LA RADICE INTELLETTUALE

Come leggere il razzismo e l'antirazzismodi

di Giancalrlo CALCIOLARI
E' tempo oggi di un'altra elaborazione della <>, non più presa tra razzismo e antirazzismo, in una polemica dove il dibattito è spazzato via. Il razzista e l'antirazzista sono le due facce di un animale fantastico e anfibologico che appartengono al sistema del conformismo sociale, per evitare di confrontarsi con la difficoltà della parola, della ricerca intellettuale, che ammette la semplicità ma non la banalità.
foto D'altronde, non c'è nessun quesito che sia facile e che possa darsi per scontato.
Il compito non è quello di formulare un'anatomia dell'antirazzismo da opporre a quella che molti autori hanno fatto del razzismo, per poter magari tirarne fuori una sintesi per riuscire a guarire dal disagio della civiltà.
Per Freud il disagio richiede l'articolazione, e non è da eliminare o da medicalizzare, tanto meno da anestetizzare.
Il disagio è strutturale, appartiene alla radice, all'originario. Simone Weil parla del <> delle cose, dei tesori ereditati dal passato e digeriti, assimilati, ricreati. Tale è la sua forza. Questa <> intellettuale ci è indispensabile, seppure molto difficile: è il risultato del confronto con l'eredità, da cui prosegue la restituzione del testo occidentale, e quindi una elaborazione del discorso della morte, dalla filosofia greca alla postfilosofia odierna.
Occorre anche sottolineare che dalla morte sanguinaria e sanguinante delle guerre si è passati alla morte bianca della calma, senza spargimenti di sangue, ma ancora più massiccia, come forma postmoderna di bere la cicuta. La paralisi sociale, la calma, si ottiene con la rinuncia a pensare, a fare, a sognare. Allora, come pensare? Contra Caino? L'indicazione del Genesi non lascia ombra di dubbio: <>.
E Freud ci dice che se si vuole sopprimere una cosa si dovrà adottare tutte le caratteristiche della stessa cosa, ovvero per eliminare il razzismo si accetterà divenire razzista. Il razzismo è un fondamentalismo della radice, mentre l'antirazzismo è un antifondamentalismo della radice. Questa doppia negazione della radice non fa altro che metterla in rilievo, e inoltre sottolinea che entrambe hanno paura della radice intellettuale. Nasce qui il tentativo di monopolio dell'eredità che ognuno cerca di edificare. Non c'è nessuna differenza razziale perchè la differenza è originaria nell'atto di parola, senza per questo essere all'origine di genealogie differenti eternamente in guerra tra di loro. La differenza procede dalla radice intellettuale, e non l'inverso. La differenza resta irrapresentabile nel differente, nel diverso. Quindi la differenza non appartiene alla razza, che qui è un abbaglio, più che una allucinazione, della radice originaria. La differenza non è attribuibile alla radice, che è un aspetto della relazione come giuntura e separazione: <> apparterrebbe a una genealogia (clan, gruppo, mafia, tribù...) se la relazione fosse costituita da una serie di <> senza alcuna separazione. La coppia di termini <> non appartiene alla dicotomia della radice pulsionale, ma è una figura anfibologica del due. Il <> non è altro che la dualità della pulsione di cui parla Freud; irresolubile, per esempio, nella pulsione unica di Jung che implica gli archetipi e l'inconscio collettivo, ovvero una dottrina razzista. Così ciascun ossimoro - non solo superiore-inferiore, ma anche alto-basso, buono-cattivo, positivo-negativo, ricco-povero, bello-brutto, dentro-fuori... - è una figura dell'ironia estrema della vita, della questione di vita e di morte: è un'occasione dell'apertura e dell'avventura. é impossibile tagliare il due per fondarsi sulla questione di vita (come fanno in pochi) o sulla questione di morte (come fanno in molti). Credere d'essere predestinati al bene o al male è un modo razzista di pensare. La radice intellettuale esige il tempo, l'Altro, senza pertanto portare il marchio del suo taglio in una radice superiore e in una inferiore. Tale sarebbe la radice gnostica, quella dell'albero della conoscenza, l'albero di tutti i razzismi e antirazzismi. Infatti i razzisti e gli antirazzisti sanno tutto, conoscono tutto, hanno le idee chiarissime sulla radice che credono specifica alla loro linea, lignaggio e legame.
A questo proposito, ogni teoria del rapporto, della relazione o del legame sociale è una dottrina razzista. Allora l'integrazione delle differenze, che certuni propongono come la panacea per risolvere il disagio, si fonda sul principio gnostico dell'identità dei contrari. Che per l'appunto sarebbero delle radici contrarie, contrastanti e contrariate. Si tratta di un'altra forma di conformismo sociale, come il razzismo e l'antirazzismo. Ciò comporta l'esistenza di algebre più complesse di negazione dell'eredità culturale. Sulla differenza sessuale, la bella differenza, non si può fondare alcun razzismo. Mentre si cerca di farlo creando la brutta differenza dell'altro. La differenza esige il compimento, la cifra dell'avventura, la qualità della parola, che non ha nulla a che vedere con la spartizione equa della quantità ridotta a sostanza (che sarebbe la legittimazione teorica di ogni tangentopoli e di ogni mano pulita: quella che lava l'altra, la sporca).
La sostanza è l'altra faccia della morte. In tal senso, il razzismo e l'antirazzismo, amministrando la morte dell'Altro, cercano la spartizione sostanziale del pianeta e anche delle galassie!La radice è inconciliabile. Impossibile spaccare il due per creare due partiti con la pretesa di amministrare anche l'aria e i sogni. La mitologia dell'impero sulle cose si dissolve, per ciascuno, con l'instaurazione dell'eredità intellettuale, della domanda pulsionale, dell'analisi come itinerario artistico, culturale e scientifico. Altrochè come psicoterapia, che è una sorta di postzoologismo di fantasia. La radice è quella dell'albero del paradiso: il dubbio intellettuale (nè cartesiano, nè amletico, nè ossessivo) non può cedere alla tentazione sostanzialista dell'albero della conoscenza e nemmeno alla tentazione mentalista di Eva.
Dal dubbio intellettuale - che non sfiora minimamente il razzismo e l'antirazzismo - procede la differenza senza alcuna necessità di escludere l'Altro, il terzo. L'Altro non è da escludere nè da includere, non è analfabeta nè <>, come crede il filosofo Michel Serres. L'Altro tempo è ciò che impedisce che l'esclusione dell'egoismo e l'inclusione dell'altruismo creino il cerchio di ogni reclusione.
L'antirazzismo è il colmo del razzismo perchè si basa sugli stessi presupposti per eliminare l'Altro. Credendosi il bene assoluto di fronte al male assoluto, si autorizza a eliminare gli ultimi razzisti. Quindi l'antirazzismo è la formula per sbiancare il razzismo, per proporne uno dal volto sempre più umano. La lotta contro il razzismo partecipa quindi al discorso dell'esclusione. Ma la lotta non è mai controro: è guerra intellettuale in direzione della qualità. Non c'è nemmeno l'integrazione dell'individuo, come predica l'angelismo sociale che è sempre sterminatore. L'integrazione dell'individuo interverrebbe sullo sfondo di una disintegrazione che per altro non esiste. L'individuo è già atomo, indivisibile (è il suo etimo): non disintegrabile. L'individuo è l'oggetto della pre dell'intelligearola integrale, non è il soggetto di un dispositivo sociale. Per questa via occorre intendere che l'uomo non esiste in quanto tale, ma è un dispositivo poetico e artificiale. Dispositivo da inventare secondo l'arte, la cultura e la scienza della parola. Solamente nell'atto si può leggere il passato, la tradizione: la radice intellettuale. Il razzismo e l'antirazzismo hanno orrore dell'eredità intellettuale. Da qui proviene il fondamentalismo del razzismo e il postmodernismo dell'antirazzismo. Provate a togliere la radice intellettuale - la tradizione come via dell'invenzione - e otterrete tutte le radici di morte: tutte le ragioni per uccidersi, per continuare nella macelleria umana. E' tempo di non accontentarsi più dell'anatomia del massacro, come quella offerta dal pittore Francis Bacon. E' già l'Altro tempo. <>, dice san Paolo. E' il tempo di quelli che chiama gli <>. La parola razza viene dal latino generatio, con una commistione di ratio e natio: di ragione e di nascita. La razza procede dalla radice: è un altro nome della famiglia, senza fare banda nè clan nè tribù. E' un termine troppo bello per lasciarlo in pasto alle ideologie. La razza intellettuatuale è l'indice dell'instaurazione del mito della famiglia, senza alcuna concessione alle mitologie familiari del razzismo e dell'antirazzismo. Ecce homo: ecco la nuova razza intellettuale. Il mito dell'uomo come dispositivo di vita da inventare, senza pagare pedaggi agli scriba e ai farisei, ovvero ai doganieri della trasformazione culturale, che è internazionale e intersettoriale. Irreversibile. Allora, come cessa il razzismo, l'antirazzismo e tutte le varianti algebriche che la negazione dell'intelligenza potrebbe fabbricare? Col rinascimento dell'arte, della cultura e della scienza, a partire dalla radice intellettuale, dall'eredità con cui ciascuno deve confrontarsi.
Questa eredità rimane sempre da leggere: la sua lettura si effettua nell'attuale, senza archeologie o decostruzioni del senso. La radice non è <> e ricoperta dalle epoche per il nostro piacere della scoperta e dello streap-tease della verità. La radice è <>, ovvero esiste ciascuna volta nell'atto. La sua traccia non è mai già scritta, ma da reinventare ciascuna volta, per l'esistenza stessa del transfinito, del tempo, dell'Altro, dell'ospite.
Questa traccia richiede la lettura integrale, dove ciascun elemento può divenire poetico e entrare nell'avventura dell'uomo.

HELIOS Magazine ANNO II - n.1 HELIOSmagazine@diel.it