Jacques Lacan a Roma, nel 1974: La mafia? Non so che cosa sia. La società è mafia!
di Giancarlo CALCIOLARI
Il dibattito politico e culturale sulla mafia rappresenta la mafia come mafia dell'Altro e non arriva a scorgere l'ordine del suo discorso perché si nutre dello stesso cibo. Al punto che la lotta alla mafia è il modo per sbiancare ben altre mafie, nomenklature, lobbies, gruppi di pressione e cricche di depressi, sino alla sbiancamento sociale più inviso, quello nel ricco e invisibile. In altri termini, la mafia non è riconducibile solo ai visibili attorno a Riina. Tra i quesiti ritenuti i più importanti: la mafia ha bisogno dello stato? La mafia è uno stato nello stato, una istituzione parallela? La mafia vuole sostituirsi allo stato, instaurando un medioevo mafioso? C'è una collusione tra la mafia e lo stato? C'è una tendenza dello stato a farsi mafia e una tendenza della mafia a farsi stato? In ogni caso chi pone la questione sulla natura della mafia s'interroga sulla mafia dell'altro: è assolutamente esclusa l'ipotesi che il modello mafioso sia indossato anche dall'interrogante. Il modello di rappresentazione della mafia come esterna all'atto di parola, come mafia sostanziale, visibile, punibile, impedisce di analizzare la sua struttura fantastica. Ci sono elementi noti dell'ideologia mafiosa, ma ritenuti immobili, assiomatici, che non lasciano leggere il modo in cui si crea la mafia. E il dogma delle immagini, è percepito allucinatoriamente come assurdo: preso il capo della mafia si stenta a riconoscerlo, mentre un capo di governo può essere più facile da riconoscere come boss dei boss. Infatti la mafia non ha né capo né coda, pur rimanendo un animale fantastico, arrotolato sotto la pelle della terra ne è il suo parassita, il demone che tiene tutto sotto controllo. Un controllo assoluto, secondo il desiderio della sua dottrina. Un desiderio pensato come padroneggiamento della parola.
La rapppresentazione della mafia è lo specchio deforme, irriconoscibile, capovolto della sua rappresentazione purificata: l'ascesa sociale nella forma di partito, partito-stato, stato. La mafia di stato. Lo stato. Le cose vanno e vengono nei due sensi: lo "denuncia" Guy Debord nella sua dottrina del farsi stato della mafia e del farsi mafia dello stato, perché è lo stesso albero genealogico del sangue e del suo patto che li mantiene.
Corre la stessa linfa del circuito corruzione purificazione. Ne conseguono certe percezioni con un "nocciolo di verità": talvolta lo stato è corrotto, tal'altra è la mafia a essere rispettabile...
La mafia, resto diurno del discorso occidentale, non ha bisogno d'essere esportata. Per questo la mafia è un fenomeno del quale l'Italia non ha il monopolio. Spunta in Russia e altrove senza esservi trasportata. Il proto-tipo è dato dal discorso della festa dell'occidente, dallo spaccio della sostanza perpetrato dalle bande al potere e dalle bande del contropotere. Per questo il traffico della droga non ha frontiere. Altro dubbio: c'è stata connivenza tra mafia e terrorismo? Si tratta di una variante rappresentativa della stessa logica della sostanza: lo stesso debolismo che assalta il cielo dei forti, che si fa forte, rivoluzionario per prendere il posto dell'ultimo forte, l'ultimo tiranno da abbattere...
Quindi la questione non verte attorno alla rappresentazione della banda, del gruppo, della schiera, della setta segreta, ma sul come si crea il gruppo virtuale che li conia. La prima elaborazione non sostanzialistica, la prima elaborazione che comincia a porre la differenza tra sostanza e materia è quella di Freud. La prima elaborazione è in Totem e tabù. Freud chiama il suo assioma: mito scientifico del padre. Inventa dove gli altri vogliono scoprire. Inumana la sua scienza, per parodiare le cosiddette scienze umane che vogliono scoprire: per meglio dire la verità, ossia per barare, per dire una parola ultima.
Si tratta di leggere Freud nell'infinito attuale - non è questione di "ritorno a Freud"-, tenendo conto della "punta della teoria" del millennio che debutta: la cifrematica di Armando Verdiglione, con la sua leonardesca "bottega" dell'artista, dell'intellettuale e dello scienziato. Invece la modellistica del sapere provinciale è quella legata alla sostanza e il suo strumento d'indagine è gnostico: vuole far luce sulle tenebre e quindi rende tutto tenebroso, oscuro.
Gli scritti restano, dice Orazio. C'è un'altra luce, un altro intendimento che viene dagli scritti di Verdiglione, per quanto la loro lettura sia difficile. Verdiglione propone il "nome" e il "padre" come "tipo" nella sembianza, che non volge nel modello paterno da seguire, come accade in ogni gruppo dove tutti devono assomigliare al capo, portando la stessa veste, gli stessi gadget pubblicitari, la stessa cravatta, devono indossare lo stesso sorriso mediatico. Il "tratto unario" dell'identificazione al posto del "tratto" insecabile, indivisibile, insituabile, che provoca alla distrazione, alla sottrazione, all'astrazione. Che trae con sé senza plagio, indotto dalla forza pulsionale e non dalla prepotenza della banda omertosa che non ammette la bella differenza. Ecco nuovamente il ciclo della creazione fantastica del gruppo virtuale: la messa a morte del padre fonda la schiera dei fratelli e s'ingaggia la lotta per la successione. Il padre viene ucciso pensando di spartirsi le donne e i soldi e il risultato è curioso: nasce il totem e il tabù. Nasce la tavola delle prescrizioni e la tavola delle proibizioni (e tante altre mirabolanti cose supposte sostanziali, ultime...). Freud enuncia la fregatura dei secoli, il fantasma di liberazione. Il fantasma dello schiavo senza padrone. Il libero, per l'appunto. Il debolista moderno, giustamente definito sulla sua morte annunciata: post, postumo, postmoderno. I fratelli - che non sono ancora fratricidi - vogliono liberarsi perché desiderano tutto e subito, anche le donne e le cose supposte del padre. L'ammazzano. Ah, che liberazione! E si condannano all'obbedienza di poi, "nachträglichen gehorsams": Freud ci tiene a scriverlo in corsivo e tra virgolette. Si condannano a essere simili al padre e a essergli dissimili: "dipende" dalle occasioni.
Quindi il tipo messo a morte diviene per tutti i fratelli, per i componenti dell'orda un prototipo (che Jung chiama archetipo); e il suo ritratto che non indossava nessun tratto unario (nessun baffone alla Stalin né baffetto alla Hitler) si sdoppia in prototipo positivo e prototipo negativo: legale e illegale, liberticida e libertario, mano bianca e mano nera... Per fortuna il tipo non muore e l'ordine dei doppi allude a un'altra cosa. Le due mani, la mano della corruzione e la mano del purismo, alludono alla mano intellettuale, il liberticida e il libertario alludono alla libertà di parola, la legge certa del legalismi e dell'illegalismo lascia il posto alla legge incerta, che proviene dal padre che non è certo. Infatti è per fondarlo come certo che i più lo vogliono morto, piuttosto di tener conto della legge e dell'etica che provengono dall'esperienza in cui ciascuno si trova.
Se occorre obbedire alla lingua morta del padre, il principio dell'omertà regna. Non c'è più bisogno di dire le cose (un bisogno pulsionale e non di sostanza): tutto è già scritto, propriamente "pre-scritto". E la trasgressione è lo specchio deforme della prescrizione: si fonda sul gradus, sull'ordinalità delle cose. Vuole andare al di là del passo, per non fare un passo. Con la politica del salto rivoluzionario, dal salto nel buio al salto nel vuoto, il trasgressore è spacciato e spacciatore; e i suoi scritti assomigliano a dei dispacci. Gli uni e gli altri si disprezzano: gli apocalittici del salto disprezzano gli integrati dei piccoli passi e viceversa. È la guerra tra bande, militari o religiose che siano: il fratricidio, la morte dell'altro. Strage di sangue: perpetrata in luoghi pubblici da "caratteri sanguigni", o strage bianca: perpetrata nel privato, nell'isolamento, coi psicofarmaci, da "caratteri melanconici". E il segreto di stato o mafioso è il risultato del principio d'omertà. Il segreto, di stato o di mafia, costituisce il postulato necessario per l'erotismo della bande, giacché godono della presunta morte dell'altro, togliendo il tempo per una assoluta spartizione dello spazio.
Non più l'intelligenza come arte del malinteso, come propone Verdiglione, ma l'intesa come artificio fantastico dell'idiozia, della rinuncia all'idioma inconscio. Della rinuncia a dire, a fare, a scrivere, a leggere.
Ma quando tutto è già scritto sembra che non abbia bisogno d'essere letto. Basta avere le allucinazioni quotidiane: sentire le "voci" di corridoio. Le parole d'ordine del capo partito o quelle del boss. Tra l'altro è singolare che il fiasco di ogni mafiologia è quello di non trovare la soglia di trapasso della mafia nello stato e viceversa.
La pulsione scopica degli esperti della droga manca il bersaglio. Vedere la mafia, viverci assieme, infiltrarsi, mirare il corpo di mammasantissima. Scacco delle applicazioni della sociologia, come scacco dell'antropologia.
La pulsione di sapere manca a sua volta il bersaglio. Capire come funziona la mafia, studiarne il modo di costituzione, di funzionamento, il codice d'onore, il patto di sangue... E il pentitismo col suo voler dire la vera verità non svela nulla, conferma il partito del silenzio, dell'omertà. La confessione e la sconfessione: il pentitismo come la dissociazione sono varianti mafiose.
Anche il metodo storico, che risente del metodo catartico ipnotico, manca il bersaglio perché cerca la scena originaria della mafia. L'attimo della sua costituzione. La scintilla che ha scatenato tutto. Non che la storia non conti: è il materiale dell'elaborazione, della lettura da cui si traggono i termini per intendere. Termini che non sono tratti dalle assiomatiche precedenti, caricaturate come saperi universitari. I termini stanno nell'esperienza: quesito non paradossale il come ciascuno s'accorge di un discorso mafioso.
L'etimologia è un'introduzione a una lettura cifrematica, ma è la lettura cifrematica a dare il suo statuto alla ricerca etimologica. Se ne ha la sensazione partendo dall'attuale - dell'esperienza - per intendere l'antico. E non come fa la vulgata pagana e la moda letteraria corrente che va a cercare episodi nel passato che illuminino l'oscuro presente. Oscuro perché senza lingua della pentecoste, senza la lingua in cui ciascuno intende. Senza intendimento delle cose, e per contro con l'intesa sul luogo comune dell'oscurità. Intesa mafiosa. Per introdurre.
Il primo impiego del nome mafioso nel moderno è nel titolo del dramma popolare di Giuseppe Rizzotto I Mafiusi di la Vicaria di Palermo; la cui prima rappresentazione avvenne nel 1862. In quell'occasione è al plurale, nell'ordinalità e non nella singolarità che il nome appare. Interviene come nome di gruppo, si trattava infatti delle "bravate" di una banda di detenuti delle carceri Vicaria. La schiera dei fratelli, dunque, figli di una madre severa, la mammasantissima. In toscano la "mafia" era intesa come miseria, meschinità, piccineria. Oggi è ammesso che l'origine del significato toscano non ha nulla a che vedere con l'origine della stessa parola in Sicilia. Uno studioso della mafia, Hess, ha trovato che il primo uso della parola mafia si trova in un documento del 1658. Il nomignolo di una strega era "maffia". Indicava allora audacia, arroganza, capacità d'incutere timore e di "esorcizzare". Nell'Ottocento prese quota il significato di bellezza, di baldanza, orgoglio, anche di avvenenza: la strega si laicizza, diviene una "ragazza maffiusa". E l'uomo "mafioso" o "maffiuso" ha il carattere della virilità.
Una delle linee di ricerca del significato della parola mafia è quella che la vorrebbe derivare dall'arabo. "Mahis" sta per smargiasso. In "mu'afâh" la radice starebbe per "forza", "salute", "coraggio" e il verbo "afâh" per "proteggere". "Mafie" erano poi le cave di tufo nella zona del marsalese, dove appunto i saraceni si asserragliavano o trovavano rifugio: si nascondevano.
Altri fanno risalire la parola mafia a tempi più remoti, al dominio musulmano, ai "Vespri Siciliani", del 1282. Sarebbero stati i musulmani a definire mafiosi coloro che si oppongono alle leggi. Secondo questa tesi, l'"onorata società" sarebbe nata attorno all'anno Mille, e era un'associazione di mutuo soccorso che aiutava i deboli.
Nei rapporti polizieschi del primo Ottocento, "mafia" era parola che indicava una setta segreta o persino un partito politico, evidentemente ordinato secondo lo stesso principio. Per taluni si trattava di "fratellanze" da tenere sotto controllo, perché contrarie all'ordine costituito.
La parola "mafia" disegna il suo ossimoro: banda proibita v.s. banda prescritta, protezione profana v.s. protezione divina, protezione criminale v.s. protezione di stato; e disegna le sue adiacenze: segreto mafioso & omissis di stato, salita della mafia verso lo stato e discesa dello stato verso la mafia... Il modello è quello della famiglia sostanziale, divisa in due dall'albero genealogico: famiglia benefica e famiglia malefica, "famiglia onorata" e "onorata società". Nella prima circola la droga rispettabile: l'alcol, gli psicofarmaci..., e nella seconda circola la droga proibita: eroina, hascish... In ogni caso: spaccio della sostanza e nessuna materia del dire. Tutto avviene nell'intesa del non dire, nel principio d'omertà.
La "fratellanza" che si staglia quale accordo sulla spartizione della droga e dei suoi proventi ha il suo rovescio nello stato lottizzato, diviso in bande, così d'accordo nel dividersi la sostanza d'averne fatto un "compromesso storico".
La famiglia materna, senza il mito della madre (per questo la mafia si chiama anche "mammasantissima": proprio la famiglia sacrale) tiene in ostaggio i figli, ostaggi della genealogia del sangue, sancita dal patto, ostaggi delle orme da calcare, delle armi da impugnare, a immagine e somiglianza di un personaggio di cui devono rappresentare il successore. E si uccidono tra fratelli per prendere quel posto.
Se la mano della mafia è la "mano nera", occorre notare che la "mano pulita" procede dallo stesso principio di corruzione delle cose: è la prima candidata a sporcarsi. Il partito degli onesti non può che fondarsi sul principio di disonestà come minimo male necessario.
Dalla piccineria al picciotto il passo è breve. Società di piccoli, di deboli, degli ultimi. Società oligomane, nascosta, per la metamorfosi in megalomane, per l'ascesa sociale. Mentre il partito dovrebbe essere la società dei grandi, dei primi, dei falsi modesti, falsi onesti del cannibalismo bianco. Stesso cannibalismo. I fili delle bande si mescolano, s'ingarbugliano in un nodo gordiano. E arriva sempre il rivoluzionario di turno a dire che qualcuno un giorno o l'altro dovrà ben tagliarlo. Eppure la spirale pulsionale, la spirale della pressione non fa nodo, non fa cerchio, non fa linea.
Quando il teorico di dottrine dello stato, dice che "lo Stato vuole crearsi il suo nuovo personale politico e non vuole lasciarselo imporre da nessuno", si tratta della gestione mafiosa dello stato. "Lo Stato si ridefinisce come il solo centro possibile della vita politica e domanda dunque ai partiti, vecchi e nuovi, di rappresentare non l'interesse del popolo in faccia allo Stato, ma quello dello Stato di fronte ai cittadini".
Tuttavia l'equazione stato=banda come quella famiglia=mafia, e quindi quella stato=mafia, non sono che tentativi sempre in scacco. L'elaborazione negativa manca clamorosamente il rinascimento della parola. La sarabanda del luogo comune impedisce di intendere la struttura temporale dello stato, come della famiglia. Nessuna morte della famiglia. Nessun attacco al cuore dello stato. Nessuna lotta alla mafia (proposizione assurda per il luogo comune). Nessuna resistenza al "nuovo ordine mondiale". Che non sono altro che sacralizzazioni dello stato, della mafia, degli ordini vecchi e nuovi.
I loro segreti sono di Pulcinella. E i progetti alternativi mancano sempre il bersaglio in quanto "alternativi". Mai frutto del progetto inconscio di ciascuno, ma frutto della procreazione del testo supposto sacro. Mai un altro rinascimento, ma "lotta di tutti quelli che non amano il nuovo ordine mondiale". Contro i gruppi d'amore del capitale, i gruppi d'odio del capitale. Altari e contraltari del capitale. Eludendo il vero capitale, la cifra della parola, la qualità. Giacché i rivoluzionari sono i "soggetti desideranti", i "soggetti mancanti" del capitale, aspirano al capitale come sostanza, come droga da assumere per raggiungere il piacere. Credono al capitale dell'altro. Sono capitalisti deboli. Ultimi degli ultimi. Pedine di pedine... Oligomani che sbavano sulla megalomania dell'altro. Vogliono cambiare lo stato, la vita, il mondo piuttosto di accettarne la trasformazione. Sognano sforzi erculei piuttosto che ammettere la forza pulsionale. Fantasticano i macigni di Sisifo piuttosto che inciampare nella pietra di scandalo della verità. Allora, non tutto è stato, non tutto è mafia? Talvolta può debuttare così il questionamento, che è sempre intellettuale. Senza nessuna questione intellettuale, la mafia è la credenza di poter parlare nella propria lingua, di vivere in un dispositivo domestico. L'imprenditore mafioso è senza dispositivo intellettuale, senza formazione intellettuale, segnatamente culturale, scientifica e artistica, e non solo tecnico-pratica. Allora l'omertà non si riduce nel tacere il segreto di Pulcinella: è il non detto come rinuncia alla questione intellettuale che si pone a ciascuno, anche se non è filosofo di professione. Nessuno è escluso dalla parola. Le nomenklature non hanno nessuna egemonia sulla parola. Di loro non resta nulla. Leonardo li chiamava trombetti, ossia strombazzatori di luoghi comuni. La materia della parola tocca ciascuno. Nessuno gli è profano. La profanazione cerca di mettere nel sacco la vita, la parola, gli uni e gli altri. Mentre il sacro è ciò che entra nella parola, nella sua logica e nella sua struttura.
Allora, come cessa la mafia? Quando s'instaura l'assioma del sacro: le cose si dicono. E si fanno, si scrivono, solo così s'intendono. Sino a giungere al teorema del sacro: non c'è più mafia. "Dicendosi, le cose dissolvono il principio d'omertà" così scrive lo psicanalista e cifrante Ruggero Chinaglia in Cifremi di un itinerario ("La Cifra", n°3, p. 139, Spirali/Vel, Milano 1989).