L'autobiografia di Chaplin più di un fantasioso romanzo riesce a porre il lettore su di una altalena emozionale oscillante tra la commozione e l'entusiasmo. Chaplin, così come in tutti i suoi films, non abbandona il fruitore ad un volo pindarico senza ritorno, ma lo accompagna sulle ali delle lacrime e dei sorrisi per un breve volo che si conclude sulla dura realtà dopo averlo reso consapevole di quanto è difficile e contraddittorio questo nostro secolo. Già le prime pagine di "La mia vita" ci inducono ad una riflessione dalla quale senz'altro si finirà col riconoscere che non vi è nessun interstizio tra Chaplin e Charlot e che in quest'ultimo vive qualcosa di eccezionalmente forte che non è soltanto riconducibile alla genialità dell'artista. Anche Chaplin come il suo personaggio sperimentò il grigio della miseria; egli infatti trascorse la sua infanzia negli orfanotrofi e nelle mense per poveri, indossando abiti lisi, spesso ricavati dai costumi di scena di sua madre.
Il personaggio Charlot è stato e continua ad essere sezionato, scandagliato e studiato sotto i più diversi profili suscitando non solo l'interesse dei critici cinematografici, ma anche degli psicologi, esteti e sociologi i quali nella maggior parte dei casi sono concordi a definirlo un mito o una leggenda.
Ma si può parlare del mito Charlot senza parlare di Chaplin?
Per quanto possa essere corretto definire così Charlot non lo è nei confronti di Chaplin, considerando che sotto l'irrealismo del mito Charlot si nasconde l'estetica realista dell'universo umano visto e raccontato da un antimito: Chaplin.
Il mito si unisce all'antimito così come la leggenda alla realtà e tutto si confonde impedendoci d'essere certi di sapere chi tra Chaplin e Charlot sia la maschera dell'altro.
Chaplin così come tutti i geni fu amato e osteggiato dai suoi contemporanei, il suo clownismo così lontano dalla fastosità hollywoodiana era rivoluzionario, anticinematografico e spesso antiamericano e per questi motivi gli esponenti della cultura borghese idealista lo attaccarono accusandolo di essere un eversivo e tacciandolo come "comunista" quando questa parola era sinonimo di male sommo e pericolosità.
Associazioni nazionaliste organizzarono sit-in difronte alle sale cinematografiche che ospitavano i suoi films per impedirne la proiezione, il Governo americano iniziò a perseguitarlo costringendolo all'esilio.
La pericolosità del messaggio chapliniano era data dal fatto che con lui, per la prima volta, l'emarginazione e la povertà erano diventate un volto, movimenti e comicità e da questo il culto del potere e la forza erano minacciati.
Non posso fare a meno di ricordare Charlot quando ostentando sicurezza accavalla con eleganza la gamba per poi scoprire di avere una scarpa bucata che copre immediatamente con disinvoltura con la bombetta, o quando, dopo aver cucinato una scarpa prima di mangiarla toglie i chiodi come se fossero le ossa di un pollo, immagini queste che resteranno tra le più belle nella storia del cinema.
La bibliografia chapliniana è straordinariamente vasta; di lui si scrisse tutto e il contrario di tutto.
Fu paragonato a Shakespeare, Cervantes, Molière, Velasquez, ma più che queste somiglianze sono le divergenze con i modelli dell'epoca a colpirmi. Quando iniziavano ad affacciarsi minacciose le prime teorie superomistiche, Chaplin creò Charlot, poeta vagabondo, acchiappanuvole e re dei diseredati. Charlot è un omino buffo e debole che combatte contro un destino avverso che lo vuole emarginare e schiacciare, ma da questo non si lascia sconfiggere, l'omino buffo è invincibile perchè tutto il suo essere è pervicacemente legato alla vita. Charlot ha scarpe sfondate ma gira il mondo, non ha nulla ed è sempre pronto a dare, vive per strada, ha fame, soffre e noi ridiamo, ci fa ridere, e le risate dissolvono tutti gli spettri della paura, dissolvono tutto, resta solo la vita, l'uomo e quella malinconica dignità che lo rende eroe.
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