuale, continua a muoversi per l'aumento dei suoi consumi.
Insisto a dire che questa situazione, comunque, non si risolve nemmeno con delle semplici "prediche".
Occorre capire bene la situazione: se i nostri interessi individuali sono quelli dell'aumento dei consumi individuali, prendiamo atto che la somma di questi interessi è in opposizione alla natura, al territorio e anche alla cooperazione tra i popoli. Non si tratta di affermazioni generiche, ma di una osservazione dell'impatto ambientale dei diversi modi di vivere. Ad esempio oggi un cittadino nordamericano consuma otto tonnellate all'anno di petrolio, un cittadino europeo ne consuma quattro, un cittadino asiatico ne consuma uno, perché non è industrializzato. Se facessimo un'analisi dei rispettivi contributi all'inquinamento, troveremmo proporzioni analoghe, con una aggravante in più cioè che la situazione di povertà e di non intervento dei paesi non industrializzati porta a danni ambientali in aumento. L'insieme di questa situazione porta ad un giudizio di insostenibilità.
L'insostenibilità va dichiarata anche in termini dinamici e culturali. Infatti se 1,4 miliardi di cinesi cercano di imitare il modello nordamericano se ne possono immaginare le conseguenze. In effetti, vi sono governi, come quello indonesiano, che hanno dichiarato apertamente che un qualsiasi cittadino del loro paese si aspetta di vivere con gli stessi consumi di un cittadino americano. Risulta quindi che, continuando cos", l'intero mondo viene messo in un vicolo, avviandosi ad una situazione con contraddizioni crescenti.
Vi sono degli autori, di grande valore, come il francese Latouche, che a tale proposito, propongono di evitare anche il termine sviluppo, il quale già di per sè conterrebbe un elemento di subordinazione culturale, legato all'espansione economica. Per quanto mi riguarda, credo che si possa mantenere l'impiego del termine sviluppo, in quanto nella nostra esperienza è legato anche all'aumento della capacità umana e al miglioramento dell'intelligenza, della maturità culturale, della capacità comunicativa. Il problema, direi, si pone piuttosto in termini di qualificazione culturale, antropologica, sociale a ambientale dello sviluppo.
Al di là dei termini lessicali, se vogliamo discutere di una nuova condizione di convivenza dobbiamo coscientemente affrontare le conseguenze di questa posizione. Oggi viviamo in un mondo di espansione tecnologica, senza rotta. Non c'è solo un problema di disuguaglianze all'interno dei singoli paesi e tra gruppi di paesi ricchi e di paesi poveri, ma c'è un problema di rotta, nel rapporto tra società, tecnologia, ambiente, modo di vivere.
Gli ambientalisti parlano giustamente di collisione tra economia e natura, ma questa collisione non va attribuita alla tecnologia, come se fosse qualcosa di staccato da culture e interessi, ma va piuttosto vista come l'effetto di determinate culture e determinati interessi sull'economia e sulla tecnologia. Gli ambientalisti parlano giustamente di capacità di sopportazione, o anche capacità di rigenerazione.
Questa capacità naturale è limitata. E' paragonabile alla capacità di digestione del nostro stomaco. Come tutti sanno, la natura è basata su rapporti non "buoni", ma equilibrati. In natura c'è molta aggressività, ma i cicli sono chiusi, le catene trofiche si rinnescano continuamente, non ci sono rifiuti.
L'intervento umano, soprattutto a partire dalla società industriale, è caratterizzato invece da cicli aperti, con produzione di rifiuti, che mettono a dura prova la limitata capacità di rigenerazione della natura.
Prendete un lago: se ci buttate dentro qualche elemento nocivo, in quantità limitate, il lago mette in opera i suoi processi di ossigenazione, i suoi processi di recupero. Se però buttate dentro il lago, ogni giorno, tre vagoni di sostanza nociva, il lago muore, avrete superato la sua capacità di recupero.
Ora noi, società industriale, abbiamo superato questa capacità di recupero, in molti casi, a livello locale e globale. A livello locale può trattarsi di fiumi, laghi, boschi, perdita di complessità biologica con la sparizione di alcune specie. A livello globale abbiamo più ampi problemi di effetti climatici (riscaldamento globale dovuto all'effetto serra), desertificazioni, perdita globale di superfici arboree, perdita globale di specie, cattura da parte della specie umana di quantità sovrabbondanti della radiazione solare a disposizione degli organismi viventi (la specie umana, con le sue connessioni e attività, cattura da sola il 25%). Questa situazione è determinata in gran parte dal modello di vita degli individui dei paesi industrializzati che viene imitato dai paesi in via di sviluppo.
Occorre per ogni persona e per ogni anno determinare il contributo all'inquinamento.
Nel caso del Nord America, dell'Europa, del Giappone, etc., molto dipende dalle combustioni con relative emissioni, provenienti dall'industria, dal settore domestico, dai trasporti.
In particolare, il principale responsabile dell'effetto serra è lo scarico delle combustioni che producono anidride carbonica. A loro volta, le combustioni dipendono in buona parte dalle automobili. I questo caso, vediamo una diretta connessione tra il modello di vita e gli impatti locali e globali.
Sul piano concettuale, risulta confermato che occorrono strumenti di analisi e di cambiamento in grado di intervenire sia sui grandi processi, sia sulle abitudini individuali.
Non si può più fare, come è d'abitudine per la sinistra, un grande discorso sulle "contraddizioni", senza occuparci dei valori, delle esigenze, delle elaborazioni e dei contributi che danno i singoli individui.
La realtà è che le città sono congestionate di automobili e che i cittadini automobilisti accettano di stare in fila e di avanzare a passo d'uomo, respirando aria inquinata, senza responsabilizzarsi rispetto alla connessione tra quel tipo di situazione dei trasporti e l'effetto globale sul clima.
D'altra parte, anche la responsabilizzazione individuale non avrebbe effetti senza la disponibilità di soluzioni alternative. In ogni modo l'individuo urbano torna a casa in automobile, apre il giornale e legge che l'effetto serra sta aumentando e che già oggi, circa mezzo grado di aumento di temperatura va con buone probabilità attribuito all'azione umana.
La questione dei comportamenti individuali, però, non riguarda solo i trasporti e l'automobile. Si potrebbe parlare della bistecca. Una della grandi cause del disboscamento delle foreste è dovuta al fatto che gli occidentali ed in particolare i nordamericani, mangiano molta carne.
La carne richiede l'allevamento dei bovini, i quali prima devono essere alimentati per arrivare ad un certo livello di crescita ed essere poi macellati.
Se noi mangiamo carne, impegniamo una estensione di territorio che corrisponde ai vegetali che devono alimentare l'animale che mangiamo. Questa estensione è 10 o 20 volte maggiore, a seconda dei casi, della estensione necessaria per la nostra diretta alimentazione, a base di vegetali. In altre parole, introdurre gli animali da carne nella nostra catena trofica ha come conseguenza un aumento rilevante dell'estensione di territorio da impegnare per la nostra alimentazione.
Ho fatto due esempi, l'automobile, l'alimentazione, ma si potrebbe continuare. Dunque bisogna parlare di modello di sviluppo e bisogna parlare di solidarietà esterna, cioè al di fuori della nostra specie, solidarietà tra noi e l'insieme del mondo vivente.
Discutere seriamente di modello di sviluppo, significa porsi in modo non solo culturale ma operativo questo problema di solidarietà globale, per rispondere al tipo di crisi che stiamo attraversando.
Quando una specie, come la specie umana, mette in crisi i suoi rapporti con l'insieme della natura e del mondo vivente, si può parlare non solo di una crisi ambientale, ma anche di una crisi antropologica, in quanto viene messo in discussione l'equilibrio di tutta la specie con il contesto terrestre.
A fronte di una crisi antropologica, culturale, ambientale, territoriale, etc., occorre un progetto antropologico.