LO SPECCHIO DI DIONISO: "LO SPAZIO DOPO IL TEMPO

di Luigi CAMINITI
La definizione di spazio passa attraverso due possibili direttrici. Lo spazio inteso come limite e limitazione tra realta' definite oppure non luogo nel quale l'esistenza ha luogo. Entrambe le definizioni sembrano essere subordinate pero' al concetto di successione numerica che puo' essere intesa come astrazione pura del pensiero oppure come tempo. Nel secondo caso abbiamo gia' dimostrato come il tempo oggi abbia (paradossalmente) cessato di essere incidente nella strutturazione del nostro presente. D'altro canto anche l'astrazione pura matematica sembra avere valore solo laddove lo spazio assuma caratteri di limitazione.
In uno spazio non piu' rintracciabile da un punto di vista puramente matematico e' riaffiorata negli ultimi anni la tendenza a limitare il campo d'azione (qualunque campo d'azione) nella specificita' di categorie culturali il cui valore semantico e' sempre piu' sfumato. Lyotard qualche anno fa ha dato inizio a studi il cui valore e' difficilmente estrapolabile dalla dimensione prospettica nella quale la civilta' contemporanea viene analizzata. La nostra civilta' non e' piu' gestibile con le categorie della modernita' - dice in sintesi Lyotard - ma, al contempo, non riesce a definire (non puo'!) il sistema conoscitivo e valoriale che si manifesta in un periodo storico nel quale categorie come futuro, progresso, scienza assumono significati non piu' riconducibili a quelli del passato, anche recente. L'eta' di crisi, di passaggio si accartoccia su se stessa. Il futuro non e' piu' che presente e l'universo appare come un unico spazio dimensionabile solo in base alla specificita' dei valori assegnati ai campi d'azione e d'interazione tra gli individui che abitano il pianeta.
Un'azione, piu' dimostrativa che reale, per uscire dall'empasse nella quale viene conseguentemente a cadere la credenza nella verita', peraltro messa a dura prova gia' dalle categorie stesse della modernita', la tenta Pierre Levy insieme a un manipolo di avventurieri del pensiero che rischiano la LORO credibilita' puntando sulla connessione tra ragione e tecnologia, che oggi appare evidente anche quando non lo e' affatto. Il fuoco intorno al quale orbita e' quello dell'individuazione di uno spazio reale nel quale l'evento accade. "Si riconosce l'importanza di un evento - scrive Levy nell' Intelligenza collettiva - sul piano intellettuale, tecnico, sociale o storico, dalla sua capacita' di riorganizzare le prossimita' e le distanze in questo o in quello spazio, ovvero dalla sua capacita' di instaurare nuovi spazio-tempi, nuovi sistemi di prossimita'". Lo spazio tempo nel quale gli avvenimenti accadono simultaneamente, secondo la meccanica dell'orologio accordato come armonia prestabilita di origine leibiniziana, sono insomma i soli a poter essere correlati. L'analisi appare da se' incontestabile sin dall'inizio dato l'impulso prepotente dato dalla rivoluzione informatica che ha, di fatto, stravolto il nostro quotidiano. Le applicazioni semplici dell'informatica hanno infatti modificato la struttura stessa del lavoro cosi' come veniva concepita negli ultimi due secoli con implicazioni inimmaginabili anche sul piano giuridico istituzionale. Chi pensava che si sarebbe giunti alla verifica delle documentazioni presentate nelle miriadi di uffici, sportelli, Enti (locali e non)? Accertamenti, incroci di informazioni, collegamenti via terminale tra uffici dello Stato hanno permesso ad oggi di riscontrare anomalie evidenti nella gestione della Cosa Pubblica al punto da richiedere interventi radicali anche dal punto di vista strettamente normativo. Lo sviluppo della telematica ha ridotto spazi gia' piccolissimi con lo sviluppo dei mezzi di comunicazione di inizio secolo. Il mondo oggi e' scisso in due blocchi non piu' contrapposti solo dal diverso potenziale bellico ma soprattutto dal diverso approccio alla realta'. Piu' che al villaggio globale siamo insomma approdati ad un tipo di civilta' precolombiana con popolazioni che interpretano la realta' con categorie culturali tra loro totalmente diverse. La interrelazione sul piano comunicativo risulta di conseguenza cosi' divergente da essere incomprensibile da entrambe le angolazioni prospettiche. Cio' per cui si lotta in Zaire non e' cioe' riducibile sul piano logico allo stesso conflitto valutato nell'Occidente civilizzato. C'e' in atto, bisogna aggiungere, un imbarbarimento che si traduce in isolamento a crescita esponenziale anche all'interno delle megalopoli occidentali all'interno delle quali vivono e prosperano villaggi tutt'altro che globali e nelle quali si consumano rituali e si consolidano gruppi minoritari di potere, fondati spesso sulla prevaricazione e l'arroganza della forza bruta e cieca. Tuttavia l'occidente magico, fatato, patinato non conosce nulla di questi orrori che rifiuta ideologicamente come estranei. L'Europa di Maastrich fatta di postulati economici indimostrati, solo perche' indimostrabili, si fonda sulla convinzione che il capitalismo possa trovare appagamento solo nella sua piena realizzazione. Cio' che appare evidente, per tutti, e' comunque che le forze messe in gioco in questi ultimi anni siano potenti al punto da indurre a comportamenti radicali. Maastrich, ad esempio, e' diventato un obbligo, anche se la convenienza alla sua attuazione passa attraverso la realizzazione di modelli che sono l'esatto opposto della razionalizzazione delle risorse sociali, cosa cui evidentemente tende anche la costituzione della Comunita' Economica Europea. Contemporaneamente pero' la massiccia e sempre piu' invasiva fuga dai paesi poveri extra comunitari, che trova complice il bisogno di mano d'opera a basso costo, costringe gli europei ad un confronto scomodo e continuo con consuetudini di vita assai dissimili dalle loro e che, di fatto, vanno nella direzione opposta rispetto al modello finale che l'occidente ha scelto per se'. L'etica della mondialita' di cui Apel si e' fatto portavoce, e sulla cui bonta' di fondo si puo' anche concordare, sembra incapace di valutare adeguatamente realta' cosi' diverse. Chi o che cosa deve stabilire le regole, i parametri in base ai quali risulta possibile una valutazione in assoluto del problema? Sono i governi, troppo spesso mossi dagli interessi economici dei gruppi di vertice privilegiati, oppure sono le popolazioni? E, in quest'ultimo caso, a quali popolazioni bisogna fare riferimento? La definizione di uno spazio antropologico come insieme continuo ed omogeneo ci costringe a fare i conti con contraddizioni irrisolvibili dialetticamente, che stanno gia' generando conflitti il cui epilogo sara' senz'altro cruento.
L'agone, la battaglia si sa, quando non e' mortale, conduce al consolidamento di relazioni perche' genera tra i contendenti uno scambio di informazioni profondamente intime e segrete conseguenti allo stesso scatenarsi del conflitto nel quale le convenzioni sociali, le maschere, i ruoli, perfino le proprie apparenti convinzioni vengono momentaneamente sospesi. Questa corrente che viene a stabilirsi nel duello, pur informando, tuttavia non basta ad evitare la soppressione di uno dei due contendenti. La vita che vuole essere manifesta tende naturalmente alla eliminazione di ogni impedimento. Cio' vale a maggior ragione quando al posto di singoli duellanti lo scontro e' tra razze, popoli, etnie, civilta' diverse. Perche' non sia mortale il conflitto e' necessario che ad un certo punto l'universo culturale policentrico nel quale viviamo trovi punti di mediazione come, ad esempio, un codice comune neutro, distaccato dalle affezioni dei contendenti. Come l'oracolo di Delphi per i greci. Terminata la funzione medianica dell'arte (per chi abbia ancora voglia di discutere sulla morte dell'arte ci sono sempre i musei, le gallerie d'arte e i concorsi di Poesia ), la mediazione in questo secolo e' affidata ai mezzi di comunicazione di massa, sempre controllati da gruppi di potere che ne hanno la proprieta'. La modificazione dell'informazione trasmessa dai media risulta tanto piu' efficace e massiccia quanto le differenze tra gli spazi antropologici raggiunti sono evidenti e l'area raggiunta e' estesa. Lo spazio insomma si trova ad essere definito da cio' che lo permea, lo definisce. Il problema principale, da un punto di vista squisitamente morale, e' insomma che chi vive all'interno degli spazi raggiunti e' informato, omogeneizzato, da chi ha tutto l'interesse a farlo a proprio vantaggio. L'eliminazione della diversita' significa, in ultima analisi la creazione di un'utenza, di un mercato facilmente raggiungibile e controllabile. Certamente oggi gli organismi di controllo all'interno delle societa' ad alto sviluppo sociale sono tanti e tali che una teoria, sullo stile di quella ipodermica degli anni '30, non ha piu' ragione di esistere pero' i rischi di una omogeneizzazione di massa restano e sono notevoli. Il medium per eccellenza degli ultimi trent'anni e' stata la televisione in grado di evocare da regioni remote immagini, suoni, figure che hanno, informando, modificato cultura, tradizioni, ricucito strappi, scissioni, ridotto distanze... La manipolazione (possibile e comunque non sempre controllata) degli organismi centrali sulle masse pare finalmente giunta al termine con l'avvento della comunicazione informatizzata. Internet e la sua anarchia implicita sembrano essere incontenibili. I governi, diciamo tutti gli organismi di controllo hanno in verita' gia' elaborato sistemi di intercettazione e di controllo, gia' in qualche caso mirati al condizionamento della trasmissione libera (chi si ricorda quando le emittenti private erano definite "libere?). La conoscenza tecnica e la capacita' di elaborazione sembra pero' lasciare almeno qui la possibilita' di elaborare codici segreti in grado di scardinare i tentativi di "normalizzazione" da parte degli organismi centrali (con tutto cio' che comporta questo anche dal punto di vista dell'ordine pubblico). Un nuovo tipo di "sapiente" ha insomma la possibilita' di riappropriarsi del controllo del proprio grado di liberta' nella civilta' informatizzata. Se non altro e' libero di appropriarsi della propria identita'. O di lasciarla dandosi nomi improbabili. E' il caso del signor nessuno, quel Luther Blisset che anni fa gioco' nel Milan con risultati assai modesti. I fuorilegge di rete in questi ultimi mesi si danno tutti il nome di Luther Blisset quasi a voler significare che l'unica difesa al proprio spazio sta nell'appropriazione degli strumenti conoscitivi e dell'abbandono della veste con la quale il sistema ci ha omologato, a cominciare dal proprio nome. Un atteggiamento radicale, di rifiuto, che solo in apparenza trova riferimento nel passato con la realta' delle comunita' hippyes. La differenza sostanziale sta nella diversa capacita' di introdursi (senza controllo!), e comunicare, informare, modificare lo spazio antropologico circostante. La controinformazione, parola slogans degli anni sessanta e settanta pare possibile solo cominciando dalla cultura. Ma che ne e' di quelle culture minoritarie, non evolute dal punto di vista tecnologico? E' il caso alla fine di chiarire una cosa: avranno possibilita' di esistere in futuro solo l'identita' culturale di quelle popolazioni o di quegli individui che sapranno impadronirsi degli strumenti tecnologici adeguati per la comunicazione intersoggettiva. Il resto e' gia' adesso omologazione. Lo spazio dopo il tempo e' solo lo spazio dell'uomo. Non ci saranno morali extra antropologiche in grado di modificare questo. La frantumazione dell'individuo ha dato origine a un universo variopinto ricco di sfaccettature e di valori non assegnabili in modo definitivo. Non e' solo frutto di una ciclica eta' di crisi, ne', va messo in chiaro, si va verso una direzione assegnabile finalisticamente. La storia finisce per consapevolezza di se' ma l'uomo comincia dal proprio smarrimento.

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