IL POSSIBILE ANTROPOLOGICO (parte seconda)

di Paolo DEGLI ESPINOSA
La tesi principale che vi propongo è che la questione sociale, da sola, non basta più, a fronte dei problemi della società. Sappiamo tutti che c'è un problema di mancanza di lavoro, anch'esso indotto dagli aumenti di produttività, dovuti alla tecnologia ed al suo impiego. Vi è inoltre un problema di risorse insufficienti per vivere: i lavoratori non hanno mai uno stipendio sufficiente. Ci sono quelli che non hanno il lavoro, che sono emarginati, e nel caso del Mezzogiorno sono spesso la metà dei giovani. Ci sono quelli che hanno il lavoro ma che hanno uno stipendio scarso rispetto al modello culturale e di consumo dominante. Del resto ogni individuo deve vivere dentro un certo contesto, che non dipende da lui e che non può modificare in breve tempo. L'unica maniera che trova, in mancanza di adeguate iniziative di cambiamento, è cercare di provvedersi delle risorse necessarie per vivere nella maniera prevalente. Non possiamo pensare che basti esortare i singoli individui a cambiare i loro comportamenti, uno per uno. Le disponibilità individuali vanno aggregate secondo progetti di cambiamento in comune, che vanno promossi culturalmente, socialmente, istituzionalmente, con risultati verificabili in comune. Da questo punto di vista, le tecnologie in accordo con l'ambiente, come anche la tendenza di smaterializzazione della produzione industriale, sono elementi importanti a favore del nuovo orizzonte di possibilità, ma non sono sufficienti da soli. Basta esaminare, in proposito, le statistiche sui consumi di energia e sulle emissioni nocive del paese guida, in fatto di modello di sviluppo, dell'Occidente, cioè gli Stati Uniti, mentre non si può certo affermare che le cose europee e tanto meno quelle italiane vadano bene. L'unica via possibile è tenere insieme la questione culturale, la questione economica e la questione ambientale e territoriale, modificando insieme la produzione industriale ed il modo di vivere sul territorio. Dobbiamo legare la questione sociale e la questione ecologica, non soltanto adottando nuove tecnologie, le tecnologie rinnovabili, l'uso razionale dell'energia, una lampadina che consuma poco invece di una che consuma molto, tutte cose buonissime e necessarie, ma che non bastano. Credere che esista una linea puramente tecnologica alla soluzione dei problemi che oggi producono apprensione e in qualcuno anche pessimismo è fuori luogo. Sul piano economico, si parla di internalizzazione del valore ambientale nel valore economico dei prodotti. Questo è già un passo avanti, ma ancora non basta perchè siamo soltanto nell'ambito di una razionalizzazione economico-ambientale della tecnologia. Restano irrisolti molti problemi circa i rapporti tra individuo, società, economia. Più interessante è introdurre nell'economia, nella politica, nei ruoli istituzionali l'aspetto del modello di vita sul territorio e della coesione sociale, fino a delineare un progetto di "individuo sociale". Anche in questo caso, ovviamente, non basteranno le esortazioni e occorre piuttosto domandarsi che tipo di produzione possa essere adatto ad un individuo sociale e territoriale. Si arriva cos" a mettere in evidenza l'importanza dei beni-territorio, che possiamo chiamare anche "beni collante", in quanto vanno a migliorare la qualità del territorio, inteso come ambiente comune, con vantaggio per l'interesse comune e per la prospettiva degli individui, intesi come parti di un contesto sociale a distanza ravvicinata. A questo punto possiamo prendere in esame il modello di sviluppo in atto e farne una critica operativa. Stiamo attenti a non negare di questo sviluppo gli aspetti positivi, evitiamo ogni discorso demagogico, ogni discorso astratto. Questo modello di sviluppo ha anche molti vantaggi, questo sviluppo delle forze produttive ha fatto migliorare la condizione popolare e in nessun caso dobbiamo dimenticare questo punto perchè altrimenti non potremo rendere popolarla necessario proposta di correzione, che stiamo delineando. Cominciamo intanto a richiamare che alcuni vantaggi per la condizione popolare sono stati ottenuti grazie allo sviluppo delle forze produttive, alla combinazione fra impresa, lotta dei lavoratori, stato sociale. Questo insieme, diciamo, dialettico ha comunque prodotto dei risultati, che non vanno perduti. Adesso dobbiamo fare una critica di questi risultati sia sotto l'aspetto ambientale della sostenibilità, sia sotto il profilo del benessere psichico-relazionale e della qualità territoriale. Dobbiamo quindi domandarci: è possibile una condizione di benessere che guidi la tecnologia e non produca la rottura con il territorio e con l'ambiente? Questa è la domanda.
A questa domanda si può rispondere, con buoni fondamenti scientifici, facendo ricorso ad indirizzi antropologici tenendo conto anche delle esigenze psicologiche e relazionali degli individui. Un progetto innovativo è possibile, perchè il tema della qualità dello sviluppo corrisponde ad una pluralità di soluzioni, anche in presenza di un dato sviluppo tecnologico. Richiamavo poco fa i consumi energetici: otto tonnellate a livello nordamericano, quattro per gli europei, una per gli asiatici. Non consideriamo per un momento gli asiatici che non sono industrializzati, perchè la distanza tra prima e dopo l'industrializzazione è troppo forte per permettere un vero confronto. Del resto i paesi non sviluppati tendono ad industrializzarsi, non viceversa. Ad esempio il tasso di sviluppo della Cina sta avanzando all'8/9 % all'anno, quindi presto ci accorgeremo dell'influenza dei paesi asiatici, ma in questo momento non c'è confronto; un lavoratore cinese guadagna 70/80 dollari al mese, tanto per dare un'idea, quindi non consuma tantissimo con questo stipendio. Facciamo attenzione ai nordamericani e agli europei: i primi consumano otto tonnellate di petrolio all'anno e producono una corrispondente emissione di anidride carbonica, che influenza l'effetto serra. Si possono considerare altri indicatori quali carne consumata, calorie alimentari, chilometri di trasporto o altro. Considero qui un indicatore energetico perchè è il più semplice e uno dei più importanti. Molti di voi sono andati negli Stati Uniti, molti di voi li conoscono, comunque. Domando se secondo voi si può sostenere che negli Stati Uniti si vive meglio che nell'Europa. Voi mi potete dire che negli Stati Uniti vi sono tremila situazioni diverse. Io vi domando se in un paese tipico degli Stati Uniti, non parlo di New York o di Boston, parlo, non so, del Texas, dell'Ohio o dell'Arizona o del Montana, confrontandoli con altri paesi della Francia, della Germania o dell'Italia, se ritenete che il modello di sviluppo, che il modello di vita americano sia superiore. Io risponderei di no. Si vive meglio negli Stati Uniti che in Europa ? Riflettere su questa domanda può dare dei risultati. La sostanza, infatti, sta nel capire come mai si possa nell'Europa Occidentale avere un livello di vita che possiamo considerare almeno pari rispetto a quello nordamericano, con la metà dell'impatto energetico e ambientale. Con questo, come già dicevo, non affermiamo affatto che i consumi europei siano sostenibili. Occorre insistere, piuttosto, sul fatto che in Europa la connessione tra modello di vita e ambiente, è meno dannosa che negli Stati Uniti. Certo, questa differenza non può essere attribuita a ritardi tecnologici degli Stati Uniti, dove l'industria sa fare le automobili, produce informatica e servizi di comunicazione a livelli di avanguardia, hanno tecnologia ed economia come e più degli europei. Come mai allora un individuo nordamericano, per vivere a modo suo, tutto l'anno ha bisogno di otto tonnellate e l'europeo di quattro? Quattro tonnellate, insisto, non vanno bene, ma facciamo attenzione a questa differenza. Riflettendo su queste differenze si può trovare una chiave di ragionamento. Si tratta di individuare quali sono i fattori che producono questo rapporto più favorevole tra modello di vita e ambiente. Propongo di considerare due fattori principali: 1) l'effetto città; 2) lo stato sociale.
Per quanto riguarda il primo si tratta di riflettere sulla differenza tra persone che convivono in una vera città, in condizioni di densità urbana, con rapporti di convivenza ravvicinati. Di riflettere sulla differenza rispetto alla tipica conurbazione nordamericana, che non equivale a vere città, ma piuttosto a gruppi di case sparse per il territorio. A tale proposito, basta riflettere sull'uso dell'automobile: un po' scherzando, io dico che gli americani non hanno più i piedi. Infatti, tolte città come New York, Boston o San Francisco, nelle conurbazioni americane, non si vedono le persone camminare a piedi sui marciapiedi. Qualche anno fa è stato pubblicato un libro su questo tema intitolato "The self relyant city" che racconta come si è sviluppato negli Stati Uniti il processo di industrializzazione e disgregazione urbana, che ha portato alla cosiddetta "sprawled city", cioè alla città sparsa per il territorio. Nella città sparsa, gli individui isolati consumano molto, impiegano per muoversi grosse automobili, dispongono nelle loro abitazioni di uno spazio pro-capite maggiore che nelle città europee, nelle cucine hanno frigoriferi più grandi di quelli europei. Nella città europea, invece, ed in particolare nella città di media o piccola grandezza, in Italia, Francia, Olanda o Germania, la situazione è diversa. Gli spazi pro-capite sono minori. La distanza tra una abitazione ed i negozi è minore. Si può camminare a piedi. Il rapporto con il suolo e con i valori storico-monumentali-territoriali è diverso, anche a livello di immaginazione e di identità comune. Ne deriva che la convivenza ravvicinata, a certe condizioni, può considerarsi più adatta ad un nuovo rapporto con l'ambiente rispetto al modello basato sulle abitazioni unifamiliari isolate nella campagna. Per spiegare come si possa realizzare una convivenza ravvicinata di qualità e come questo dipenda da valori comuni e dagli strumenti di comunicazione, voglio fare un esempio: c'è stata qualche anno fa una campagna di Legambiente a favore della candidatura di Rutelli a Sindaco di Roma, contrapposta a Fini. Legambiente appoggiava Rutelli sulla base di un programma concordato, e ha dato un appuntamento ai giovani in una grande sala di un teatro. Io sono andato l" per vedere e per partecipare anche senza essere giovane. Il teatro era cos" pieno di gente che non si poteva entrare e non si sapeva come fare. Questi giovani stavano l", pigiati nella sala, quasi tutti in piedi, e costituivano una folla, diciamo al limite del pericolo. Allora hanno deciso spontaneamente di sedersi per terra e ciascuno si appoggiava sulle ginocchia di quello che stava dietro. In questo modo non si è prodotto nemmeno un minimo di incidenti. Ciò va attribuito ad una certa omogeneità culturale, alla disponibilità di comportamenti condivisi, ad una logica da tutti accettata di utilizzo del territorio. Ciò significa che in una situazione di densità urbana si può vivere bene se se ne creano le condizioni culturali, materiali e comunicative. Mi viene in mente, a tale proposito, il caso del nuovo quartiere di Brema, nel quale i cittadini vogliono stare senza automobili e vogliono dare la possibilità ai loro bambini di giocare in strada, senza pericolo e senza inquinamento. Gran parte delle questioni ecologiche è legata ai cosiddetti processi non lineari. Si tratta di tenere conto, quindi, di effetti di saturazione, di congestione, di retroazione ed anche di apprendimento. Non posso fermarmi su tutti questi concetti, che certo a qualcuno dei lettori sono già familiari, ma voglio qui introdurre, quasi tra parentesi, una considerazione che non ha nulla a che fare con l'effetto città, ma che è molto rappresentativa dei problemi relativi al rapporto tra società e natura. Si tratta ancora di un caso di limiti della capacità di sopportazione, rigenerazione, riproduzione della natura, ma in questo caso mi riferisco alla riproduzione del pesce negli oceani. Secondo i ragionamenti economici tradizionali, se disponendo di una flotta di 1000 navi da pesca, si raddoppiano queste navi, oppure si raddoppia la dotazione tecnologica di ciascuna nave, si dovrebbero ottenere anche aumenti corrispondenti del pescato. Siamo invece di fronte ad un processo non lineare, perchè se si pesca oltre certi limiti, si entra in contrasto con i limiti della capacità di riproduzione dei pesci. Sul piano mondiale siamo intorno a 85/90 milioni di tonnellate all'anno e se noi raddoppiassimo le navi che pescano il pesce, se pescassimo di più di 90-100 milioni di tonnellate all'anno andremmo ad una diminuzione della riproduzione. Questo tipo di pericolo è stato rilevato in documenti ufficiali dell'ONU. Per parte mia ho fatto una verifica di tipo comunicativo, cui do una certa importanza, anche se non può considerarsi condotta in modo scientifico. Infatti, circa 3 anni fa, nel corso di un viaggio in Brasile, ho parlato con i pescatori, nella città di Belem, alla foce del Rio delle Amazzoni, ed è emerso che per tirare su con le reti un quintale di pesce prima bastava una decina di individui, mentre, con il passare degli anni, si richiede un numero di pesci maggiore. Ciò significa che il peso medio dei pesci pescati tende a diminuire. La spiegazione probabile è che sovrapesca arriva a prelevare i pesci giovani prima che siano diventati adulti e abbiano svolto la funzione di riproduzione, quindi succede che l'età media dei pesci si abbassa e si abbassa anche la disponibilità di pesce, considerando la zona come un giacimento da coltivare, con problemi di calo della resa. Non è una questione di navi o di tecnologia, ma il problema è che l'oceano può produrre una quantità tot di pesci e non di più. Anche per il territorio in cui viviamo, le cose stanno in questo modo. E' lo stesso per i fiumi, per i laghi, i boschi, i mari. A tutto ciò avevo già accennato, ma ora si può richiamare la questione dei rifiuti che ci riporta all'effetto città. Oggi ogni famiglia di 3 persone produce una tonnellata di rifiuti all'anno, pari a circa 1kg per persona e per giorno. Se si tiene conto dei rifiuti commerciali e industriali, le cifre sono molto maggiori. In situazioni densamente popolate, questi rifiuti corrispondono da una parte a quei cicli aperti con accumulo di danno ambientale, di cui dicevo all'inizio della relazione, dall'altra ad un problema di occupazione e saturazione del territorio, che coinvolge anche il rapporto tra noi e le generazioni future. Il ragionamento che sto cercando di svolgere comincia ora a prendere forma. Si tratta di comprendere il rapporto necessario tra i limiti della natura e del territorio e le regole di vita all'interno della specie umana. Le regole in questione riguardano la tecnologia, ma anche la solidarietà. I giovani che hanno risposto alla chiamata di Legambiente, durante la campagna elettorale per il sindaco di Roma, a fronte di una congestione di uno spazio ristretto, hanno messo in opera ciò che si può chiamare solidarietà territoriale. La chiave del ragionamento, quindi, sta nella solidarietà territoriale e nel progetto di vita sul territorio, con impiego della tecnologia, per costruire condizioni di vita e di benessere, con basso impatto sul rapporto con la natura. Quindi, dobbiamo rilanciare quei concetti di solidarietà che abbiamo lasciato da una parte, perchè la solidarietà dei lavoratori non è diventata mai un modello di vita esterno al posto di lavoro. La situazione, quindi, è che la solidarietà è presente solo all'interno dei posti di lavoro ma non è un fatto dell'intera società. La sinistra, per cento motivi che qui non posso ricordare, perchè riguardano la sua cultura in profondità, il rapporto con la classe operaia, il non rapporto con i temi dell'individuo, non si è mai impegnata per la solidarietà esterna e per un individuo sociale, in grado di partecipare ad una nuova convivenza sul territorio. Noi adesso dobbiamo criticare questa idea che alla produzione industriale corrisponda un superamento individualista e consumistico della solidarietà. Secondo questo modo di vedere, con lo sviluppo delle fonti, cadrebbe l'esigenza della solidarietà: se puoi acquistare questi mezzi, l'automobile, il frigorifero, che t'importa degli altri? Che t'importa della natura? Per l'aspetto ambientale, si propongono solo strumentazioni tecnologiche e aggiunte chimiche. Si propone di curare l'industrializzazione con l'industrializzazione. Soprattutto viene affermato: non c'è più il problema della socialità. A questa diffusione di una posizione individualista ed egoista non si può opporre una posizione simmetrica di sacrificio e filantropia, ma piuttosto bisogna ripensare le condizioni della convivenza. Come si può fare questo?
Propongo il concetto di secondo ambiente: noi non viviamo infatti in un ambiente naturale, viviamo in mezzo a strutture materiali ottenute dalla trasformazione di risorse naturali, realizzata nelle aziende produttive; viviamo quindi in ambienti artificializzati. Su questa situazione, che corrisponde poi alla città attuale, non è efficace assumere atteggiamenti di pentimento, di ritorno alla natura. Bisogna tenere conto, tra l'altro, che siamo la prima specie che realizza condizioni di superamento della fame e che, per quanto riguarda la vita nei paesi industrializzati, non ha un problema quotidiano di sopravvivenza fisica. Siamo anche la prima specie che ha caratteristiche post-istintuali, siamo la prima specie che si attiva per il suo vivere alla coscienza, alla riflessione, al progetto. Allora cerchiamo di giocare fino in fondo questo ruolo di animali umani, riflessivi, capaci di progetti sociali, tecnologici e territoriali. Non possiamo e non vogliamo tornare a 50 o 100 anni fa, ma dobbiamo capire che i problemi della convivenza, della solidarietà, del dialogo del persone sul territorio, non sono solo cose del passato, ma riguardano la qualità del nostro futuro. Bisogna, in concreto, collegare la questione occupazionale con quella della qualità territoriale, mettendo in evidenza la produzione di servizi e di quei beni-collante cui avevo già accennato. Si tratta di pensare a produzioni di servizi e di condizioni per vivere bene sul territorio, selezionando le tecnologie adatte. Su queste basi, è possibile fare fronte alla realtà concreta, con proposte operative, che interessino in particolare la realtà del Mezzogiorno. Provo a fare un esempio che mostri quali siano i rapporti tra il ragionamento fin qui svolto e la realtà meridionale. Tempo fa si è svolta a Napoli, al Maschio Angioino, un convegno di Legambiente sui temi dello sviluppo ambientalista e sulle possibilità occupazionali associate. Al convegno ha partecipato il sindaco Bassolino che nel suo intervento ha fatto notare, tra l'altro, alcuni miglioramenti conseguiti nella città di Napoli. In particolare ha parlato dello stesso spazio interno al cortile del Maschio Angioino, che prima era adibito a parcheggio di auto e che ora è stato liberato, è uno spazio restituito alla comunità ed ospita alcune sculture di pregio. Questo episodio può servire a mettere in evidenza quali siano le nostre vere esigenze e come vadano riordinate. Nel saggio cui accennavo, pubblicato su Democrazia e Diritto (vedi Helios Magazine nr. 5 e 6/96, n.d.r.), si propone un riordino delle esigenze e un concetto di "cittadinanza", che deve valere anche per le esigenze ed i desideri. In concreto, ciascuno di noi ha molte esigenze, anche differenziate e perfino in contrasto tra loro, ma non tutte possono essere soddisfatte. Occorre quindi un progetto territoriale ed un ruolo delle istituzioni che offrano condizioni di soddisfazione a quelle esigenze che sono in accordo con il concetto di cittadinanza, esercitando quindi un'azione di incoraggiamento di certi tipi di comportamento e di scoraggiamento di altri. Nel caso dei rifiuti, questa impostazione trova un terreno applicativo molto concreto, nel momento in cui si premino i comportamenti di riduzione e conferimento differenziato dei rifiuti, che in questo caso non sono più rifiuti, ma materie seconde avviabili al riciclaggio, e si aumentino invece i carichi per chi produce molti rifiuti, che vengono avviati in discarica appesantendo il carico comune sul territorio. Il riordino delle esigenze, insomma, deve creare una corrispondenza tra le condizioni materiali che si creano all'esterno, al di fuori di noi, in termini di economia, investimenti, fiscalità, servizi, ed i processi di apprendimento e consapevolezza che devono svilupparsi all'interno degli individui. In questo senso il riordino delle esigenze può essere considerato come un progetto di convergenza tra l'evoluzione dell'economia territorio e l'evoluzione della cultura individuale. Insisto a dire che questo tipo di concetti non sarebbe di grande interesse se non potesse collegarsi a proposte concrete, ma l'associazione a cui appartengo, la Legambiente, è attiva proprio su questo tipo di proposte: propone in sostanza di intervenire sulle città per renderle vivibili. A questo punto, avviandoci al termine di questa relazione, possiamo domandarci cosa si può fare in concreto.Si deve mettere in corrispondenza il pensiero con l'intervento. Ciò significa che dobbiamo svolgere una serie di attività, tra loro coerenti, a livello di cultura, di scuola, di comunicazione, di miglioramento dei servizi, della qualità territoriale e del rapporto con l'ambiente, dei quartieri e delle città. Si tratta dunque di sviluppare tutta una ricerca comune, in diversi settori, per dare corpo a questo cambiamento. Una ricerca comune di beni comuni. Io stesso ho collaborato a definire diverse proposte, quantizzate nei vantaggi e nei costi, per dare sostanza a questa impostazione. Si tratta in particolare di proposte sulla razionalizzazione dei consumi energetici attraverso l'impiego di tecnologie solari ed in particolare della sostituzione di scaldacqua solari al posto degli scaldacqua elettrici. Si tratta dell'impegno sul trasporto comune nelle città, con l'obiettivo di arrivare ad una quota di trasporto comune vicina al 50% del totale. Si tratta ancora del recupero dei centri storici, con i relativi benefici occupazionali. Queste proposte e diverse altre sono state pubblicate in "Ambiente Italia 1994", nel quadro dell'impegno di riconversione ecologica dell'economia e nel rapporto tra ambiente e occupazione, e potrebbero essere adattate ad una città come Cosenza. Per quanto riguarda la raccolta dei rifiuti, contribuisco io stesso ad un impegno nella città di Brescia che può essere tenuto presente, insieme ai risultati ottenuti in altre città attive, tra cui Cremona. L'insieme di queste proposte non è sufficiente a ridefinire un'intera economia, ma credo che ci siano le condizioni per cominciare a costruire delle reti di persone, reti associative, reti politiche, reti che aspirano al governo della città e del territorio, che sviluppino programmi di questo genere, dosati per essere capiti dalla popolazione, per creare occupazione, per associare il lavoro alla qualità dei servizi apprezzati dai cittadini, per dare dei segni non solo culturali, ma concreti di cambiamento. I programmi devono essere ben fondati concettualmente, e devono essere anche ben comprensibili dalla gente. Si deve far capire, al di là dei numeri, in che direzione si vuole andare e quali strumenti di verifica e di partecipazione si offrono. Nell'insieme, per il Mezzogiorno, vorrei proporre tre principali azioni, con carattere economico-sociale-occupazionale: - iniziative per il territorio ed i servizi della città; - sviluppo di produzioni che hanno un carattere locale e territoriale, a basso costo di burocrazia e di pubblicità, al di qua della concorrenza nazionale ed internazionale, con un mercato limitato ad un bacino territoriale; - produzioni capaci di competere sul piano internazionale.
A proposito di queste azioni, bisogna tenere conto delle possibilità offerte dagli interventi strutturali europei, per le quali, attraverso il Fondo Europeo di Sviluppo Regionale (FESR) tra il 1994 ed il 1999, saranno disponibili 70 miliardi di ECU, cioè circa 100.000 miliardi di lire, per tutte le zone il cui sviluppo è in ritardo, per le zone con problemi di riconversione industriale e per le zone rurali vulnerabili. L'accesso a questi finanziamenti può costituire un elemento di riferimento e di avvio per le innovazioni economiche locali e regionali. Sappiamo che un percorso del genere, nella situazione concreta, non è privo di difficoltà. Si può tornare a quel convegno di Legambiente a Napoli, al Maschio Angioino e si può osservare che, ovviamente, non basta liberare dalle macchine il cortile di quel palazzo. In proposito, posso ricordare nuovamente alcune parole di Bassolino, quando ha detto: "non guardate solo Napoli ed il suo Sindaco, nel Mezzogiorno ci sono molte città piccole e medie che hanno adesso degli amministratori diversi da quelli di prima, eletti in modo diverso, orientati in modo diverso, amministratori che potremmo chiamare trasparenti, democratici, buoni amministratori; resta aperto però un divario fra questo tipo di amministratori e un nuovo tipo di economia". Abbiamo quindi una situazione di persone nuove, che fanno bene il loro mestiere di sindaco, ma non hanno sviluppato ancora un progetto economico, occupazionale e territoriale. Il sindaco di Napoli, in quell'occasione, ha anche messo in evidenza l'opportunità di collegare lo sviluppo del Mezzogiorno con le politiche della Comunità Europea ed ha chiesto che l'Unione Europea apra un suo ufficio permanente a Napoli. Il progetto che ho cercato di delineare presenta diversi altri punti che andrebbero sviluppati, tra cui quelli del riordino istituzionale, amministrativo e fiscale. Anche su questo punto, nel convegno di Napoli è venuta fuori un'affermazione importante: non si fa il federalismo in Italia senza un protagonismo federalista del Mezzogiorno. Prima di chiudere, vorrei porre la questione del ceto politico: in passato, affluivano nel Mezzogiorno grandi flussi di denaro pubblico, intorno ai quali si è creato un ceto politico capace di sollecitarli, distribuirli, spenderli, senza produrre sviluppo sociale, territoriale e capacità di economia autocentrata. Per intervenire sulla nuova situazione dei prossimi anni, con flussi sicuramente molto minori, occorrerà fare affidamento sulle risorse locali, sulla scolarità, sulla capacità progettuale, sul territorio, in condizioni di trasparenza e di alta produttività dell'intervento pubblico. Ciò richiederà un cambiamento profondo del ceto politico.

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