LE "RAGIONI" DELLA MAFIA

di Domenico LABATE dlabate@unirc.it
L' assassinio nel 1983 del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, fu la prima pesante sfida mafiosa alle istituzioni, che sino ad allora erano state assai tiepide nel considerare il fenomeno (come in Calabria) o meglio molto attive nel non farlo recepire nella sua gravita' presso l'opinione pubblica nazionale.
Alcune considerazioni coglievano il dato "locale" del fenomeno: «E' chiaro che, nell' arco dei "poteri" reali che dominano la Sicilia -aveva detto un magistrato a Reggio Calabria- la mafia non tollerava piu', ormai, di essere "soltanto" alla pari: doveva dare un segno della sua forza, formalizzare la sua sfida allo Stato. Allo stesso modo -aveva proseguito- se in Calabria non ci sono stati finora delitti "eccellenti" e' perché la compenetrazione della criminalita' organizzata nelle pubbliche istituzioni e' stata tale da non renderli necessari».
Dopo quattro anni, a Reggio, sarebbe stato assassinato il presidente delle Ferrovie dello Stato, Lodovico Ligato; dopo dieci sarebbe stata la volta del sostituto procuratore generale della Cassazione, Antonino Scopelliti. Per Leonardo Sciascia "nel Mezzogiorno molti politici non hanno né bisogno né paura della mafia, ma sono un prodotto della mafia".
La mafia e' dunque un consapevole strumento di governo del territorio nel meridione: la nascita dello stato moderno e' stata contrassegnata dal fatto che il monopolio della violenza e' passato dai singoli o dai gruppi allo Stato. Se dunque i mafiosi esercitano indisturbati il loro monopolio della violenza cio' vuol dire che essi rappresentano lo Stato in un qualche modo. "A Reggio non esiste alcuna attivita' che non sia sotto il controllo della mafia" dichiara ancora nel 1995 un magistrato della procura distrettuale, vivacemente contestato da esponenti politici.
In Calabria i mafiosi hanno un profondo controllo del territorio. Esso non e' solo l' ultima risorsa rimasta al Sud. Nella commissione di vari delitti e' necessario dotarsi di strumenti che li consentano: armi, mezzi di trasporto, coperture bancarie, altro. Il delitto 'principe' della mafia calabrese per molti anni e' stato il sequestro di persona, il reato piu' "politico" che si puo' commettere: lo 'strumento di lavoro' per compiere tale reato o e' il territorio.
Lo scivolamento nel modello balcanico della Calabria, situata in un punto strategico del Mediterraneo, (ma si potrebbe richiamare la Colombia, o la Bolivia) potrebbe essere coscientemente perseguito da grandi organizzazioni multinazionali del crimine.
In Calabria alcuni suoi abitanti non si trasformano in cittadini: in Italia come in Europa, il Risorgimento e' stato una "rivoluzione borghese". Una prospera borghesia nel nord, non tollerando piu' che tra Torino e Palermo ci fossero cinque dogane, voleva che il suo potere economico avesse un corrispettivo politico nell' ambito delle piu' consolidate monarchie europee. I cafoni meridionali rispondono. Eppure non hanno, come invece nel Lombardo-Veneto, stranieri da scacciare, né aspirano a modifiche costituzionali di cui non hanno ancora coscienza: accolgono Garibaldi perché si aspettano di ribaltare i rapporti di classe.
Compiuta la "liberazione", pero', l' intelligente tessitore Cavour si fa consegnare da Garibaldi i territori del Sud. Garibaldi viene rapidamente messo fuori legge. Lo Stato unitario nasce quindi dall' alleanza della borghesia del nord coi "galantuomini" del sud. Con l' unificazione cambiano solo i padroni. Nel sud non mancavano imprese industriali come le filande, poi distrutte dalla "crisi" venuta con l' unita' e la 'tariffa' fiscale piemontese, come nella 'piccola Manchester' di Villa San Giovanni. Ma l' economia che restava essenzialmente agricola, e ad essa programmaticamente il nuovo stato unitario nega un ruolo industriale. I contadini tentarono debolmente di inserirsi nel meccanismo di cambiamento, di strappare il sogno di secoli, la terra, ma si trovarono ricacciati indietro. Ora si trovano di fronte i "mazzieri", al servizio dei nuovi padroni galantuomini, antenati dei mafiosi, che avevano campo libero per reprimere con la violenza ogni forma di dissenso, individuale o organizzato. Piu' tardi, anche i fascisti poterono devastare sedi sindacali, assassinare ed intimidire dirigenti politici, conquistare di fatto il potere, non perché la classe operaia e contadina fosse piu' debole, ma perché quando uscivano i fascisti i carabinieri avevano l' ordine di restare in caserma. Nel ventennio fascista i mazzieri divennero "organici" del regime. Anche oggi non sono pochi gli "organici" mafiosi all' interno delle strutture pubbliche.
Alla mafia a lungo non si e' risposto. Altro atteggiamento si era tenuto per il terrorismo degli anni '70/'80, a cui ha risposto il tessuto economico, e conseguenzialmente democratico, del Paese piu' sviluppato (e piu' minacciato), fino alla sua sconfitta. In quel tessuto si e' saldata l' alleanza del 'patto tra produttori': classe operaia e imprenditori, che caratterizza la storia del Paese nei decenni di fine secolo.
Molti magistrati del sud erano andati a fare il loro dovere contro il terrorismo senza attendere (e senza ricevere) particolari gratificazioni. Oggi nel meridione continua a mancare negli organici quasi un terzo dei magistrati. Si stanno studiando e legittimando meccanismi che incentivano carriera e stipendio per quelli 'disposti' a trasferirsi al sud, mentre la normativa sulle assegnazioni d' ufficio rimane inapplicata. Se si seguisse la logica degli incentivi si creerebbe un precedente razzista: uno stato democratico e moderno ha l'obbligo di garantire l' esercizio della giurisdizione in ogni parte del suo territorio. E d' altra parte ci sarebbe la possibilita' legittima che anche insegnanti, tutori dell' ordine, medici, e magari anche netturbini reclamino giustamente aumenti di stipendio e la pensione a 50 anni, per accettare di andare a lavorare in terra di mafia. La prima democrazia che si costruisce sul territorio e' quella dei rapporti economici, perché essi rappresentano il primo livello dell'istinto di conservazione e di sopravvivenza. Quando cresce l' economia, attorno alle fonti produttive si aggregano gli interessi di tutela degli strumenti di benessere e di lavoro, di crescita ordinata, con il sostegno convinto e vigile della popolazione. Se una crescita economica e' negata, anche la democrazia (cioe' un criterio di governo del territorio affidato all' iniziativa ed al consenso dei cittadini) e' negata in toto. Faccia riflettere la presenza in Italia di quasi un milione e mezzo di immigrati in gran parte clandestini: sono i nuovi meridionali che accettano qualsiasi lavoro, qualsiasi salario, che contribuiscono loro malgrado a privare di significato decenni di lotte e di conquiste sindacali. E' una costante illusione di un certo ceto imprenditoriale il voler ridurre al minimo il costo del lavoro aumentando la massa dei disoccupati (in questo caso dei disperati) disponibili. Ogni territorio, quindi, ha la sua economia, prima, e poi, di conseguenza, la criminalita' che corrisponde a questa economia: al sud, pertanto, spettavano e spettano i mafiosi. La Fiat (come risulta dagli atti del processo '"De Stefano+59" a Reggio Calabria ha venduto sulla semplice parola ad un oscuro insegnante di scuola media macchine per movimento terra per quasi due miliardi (prezzi del 1977). Nel 1983, mentre i mafiosi minacciano tutti i consiglieri comunali della maggioranza di sinistra dell' appena costituito comune di San Ferdinando di Rosarno, affinché non vadano in aula a votare contro la centrale termoelettrica su tutta la grande stampa, d' informazione ed economica, si gridava che essa era vitale per salvare le industrie elettromeccaniche, che verserebbero (come di consueto) sull' orlo del fallimento.
Concessionarie di autoveicoli ed agenzie d' assicurazione sono ormai "assicurate" ai notabili della mafia, come confermano corposi sequestri di beni mafiosi effettuati in base alla legge Rognoni-La Torre: qual e' il contributo per la lotta ai mafiosi della grande industria, della grande finanza?
A Gioia Tauro, sotto la spinta determinante di Giacomo Mancini, lo Stato ha speso (ed ha fatto il suo dovere) centinaia di miliardi per realizzare il terzo porto del Mediterraneo, entrato in funzione dopo la sua cessione ad un imprenditore genovese quando era presidente del consiglio Silvio Berlusconi. I soldi spesi in Calabria dall' intervento pubblico sono andati ai mafiosi? Forse, anzi quasi certamente: ma per comprare betoniere, ruspe, tondino, cemento, computers, pellicce, auto di lusso, gadgets di ogni tipo che fanno status., o li hanno investiti nella Borsa, depositati nelle numerosissime filiali delle banche settentrionali operanti al sud. In fondo, ci sono piu' informazioni sulle guerre di mafia nella provincia di Reggio Calabria a Pisa, dove risiede una mega-impresa edilizia che ha trasformato per 25 anni la provincia reggina in un cantiere permanente, che non in tutto l' Aspromonte.
Le linee di lotta alla mafia e per il progresso civile ed economico del mezzogiorno sono divergenti, e non seguono piu' contorni ideologici ma geografici.Negli anni '50, c'era la parola d' ordine del "mezzogiorno all' opposizione": si era compreso che non c' e' piu' unanimita' nei partiti (eccetto che per un certo monolitismo di moda nella sinistra fino agli anni '80), nei sindacati, nelle istituzioni nazionali, in tema di lotta ai mafiosi e di riscatto economico, perché gli interessi, in termini geografici divergono: su questo punto, il paese reale, le istituzioni democratiche, devono fare chiarezza sopratutto al proprio interno.
Se (per fare un elenco molto incompleto) con Carnevale, Mattarella, Terranova, La Torre, Dalla Chiesa, Chinnici, Juliano, De Mauro, Fava, Francese, Siani, e, perché no, Ferlaino e Ligato, nel sud e' stata falciata col piombo una parte significativa della classe dirigente italiana, bisogna riflettere. Monta un profondo rigurgito di razzismo antimeridionale che ha legato vecchi complessi di colpa e nuovo benessere.
La logica che ha presieduto alla nascita dell' UE e' questa: evitare che tutti i paesi che ne fanno parte immettano sul mercato piu' di quanto il mercato possa assorbire.
La Calabria (e gran parte del mezzogiorno) non produce affatto, e non perché non abbia le competenze o la capacita', ma perché la sua storica debolezza politica rispetto alle aree forti del paese ha impedito che conquistasse una sua quota parte di produzione sui contingenti assegnati all' Italia: i mafiosi fanno da garanti di questo modello di non-produzione, mentre e' significativa, sull' altro versante, la violenta protesta degli iperproduttori di latte delle aree forti che si rifiutano di pagare le multe comunitarie. Nella regione e' tutta una sinfonia di integrazioni ed incentivazioni, che rapidamente sono finite, nell' indifferenza generale, in mano ai mafiosi.
Il paese che conta e' finalmente riuscito a trasformare la questione meridionale, ormai abbandonata, in mera questione criminale, come dimostra la pletora di candidature "esterne" nelle competizioni politiche, incentrate sulla creazione di una rappresentanza parlamentare dedicata esclusivamente al tema della repressione del crimine.
Sono necessarie strutture di credito che non abbiano come obbiettivo il drenaggio di capitali che fuoriescono dalla regione con la velocita' dell' elettronica.
L' atteggiamento che assumono i mass media verso il sud e' questo: il sud e' mafioso, e' incapace di autonomia. La Calabria, vista dall'esterno, non e' molto di piu' di un' espressione geografica: un alibi per i grandi affari che vengono decisi fuori di essa, e che poi vengono calati nella regione scegliendo il personale politico, amministrativo, "militare" (come i mafiosi) che deve portarli a termine. C'e' una onnipotente burocrazia (che permane, mentre i ministri e gli assessori passano pronta a decorare sul campo il piu' forte sul piano militare.
"Gesu', fai morire tutti i terroni, dice una bambina torinese in una lettera pubblicata sulla "Stampa".
Certo, sul piano locale non sono tutte rose e fiori. Il collasso del sistema dell' istruzione pubblica, la corruzione della pubblica amministrazione, la gracilita' delle autonomie locali incapaci di progettare e di spendere, la debolezza di chi amministra di fronte all'aggressivita' vincente del sistema criminale sono cosa di tutti i giorni.
Il personale delegato all' esecuzione dei grandi affari prospera e si tutela egregiamente.
Una mobilitazione delle coscienze deve esigere che Stato e poteri locali facciano per intero il loro dovere. E facciamo attenzione che queste coscienze di cui parliamo sempre non siano piu' corrotte dei corruttori, verifichiamo che le masse, inglobate e narcotizzate nel modello assistenzialismo - sottosviluppo, abbiano ancora una reale capacita' di sdegnarsi, di mobilitarsi, di progettare una societa' fondata sul lavoro, la produttivita', la competitivita'.

HELIOS Magazine ANNO II - n.3 HELIOSmagazine@diel.it