Estetica - DALLA RIPRODUCIBILITA' ALLA VIRTUALITà ASSOLUTA

di Ferdinando DE STEFANO
Il pensiero di Walter Benjamin relativo al nuovo concetto di arte realizzatosi dopo l'evento tecnico della riproducibilità e della fotografia è attualissimo se consideriamo che oggi gli aspetti connotativi dei mass-media sono i medesimi che Benjamin riscontrava come categorie della nuova produzione artistica.
Come afferma Tito Perlini, Benjamin nelle sue riflessioni, ha sancito ineluttabilmente la hegeliana "morte dell'arte". Un nuovo concetto di arte e cioè l'arte desacralizzata, privata dell'aura, orientata in direzione delle masse, liberata dal peso del rituale e della tradizione, tende inesorabilmente a sostituirsi a quello tradizionale. "L'arte deve morire volontariamente risolvendosi senza residui in produzione di massa, in tecnica di comunicazione tendente ad affermarsi direttamente, senza mediazioni, come prassi". Tra queste parole traspare in tutto il suo contenuto l'utopia benjaminiana: è dall'arte che Benjamin si aspetta la riscossa di una società tendente alla completa massificazione e spersonalizzazione dell'individuo. Ed è all'artista che l'autore berlinese chiede un cambiamento di orizzonti in senso politico. Egli deve farsi accompagnare nel suo lavoro da un atteggiamento progressista utilizzando la tecnologia esistente per intervenire direttamente nel processo di produzione della cultura. L'artista, l'intellettuale deve acquisire la padronanza dei mezzi tecnici e trasformarli in direzione di una società migliore. L'artista con Benjamin assume una nuova funzione: quella di utilizzare e manipolare i rapporti di produzione al fine di ottenere il risultato inverso di quello dell'arte istituzionalizzata cioè egli attraverso l'arte deve proporre lo sviluppo di un sistema più giusto ed alternativo a quello della società di massa.
La giusta risonanza alle riflessioni di Benjamin, si percepisce dal pensiero di T. W. Adorno. Anche quest'ultimo parte dalla constatazione che nel mondo tecnologico, l'arte riprodotta si è ridotta a merce. "L'arte della riproduzione integrale si è votata, perfino nelle sue tecniche, alla scienza positivistica. Essa diventa, infatti, mondo ancora una volta, duplicazione ideologica, docile riproduzione". Al contrario, per Benjamin, proprio in quanto l'arte tecnologica è "docile riproduzione", può essere utilizzata per fini politici alternativi al sistema. Secondo Adorno invece, l'unica alternativa possibile di fronte ad un mondo totalmente reificato, consiste nell'assunzione di una posizione affatto aristocratica dell'arte, dove proprio l'intellettualità e la incomunicabilità diventano canoni dell'autenticità in opposizione all'arte di massa deprivata di ogni sua potenziale politicità. La posizione adorniana tende a ricreare l'aura nell'opera d'arte attraverso il silenzio e l'isolamento dell'artista come risposta alla massificazione ed alla mercificazione dell'arte.
Adorno, pur considerando le teorie benjaminiane sull'opera d'arte moderna, pone una distinzione tra l'opera d'arte consapevole e quindi cosciente della propria incomunicabilità e della perdita dell'aura e l'opera d'arte inconsapevole di tale perdita. Mentre la prima è suscettibile di essere "critica" e in quanto tale espressione utopica, la seconda viene totalmente integrata dal sistema e si offre ad una sua riutilizzazione commerciale.
Benjamin rispetto ad Adorno, imposta il discorso in termini storicamente oggettivi in quanto il processo di massificazione dell'arte non dipende da capacità di consapevolezza dell'arte o dell'artista, ma storicamente e più semplicemente, dipende dalla caduta dell'aura a causa del processo tecnologico. Tale caduta, come si è visto, trasforma irrimediabilmente l'arte, rendendola capace (ma non necessariamente) di essere utilizzata a fini politici o semplicemente estetici. Nell'ambito di tale interpretazione, come afferma G. Pasqualotto, l'utopia progressiva di Benjamin supera quella regressiva adorniana in quanto la prima è inserita nel contesto concreto della realtà mercificata ed è proprio all'interno di essa che cerca, conoscendo le leggi del mercato e della produzione capitalistica, di attivare quella circolarità che si frappone come momento dialettico tra il sistema con le sue leggi ed le classi meno abbienti con le loro istanze. Da ciò l'artista, nell'utopia benjaminiana, pur non possedendo i rapporti di produzione "...spera tuttavia di creare un prodotto, che abbia solo una faccia della merce, quella collettiva e dinamica, e non l'altra, quella assolutamente produttiva".
La questione auspicata da W. Benjamin resta ancora aperta: l'opera d'arte può oggi essere un momento di opposizione e di pieno riscatto dell'uomo nei confronti della società di massa totalizzante e totalitaria? Può essa realizzare quella "circolarità" in alternativa al riassorbimento culturale in atto nel nostro sistema?
Come afferma J.A. Walker :"Le belle arti sono considerate un'area di lavoro altamente sperimentale e a rischio, dove l'enfasi è posta sulla creatività e sulla autorealizzazione. Gli artisti normalmente non concepiscono il loro lavoro in funzione di un'audience di massa". In altri termini, oggigiorno esiste fra gli artisti il tentativo palese o latente di salvaguardare l'aura delle opere d'arte o meglio il loro "valore auratico". Va precisato che il concetto qui usato di "valore auratico" è differente dal concetto benjaminiano di aura poichè mentre la seconda è scomparsa definitivamente con l'opera d'arte tradizionale, il primo rappresenta una sorta di valore aggiunto all'opera d'arte moderna proprio perché esso viene, per così dire, cercato dall'artista, se non addirittura creato artificiosamente per rivalutare e riqualificare la propria produzione.
Troppo spesso gli artisti contemporanei si trovano coinvolti in strategie editoriali o pubblicitarie. Da ciò, rivela Walker, anche all'interno delle belle arti, bisogna valutare bene gli artisti oltre che i prodotti.
L'eccessiva frammentazione di canoni, di stili, di idee ha sgretolato concettualmente l'arte intesa come realtà oggettuale. Grazie al computer, oggi l'arte viene recepita comunemente nel suo senso virtuale e cioè in base alla sua possibilità di essere fruita comodamente in salotto. Virtualizzare l'arte significa non soltanto usarla a proprio diletto dunque consumarla, ma manipolarla, modificarla, sottoporla ad effetti speciali. Addirittura oggi vi si può entrare nell'opera d'arte e navigare all'interno dei suoi ingrandimenti.
Così dalla perdita dell'aura l'opera d'arte è giunta alla perdita della sua propria realtà: dalla estrema riproducibilità alla virtualità assoluta.

HELIOS Magazine ANNO II - n.3 HELIOSmagazine@diel.it