HELLO! DOLLY !

Il clone sacrificale

di Pino ROTTA
Otto agnellini nati dalla clonazione di cellule di una pecora adulta. Un essere che nasce e si sviluppa clonando una propria cellula, cioè replicando sè stesso.
Questo è il tema che ha reso incandescente il dibattito scientifico, ma ancora di più quello etico, di questi giorni.
Se il problema si limitasse agli agnelli tutto assumerebbe un tono meno drammatico, tant'è che l'ipotesi paventata da molti invece è quella della clonazione di un essere umano, richiamando alla mente infauste teorie di eugenetica.
Dal punto di vista pratico scientifico ci basta sapere che la cosa, seppure che immense difficoltà e grandi possibilità di insuccesso, è ormai tecnicamente realizzabile, non ci dilungheremo quindi su questi aspetti. Ci sembra più interessante cercare di capire quali sono le motivazioni di fondo del clamore che una notizia come quella del risultato conseguito dal biologo di Edinburgo Ian Wilmut del Roslin Institut ha suscitato.
Che la riproduzione di un individuo da una propria cellula dia vita ad un individuo identico al primo è cosa per nulla dimostrata. Sostiene Marcello Buiatti, genetista di fama internazionale, docente a Firenze: "...I gemelli sono individui che hanno lo stesso patrimonio genetico, ma dal momento in cui vengono al mondo, hanno immediatamente storie che si differenziano e che li differenziano...".
Ancora più importante ci sembra la riflessione del prof. Maurizio Mori, bioetico, alla domanda circa i rischi sul processo evolutivo intaccato dalla clonazione: "... Prima di rispondere a questa domanda, dobbiamo farcene altre. E cioè: l'evoluzione è finalizzata a qualcosa, ha o non ha una sua direzione? È giusto che l'uomo gliene conferisca una a favore di se stesso o degli altri animali? Una volta stabilito questo, non si può comunque pensare che qualsiasi intervento nella natura sia comunque negativo. Faremmo come quei medici dell'800 che si scagliavano contro i vaccini dicendo che avrebbero distrutto l'umanità e la natura. L'uomo interviene già sui processi evolutivi. A volte lo fa estinguendo specie preziose per l'equilibrio ecologico, altre volte annientando dei suoi nemici mortali come l'agente infettivo del vaiolo. O come, domani speriamo, quello dell'AIDS senza che si provi rimpianto...".
Da sempre la scienza è stata amata ed odiata per i benefici e per i pericoli che da essa provengono. Sia gli uni che gli altri sono sotto gli occhi di tutti, così come sotto gli occhi di tutti sta l'atteggiamento da "Santa Inquisizione" che gli ambienti più conservatori della società non finisce mai di adottare. È forse la possibilità dell'uomo di decidere del proprio destino che scandalizza oggi, tanto da richiedere il sacrificio degli agnelli di Wilmut, sull'altare del terrore?
Il comportamento dell'uomo, seppur condizionato dal bagaglio genetico (genotipo) è il risultato di una serie di condizioni ambientali e culturali (fenotipo) e la variazione anche modesta di queste cambia immediatamente il risultato comportamentale. E questo è un fatto! Se ci sia una direzione evolutiva che la natura segue o se essa non segua piuttosto un processo casuale per ora non sappiamo. Propendiamo per la seconda ipotesi, per quanto se ne sa.
Quello che è certo è che etica e morale seguono una strada assolutamente rigida ed arroccata a categorie che vengono date per acquisite da secoli senza pensare che oltre ai mutamenti di conoscenza scientifica vi sono anche i mutamenti psicologici che l'uomo sviluppa proprio in stretta relazione con i progressi della conoscenza. L'uomo cambia scoprendo! Alle soglie del terzo millennio dell'era cristiana e dopo un milione e mezzo di anni dell'era umana non ci si è posti ancora il problema di concedere la possibilità all'uomo di adottare categorie etiche che facciano prevalere l'essenza di quello che veramente unico vi è nell'individuo: il proprio vissuto emozionale ed intellettivo.
Noi siamo legati indissolubilmente a quelle che sono le esprienza della nostra esistenza individuale, da queste traiamo il modo di pensare, agire e tutto il bagaglio dei nostri sentimenti.
Che l'individuo nasca in modo tradizionale, secondo il determinismo biologico imposto dall'evoluzione, o che sia il frutto di un intervento umano su questo determinismo, quello che troverà nella sua esperienza di vita lo segnerà in maniera unica e determinante.
Potrà vivere in un ambiente naturale che gli garantisce salute e soddisfacimento dei bisogni materiali, oppure in uno che gli provochi malattie e miseria. Ed il suo modo di pensare, sentire ed agire sarà plasmato da queste condizioni.
La scienza potrà consentire all'uomo di vincere i danni che il passato gli ha consegnato, fargli vincere la sfida contro gli elementi naturali che lo condannano all'estinzione e farlo proiettare verso altri ambienti fuori dal piccolo pianeta in cui è nato, oppure egli potrà seguire le paure di chi vede sfaldarsi obsolete strutture metafisiche sotto i colpi del progresso scientifico e teme di perdere i privilegi che queste fin'ora hanno concesso a pochi "eletti".
Queste riflessioni danno una luce diversa agli scudi levati nella nuova crociata contro la scienza. Se spostiamo la nostra attenzione, per un attimo, dal particolare al generale lo scenario che se ne ricava ci sembra abbastanza eloquente: in tutto l'Occidente da alcuni anni si sta portando avanti una campagna di terrore che ha il sapore di Inquisizione, e siccome non si possono più mettere al rogo le persone si cerca di creare sgomento davanti ai risultati del progresso scientifico, creando nell'immaginario collettivo l'idea di mostri orribili mezzo uomo e mezzo bestia, tutto questo mentre non crea nessuno scandalo la proliferazione di armamenti terrificanti e sempre più sofisticati, prodotti in tutto l'Occidente, Italia compresa. Questo ci deve allarmare, perchè sembra che questo scandalo nasconda, più che le vere preoccupazioni (che pure occorre considerare sempre circa l'uso possibile di scoperte scientifiche), il tentativo di far passare il principio che qualcuno abbia un'autorità morale unica ed indiscutibile cui si devono conformare i comportamenti umani, imbrigliando i cervelli nelle reti di legislazioni varate sull'onda emotiva. Altra cosa ripetiamo è il problema dell'uso possibile delle scoperte scientifiche. L'uomo tra mille, centomila o un milione di anni forse non esisterà più, o forse sarà riuscito a "indirizzare la propria evoluzione" verso una forma che gli consentirà di vincere le radiazioni atomiche o ultraviolette, le epidemie, la fame, la sete, ecc., e questo non per presunzione di onnipotenza divina, ma solo per volontà di sopravvivenza. E' il momento di rendere democratica la conoscenza scientifica affinchè tutti possano formarsi una coscienza proiettata verso un futuro in cui l'intelligenza e non il dogma guidi le scelte individuali, affinchè la prudenza non sia paura e l'uomo non sia considerato, antiteticamente, o frutto della biologia o creatura divina, ma intelligenza creativa di un ambiente che cambia. Anche grazie alla sua azione. Per questo la scienza non ha bisogno di gabbie ma di pareti di cristallo.

HELIOS Magazine ANNO II - n.2 HELIOSmagazine@diel.it