LA CITTA' IDEALE: REPUBBLICA IMMAGINARIA O CITTA' COME PROBLEMA?
di Laura FROSINI
Nella mente degli architetti della Rinascenza, lievita lentamente un progetto comune, concreto e impossibile a un tempo, tradotto in lucidi disegni e irreale come un miraggio: il piano della città ideale.(1) geometrico, sempre più articolato e complesso che domina e caratterizza le planimetrie delle città di quei secoli, tanto quelle proposte dai teorici, quanto quelle realizzate negli esempi più interessanti. Gli interrogativi aperti possono essere ulteriormente e con maggior profitto affrontati ricordando che con l'affermazione della cultura rinascimentale, il tema della città viene visto come oggetto di progettazione. Gli architetti del Rinascimento, in nome di quel riscatto della loro professione, - operato dall'Alberti -, che promuove la professione stessa in arte liberale,(2) estendono il loro interesse progettuale all'intera città proponendola quale oggetto del quale stabilire teoricamente e prioritariamente la forma. Si tende a fondare nella realtà una struttura urbana compiuta ed articolata, aspirazione di quella civile conversazione, che rappresenta un modo elevato e qualificante di una singolare e irripetibile situazione storica. Quindi il tema da indagare non è dunque quello della città ideale, ma piuttosto quello della città come problema.
La cultura del Rinascimento si caratterizza per la sicura fiducia nelle virtù dell'uomo, capace per sua natura di costruire la dimensione della propria esistenza, e quindi anche la città che ne rappresenta l'aspetto più rilevante. Il problema umano viene aggredito nel suo insieme, partendo da figure complessive, da un disegno unitario, cui si attribuisce la capacità di controllare tutta la complessità del contenuto sociale della città; che naturalmente deve essere posto in relazione, da un lato con l'emancipazione della figura professionale dell'architetto e con la dimensione psicologica della figura di questi, e, dall'altro con una reale domanda di spazio, espressa nella nuova realtà sociale urbana, come centro commerciale, produttivo, di coordinamento. Il tentativo di valutare le città pensate da Filarete, Francesco di Giorgio, Leonardo, comprendendo le realizzazioni del Cinque e Seicento sulla base di una presupposta unificante "idea" di città ideale, corrisponde, in un certo senso, ad un fenomeno fata Morgana, di un miraggio che sfugge in continuazione. Laddove invece si rivelerebbe più interessante studiare il preciso ambiente storico in cui di volta in volta la città è andata specchiandosi, risultandone, ora un discorso, ora un disegno, ora un manufatto. La cultura urbanistica del Rinascimento è fondata su una concezione del territorio che guardava ai poli urbani come punti emblematici dell'intera realtà territoriale, in tale contesto il problema della città viene ad assumere un particolare risalto.
Verso la metà del Quattrocento, prendeva corpo tra gli ingegneri e gli architetti la convinzione che l'organismo urbano potesse essere considerato come un insieme ben individuabile e quindi progettabile in ogni sua parte, per gli uomini del Rinascimento il progetto di una città significava essenzialmente ricerca di unitarietà nello spazio urbano, visto come immagine riassuntiva frutto di ars e ratio entro la quale i singoli episodi edilizi dovevano comporsi e formare un'unità spaziale di grado superiore.
I valori spaziali, nelle descrizioni delle città ideali venivano proposti come di una eticità a carattere civico, questo obbiettivo spingeva gli architetti a ricorrere a spazi ed edifici le cui forme fossero riferibili a figure di solidi regolari, per una maggiore comprensione. Tale scelta imponeva da un lato l'esigenza di mettere a punto una teoria della progettazione architettonica e urbanistica, su basi geometriche che permettessero di passare dal singolo edificio all'intero tessuto urbano; e dall'altro la necessità di far fronte ad un lavoro talmente complicato imponeva l'esigenza di avvalersi di una competenza specifica. In questa direzione dobbiamo intendere la posizione dell'architetto del quattrocento che si pone al centro delle decisioni relative al tema della città, entro le quali quest'ultima è concepita come un organismo destinato a durare nel tempo, perché dotata di una sua intrinseca unitarietà e compiutezza formale-dimensionale; è proprio questa concezione della città oggettiva e disegnata, l'elemento innovatore introdotto dalla cultura rinascimentale del Quattrocento toscano.
Le utopie, i regni immaginari, al contrario, si ergono solitamente come mondi paralleli al nostro, caratterizzati da una situazione "sottovetro" da una lontananza dallo spazio e dal tempo, propongono sempre un nuovo modello di vita sociale dal quale nasce il "mito della città ideale"(3), ma i cosiddetti utopisti del Quattrocento, in primis Filarete, aspirando ad una felicità da realizzarsi da parte degli uomini e affidandosi alla ragione cercano di immaginare una città razionale legata a specifiche proposte progettuali, la dimensione "mitica" della città progettata, è allora di carattere non paradigmatico, -utopia- ma figura "retorica" esortativa.
Il problema della costruzione urbana, è dunque, il problema dell'intenzione dell'agire e pensare umano nella storia, della quale la città è emblema fin dai più remoti tempi.
1 L. Firpo, La città ideale del Filarete, in Studi e memorie di Gioele Solari, Torino 1954, p. 11.
2 L'architettura ha assunto oramai la dignità delle artes liberales, riscattando l'artista dai ranghi del mero operatore artigianale ancora legato all'ignobiltà delle artes mechanicae in cui lo collocava la tradizione precedente; cfr., A. Blunt, Le teorie artistiche in Italia dal Rinascimento al Manierismo, Torino, 1966, pp. 61-70.
3 L. Puppi, Sul mito della città Ideale come coscienza del conflitto città-campagna nel Rinascimento italiano, in AA.VV., Dalla città preindustriale alla città del capitalismo, Bologna 1975.