DUE PASSI IN CIORAN

di Salvatore DE SALVO
"Metafisico e solitario", rumeno per nascita, francese per scelta, Emil M. Cioran, a mio parere, lo si potrebbe leggere come il primo grande eretico dei tempi moderni, se oggi ha ancora senso parlare di eresia.
Autore difficile e spigoloso, in alcuni punti polemico e aristocratico, Cioran, ha sempre conservato dentro di sè, il carattere e la durezza tipica del popolo a cui appartiene, accogliendo però il cosmopolitismo di un letterato formatosi in una Parigi quasi d'altri tempi: colorita e speculativa. La sua analisi, spesso distaccata, fa di lui, un attento osservatore del mondo politico e sociale europeo. Ma ciò che maggiormente mi ha incuriosito di Cioran, è l'aspetto metafisico del suo pensiero; è strano parlare oggi di metafisica e della problematica a cui essa rimanda e cioè: la trascendenza.
Il problema della trascendenza è forse la tematica fondamentale che attraversa quasi per intero l'opera di Cioran, i cui scritti si potrebbero considerare come un unico grido, in alcuni casi disperati, verso il divino. Il divino in Cioran è vissuto come assenza, a volte come privazione: in questo consiste l'originalità del suo pensiero, in questo confrontarsi dell'uomo con Dio, in una sorta di antico paradosso e cioè: "l'essere l'uomo qualcosa, ma di non contare nulla". Tutto questo, spinge Cioran a porsi sullo stesso piano di Dio, e cioè: " di fronte a Dio come colui che è, l'uomo si pone come colui che non è" ed in questo porsi, si nasconde in un certo senso, tutta la ribellione di Cioran. Da qui ne deriva, una sorta di "METAFISICA DELL'ESTRANEITA'", che spingerà Cioran a ricercare e trovare l'estraneo dentro di sè.
In questo ribellarsi, l'uomo, è sì un'autocoscienza, ma sporca, in un certo senso negativa, destinata a vagabondare senza una precisa meta, ecco perchè Cioran si sente nel diritto di affermare: "Cammino attraverso i giorni come una puttana, in un mondo senza marciapiede". Si tratta di una ricerca di contorno, una sorta di tentativo di ricostruzione di quei valori troppo abusati dalla storia e quindi dal tempo del sono; storia come "essere caduti nel tempo", ma cui si affianca una più inquietante problematica, quella cioè di una ulteriore e forse più drammatica caduta dalla storia e quindi dal tempo del sono.
L'uomo Cioran è solamente un "Io" che vaga tra le cose alla ricerca di una sostituzione del tutto propria ed intimista di quel paradiso che non spiega più nulla; dice Cioran: "In fondo ci siamo Lui ed Io, ma il suo silenzio ci smentisce entrambi".
Il silenzio di cui parla l'autore, è la sua rassegnazione a vagare in un mondo che procede lungo e attraverso la sua propria storia, un mondo al quale aggrapparsi, o dal quale lasciarsi cadere. Da qui ne deriva la convinzione che al di là di tutto non ci sia niente, ma un niente che scava come privazione interiore: quindi al niente fuori si pone come confronto un niente dentro. Su filo di questo nichilismo a l'uomo non resta che aggrapparsi all'unica cosa certa e data, l'essere cioè in cammino verso il niente; ecco perchè Cioran lo si può, e forse lo si deve, considerare come il bohémien della metafisica, io direi, come una mano tesa verso un silenzioso assoluto. Nell'epoca della crisi, il simbolo (iconografia cattolico-cristiana) perde la forza di "significare"; così Cioran, ad un fanatismo dogmatico oppone un edonismo quasi suicida: si tratta forse, del più crudele assassinio, quello della propria anima, come tentativo di livellarsi all'assoluto, dunque al niente. Da tutto questo, risulta evidente come sia difficile parlare di Cioran senza attraversare la santità ed il demoniaco che attraversano i suoi scritti.
Come ogni individuo che rispetti l'uomo ed il proprio tempo, è impossibile trovare in lui delle risposte, almeno credo; ma la cosa più importante, è che tutto il suo dire sia colorito da una piacevole ironia, che attraversa per intero i suoi libri ed il suo dolore. Chi cerca il filosofo non lo troverà in Cioran, e lo stesso si dica per chi nei suoi scritti cerchi il mistico.
Ciò che si respira nei suoi scritti, forse è solo la mesta consapevolezza di essere un dito puntato verso il niente, come unica, umana, disperata forza di dire: "Tu esisti perchè io ne discuto". Da buon vagabondo, la sua popolarità non è da ricercare nelle cattedre universitarie, o nella terza pagina di una rivista letteraria, si tratta piuttosto di una popolarità da ricercare nelle tasche di tutti coloro i quali non hanno sete di grandi verità, ma di piccole quotidiane certezze.
Nato in Romania nel 1911, è morto qualche anno fa, concludo con una sua frase: "Non siamo realmente noi stessi, se non quando, mettendoci di fronte a noi stessi, non coincidiamo con niente, neppure con la nostra singolarità".

HELIOS Magazine ANNO II - n.2 HELIOSmagazine@diel.it