di Laura Virginia FROSINI (Ricercatrice Dip. di Progettazione del Politecnico di Milano)
Antonio Averlino detto Filarete1 - amante della virtù - quando giunse a Milano, nel 1451, non aveva fatto probabilmente alcuna prova nel campo dell'architettura; ma divenuto architectus e poi inzinierus alla corte di Francesco Sforza, l'ischultor volle consegnare in un Trattato (1460-64) i principi dell'arte di edificare, raccogliendovi tutte le conoscenze nel frattempo acquisite.
L'ossequioso tributo di consigli offerti al mecenate diviene occasione ufficiale per scrivere il Trattato; ma pensando di rivolgersi a coloro che "non saranno così dotti", - egli dichiara - di non essersi "esercitato troppo in lettere né in dire",2 Filarete sceglie di scrivere in volgare, mirando a compiere opera di divulgazione. Si può dire che questo "architettonico libro", come egli lo definisce, consista in una lunga dissertazione dialogata sulle forme e sulle misure confacenti a ogni genere di edificio.
Il trattato contiene il progetto di un'intera città, denominata Sforzinda, in onore del Principe, da costruire per gradi, dettagliatamente concepita, nella mente dell'architetto. In esordio, l'Averlino scrive "Io ho fatto un mio pensiero di volere hedificare et principiare una città"3. Nel primo libro egli, in modo del tutto originale, immagina di trovarsi ad un banchetto, alla presenza del Magnifico signore e della sua corte, durante il quale ha occasione di presentare l'intero edificio come un organismo vivente, che cresce e muore al modo dell'uomo. Leggiamo infatti: " Io ti mostrerò l'edificio essere proprio un uomo vivo, e vedrai che così bisogna a lui mangiare per vivere, come fa proprio l'uomo: e così s'amala e muore, e così anche nello amalare guarisce molte volte per lo buono medico"4. Filarete considera il signore e l'architetto come una coppia unita da un vero e proprio rapporto d'amore, nella quale il committente rappresenta l'uomo incapace di concepire attraverso i suoi soli mezzi e l'architetto la donna che porta in sé il loro comune progetto prima di mettere al mondo un essere corporeo, l'edificio di cui è la madre. Quindi, come un bambino nasce dall'unione d'un uomo e di una donna e come ogni fabbrica da quella del committente e dell'architetto, così Sforzinda viene concepita dall'unione della forza connessa sia alla ricchezza patrimoniale che all'esperienza militare di Francesco Sforza, con l'ideale elaborato da Filarete, dalla quale deriverà la costruzione cercata da entrambi.
Nel Trattato, l'Averlino, mira all'esposizione programmatica dell'intera città, alla creazione di un contenitore conforme alla logica ed alla razionalità di una condizione di vita innestata radicalmente in strutture sociali e produttive. A lui va riconosciuto il merito di avere per primo formulato una proposta di edificazione urbana di grande lena, fondata su esperienza e su ragionamento, attenta ai problemi del funzionamento e della sua espressione in un'adeguata architettura. La difficoltà oggettiva di cogliere nella faticosa narrazione una coerenza interna, ricerca di una precisa aderenza tra il sistema architettonico e l'ordinamento della città. L'iniziale accento proprio di una visione sognata si concretizza progressivamente, attraverso la precisazione di particolari di natura organizzativa economica e distributiva dimensionale, in un'ipotesi progettuale. La città desiderata, in antagonismo alla casualità della morfologia medievale, è posta idealmente nei connotati di un disegno architettonico planimetrico che si propone quale regola esecutiva e al contempo quale simbolo di una razionalità conquistata innanzitutto restituita sul piano della forma caratteristica e dell'impianto fondamentale. E' formulata l'ipotesi in sé stimolante e viva di una comprensione globale della costruzione urbana condotta dal punto di vista funzionale ed artistico. Filarete, accolta la grande lezione di Alberti di costruire secondo ragione, concepisce il progetto della città fuori dall'improvvisazione, entro un ragionamento che si traduce in programma operativo.
Se per Alberti l'oggetto del trattato di architettura era di enunciare le regole dell'edificazione valide per ogni singolo manufatto architettonico, per Filarete è rappresentarne l'efficacia nell'ideazione di un'intera città, simile ad un contenitore, che funge da regola costruttiva percepibile, alla quale sono subordinati tutti gli edifici particolari. L'intenzionalità prettamente urbanistica della proposta averliniana, emerge allorché l'autore, con un'efficace similitudine: " ma perché imprima sidee tessere ilpanno & poi lavesta io descriverò innanzi una città secondo me parra che debba star bene"5, sottolinea la propensione verso un metodo formale generativo che procedendo dal generale al particolare provvede a definire la struttura complessiva della città secondo una geometria regolare, nella quale è pensabile la collocazione delle piazze, delle strade ed in ultimo l'inserimento degli edifici. Su questo versante si sono registrate le maggiori difficoltà interpretative del testo.
La critica storica, artistica, letteraria e storico-sociale del Rinascimento ha prevalentemente avvicinato il Trattato dal punto di vista formale-stilistico, ribadendo la tradizionale concezione di un Filarete espressione secondaria della tradizione classicista inaugurata dall'Alberti, collocato nella schiera degli interpreti platonico-vitruviani milanesi di fine XV secolo, non preoccupandosi di penetrare nel concreto della proposta e limitandosi a registrare lo scarto tra livello funzionale e quello immaginario del suo discorso, anziché tentare di spiegarlo. Gli architetti urbanisti del nostro secolo, alla luce dei ragionamenti svolti dalla storiografia filosofica sul pensiero del Rinascimento, hanno dato un'impostazione diversa alla comprensione della proposta filaretiana. Ad essi questa concezione, apparve di stimolo non tanto dal punto di vista della realizzazione urbanistica, bensì da quello del programma sociale che vi vedevano implicito, per le indicazioni offerte da quel progetto sulla possibilità di saldare prospettiva civile ed ordinamento politico in una costituzione di spazio. Soprattutto nel dopoguerra in Italia il pensare piani concreti di interventi sociali o città nuove poteva acquistare forza dal lontano exemplum proveniente da un passato momento di Rinascita.
Infatti la città filaretiana, prevede un piano di sviluppo possibile e perfettamente concretabile, ideato tenendo conto delle esigenze organizzative e pratiche di una società in mutamento. Il suo realismo consiste proprio nell'accettare i mezzi, anche apparentemente contraddittori che gli anni in cui vive gli forniscono: il mito, l'astrologia, il simbolismo, la memoria, l'autorità del Principe, la fiducia nelle possibilità dell'arte e della ragione umana. Prevale una concezione della città razionalizzata come essere sociale e fisico, in crescita e mutamento. Filarete concepisce l'urbanistica non sotto quello dell'utopia, ossia in un atto di critica teso a sovvertire l'attuale situazione, bensì come programma di atti edificatorii rispondenti alle esigenze più varie, di sussistenza, sicurezza, di organizzazione funzionale ed economica di una civitas che aspira ad essere espressione integrale di civilitas.
Sforzinda, città della crescita, radicata nella campagna e sede di attività manifatturiere e mercantili, rappresenta il capoluogo di una regione, cui si collega mediante un complesso sistema viario radiale divenendo creatura delle strade, centro di un sistema multipolare di comunicazione e di contatti. Il progetto architettonico si pone come una sintesi tra Oriente ed Occidente e crocevia di itinerari esistenti o futuri, culturali e artistici nell'ottica di Filarete, strategici e di potenza in quella degli Sforza, nasce inserito nel momento storico-sociale che vede Venezia e Milano dialogare con Costantinopoli Porta d'Oriente, e diventa meta e snodo potenziale dei traffici che si irradiavano verso l'Europa continentale. Filarete tramanda una cultura fluida ed infinitamente variegata, reinterpretandola in modo sen'altro originale nell'incontro con il mondo classico antico allora oggetto di riscoperta.
Nella sua opera frutto di ars e ratio gli aspetti teorici sopraddetti trovano un riscontro nel disegno della città. Se l'impianto della città medievale diffusosi nel Due e Trecento risponde a formazione spontanea di conglomerati intorno a nodi di traffico particolarmente battuti, nel caso di Sforzinda, invece, è presente il tentativo di risolvere un problema costruttivo legato all'attualità in modo programmatico, senza predefinirne il limite. L'urbs, infatti, viene immaginata in azione, capace di arricchirsi continuamente rinnovandosi all'interno, e di provocare nuove aggregazioni nell'area geografica di gravitazione, così come di subire delle pause o degli arresti nello sviluppo senza incorrere in perdite o decadenze (e ad esprimere ciò serve ancora l'iniziale metafora della crescita organico-corporea).
Concependo simile forma non conclusa dell'organismo urbano, Filarete fa sì che la pianta divenga la generatrice di un'organizzazione spaziale, conforme a logica e storia, capace di assecondare mutevoli condizioni ed evenienze sociali.
Ad uno sguardo attento, ciò che in Sforzinda appare caotico e disorganico o, all'opposto, geometrico e naturale, risulta il prodotto di una summa di antiche ed eterogenee tradizioni innestata sul canovaccio di nuove conoscenze, e in legame con i nascenti poteri signorili, risulta frutto di una progettazione aperta e proiettata nel futuro. Un racconto velato solo in apparenza da un aspetto magico e favoloso, ma che attentamente indagato mostra quanto Filarete abbia saputo unire con avvedutezza i termini estremi di quelli che sembrano i punti salienti di una fiaba macchinosa (di cui, troppo spesso, con ingiustificata superficialità si sono voluti cogliere solamente frammentari elementi), resasi necessaria per esprimere un discorso di edificazione, collocato in una prospettiva temporale e non solo in un istante particolare.
Il Trattato, costituisce il punto di partenza per un modo nuovo di intendere la città e la sua architettura, o meglio segna l'avvio di una reimpostazione metodologica della tematica urbana letta come problema distinto. La pratica del fare architettura, già resasi autonoma, ma ancora annoverata nel generale fare artistico, è inserita in una prassi di pianificazione urbana esente da ogni spirito di sistema. La sua città è una città in divenire, un organismo vivente, di cui si conosce il quadro e le relazioni di partenza, ma di cui non si può dare anticipazione della configurazione finale se non per quanto è essenziale. Superficie, perimetrazione e numero di abitanti non sono parametri dell'evoluzione che Filarete prescrive: egli pone una soglia di arrivo che indica come una tra le possibili.
Questa indeterminatezza - segno né di vera architettura, né di vera urbanistica - riflette una precisa intenzione: indicare un tracciato generale poco vincolante, uno schema direttivo il più possibile generale, costituente riferimento per pensare vari e particolari svolgimenti, predisposto non per ostacolare, bensì per assecondare le future occorrenze. E in vari luoghi del Trattato si sostiene l'idea che siano possibili continue variazioni in corso d'opera, interventi soggettivi diversificati: "ch'io voglio sempre migliorare l'opera"6.
Così gli spazi bianchi - incomprensibili per l'occhio tecnocratico delle età successive -, i vuoti o le assenze, le incongruenze del suo progetto sono la visibile anticipazione delle incongruenze che il corso del caso nel tempo oppone ad ogni progetto razionale e totalitario. Essi non rappresentano la volontà di non dichiararsi o di non compromettersi, nei confronti di una committenza nella quale non ci si vorrebbe riconoscere. Nessuna polemica è svolta nei confronti dei poteri principeschi. Bensì, segnalando una città in evoluzione destinata a crescere e a trasmutare in modi e verso mete a tutti sconosciuti, assegna al lettore, all'artista ed al politico virtuoso del suo tempo, un messaggio di fiducia nella capacità umana di dirigere lo sviluppo urbano secondo quelle che saranno le necessità di volta in volta presenti, inclusa la messa sull'avviso - con un nota bene di sapore albertiano - che questo dirigere e volere essere possa sboccare in azione illusoria. Il carattere realistico dimostrativo e non prescrittivo è aspetto tipico della riflessione trattatistica, artistica e politica ad un tempo, del tipo di intellettuale e dell'Umanesimo, cui Filarete a pieno titolo appartiene.
Antonio di Pietro Averlino detto Filarete (Firenze 1400 - Roma 1469 c.a.). Per quanto concerne il Trattato, vedi edizione curata da L. Grassi - A.M. Finoli, Antonio Averlino detto Filarete, Trattato di Architettura, (Introduzione e note di Liliana Grassi),2 Vol., Milano, 1972.